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“IL DOLORE NELLE RELIGIONI MONOTEISTE”: articolo pubblicato sulla rivista ORIZZONTE MEDICO (n. 3 – giugno/luglio 2014)

IL DOLORE NELLE RELIGIONI MONOTEISTE 

I monoteismi ai quali mi riferisco nel tratteggiare  questo tema sono quelli che si riconoscono come discendenti di Abramo, padre nella fede, ovvero Giudaismo, Cristianesimo ed Islam; essi condividono patrimoni comuni, primo fra tutti la presa di distanza dall’idolatria, almeno come affermazione fondante, ma sono anche segnati da forti discontinuità e differenze vissute non raramente in modo conflittuale e talora tragicamente conflittuale.

IRisultati immagini per foto di menorahl filo di continuità che le collega nell’approccio al dolore è la figura paradigmatica di Giobbe. Il Libro che ne racconta la vicenda ed il percorso è uno dei più letti, commentati ed amati della Bibbia soprattutto per il tema che affronta,  ma anche per la sua potenza narrativa straordinaria.

E’ una rivelazione “controcorrente” che contesta radicalmente la concezione punitiva del dolore umano. Gli “amici” di Giobbe sono certi che tutto il male che lo ha investito è conseguenza di colpe presenti o passate, sue o dei suoi familiari.

Ma lui li contesta ed insiste a reclamare un confronto diretto con Dio per chiedergli conto di tanta ingiusta sofferenza. Un affronto privo di “sacro rispetto” o già il segno di un’intimità latente con il Signore che gli dà l’audacia di chiamarLo in causa? Forse per questo l’Onnipotente accetta la sfida e lo invita a combattere con dignità : “Cingi i fianchi come un prode: Io ti interrogherò e tu mi istruirai …” .

Non dà una risposta al perché di tanta sofferenza, ma “contrattacca” : “Dov’eri tu quand’io ponevo le fondamenta della terra? Dillo se hai tanta intelligenza!” ed incalza ricordandogli tutta l’opera della creazione e l’azione permanente per preservarla dalla disintegrazione.

La contesa si conclude non con un vincitore ed uno sconfitto, ma con un’alleanza rinsaldata nella verità. Giobbe conclude: “ Io ti conoscevo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti vedono. Perciò mi ricredo e ne provo pentimento sopra polvere e cenere”.

La prova del dolore ha rivelato quale alleanza conta per rendere la vita sostenibile pur nella sua vulnerabilità.

Sorprendente, ma solo a prima vista, la reazione di Dio ai suoi “apologeti” ; rivolto a Elifaz il Temanita, dice: ” La mia ira si è accesa contro di te e contro i tuoi due amici, perché non avete detto di me cose rette come il mio servo Giobbe …” . Dovremmo dedurre che il Signore predilige chi si rivolge a Lui come un interlocutore dal cuore sincero, rispetto a chi lo adora come un “Idolo” distante dall’uomo e dalla sua sofferenza.

L’epilogo ci presenta una sorta di risurrezione di Giobbe: “Dio ristabilì Giobbe nello stato di prima, avendo egli pregato per i suoi amici; accrebbe anzi del doppio quanto Giobbe aveva posseduto.”. Ho evidenziato la preghiera per gli amici per sottolineare che “far pace con Dio”, unico garante dello Shalom cioè della vita, è il punto di partenza per ogni riconciliazione, inclusa quella con gli amici che avevano anteposto una presunta ortodossia alla sua sofferenza. Il perdono restituisce respiro ed abbondanza alla vita.

Come non pensare, a questo punto, al Risorto per eccellenza dei cristiani, Gesù di Nazareth, professato come il Vivente fin dai suoi primi seguaci che lo avevano visto morire in croce e ne erano rimasti lontani nel momento della massima sofferenza, mentre lui, proprio nell’acme della passione e dello sconforto esclamava il grido del salmo 22 “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” .

Eppure quel Gesù, il cui nome significa “Dio salva”, fin dall’esordio della sua predicazione si era presentato con i tratti del Servo Sofferente profetizzato da Isaia e non certo come un Messia trionfalistico. Servo, ovvero affidabile, fedele e perciò intimo con il Signore che di lui “si compiace”.

I Vangeli sono percorsi estesamente dall’attenzione alla sofferenza e dalla premura verso chi soffre; Gesù ci viene presentato sia come il medico sia come il sofferente; in un certo senso, questo vale anche per noi medici di oggi: non è possibile prenderci cura fino in fondo del paziente  se non abbiamo sperimentato, attraversato e superato la sofferenza in prima persona.

La sofferenza è dunque una prova difficile, una sorta di percorso controcorrente in un fiume per trovarne la sorgente, che ci porta a riconoscere la nostra finitezza di creature e nello stesso tempo apprezzare la grande dignità che ci è data, attraverso questo passaggio stretto, di entrare in intimità con il Signore e poter guardare alla vita con uno sguardo nuovo, capace di gratitudine, benedizione e compassione.

Questo, sotto certi aspetti,  ci insegna la vicenda di Giobbe, questo ci insegna la storia di salvezza dell’ebreo Gesù, annunciata ai “gentili”.

Anche per l’Islam il dolore, che pure disturba, riempie di angoscia e sembrerebbe per natura “antireligioso” e distruttore della fede, ha una potenzialità salvifica come via di maturazione ed umanizzazione. Un teologo musulmano l’ha paragonato “all’elisir che trasforma le pietre in oro, un elisir delicato e pericoloso che può anche distruggere le stesse pietre e trasformarle in polvere.”.

La prova del dolore è per l’Islam la sfida che insegna l’umiltà davanti alla vita; la capacità di superarlo (pazienza) è un segno di pienezza e di santità, una fonte di grande gioia e salvezza, che fa diventare “più grandi nell’anima, più umili nello Spirito.”.

Tuttavia il concetto della prova non si limita al dolore ed alla sofferenza, ma va oltre, inglobando tutta la vita: tutto è prova, i beni e le gioie inclusi.

Per l’Islam la sofferenza può essere un’occasione di purificazione del cuore, che permette di andare al di là delle apparenze ingannevoli nel conoscere il bene e il male da parte dell’uomo, affidandosi totalmente alla misericordia di Dio, che guarda alla verità delle cose. Da qui una fiducia assoluta nel disegno divino ed un’accettazione incondizionata della volontà divina.

Del resto la figura di Giobbe è presente nel Corano, con il nome di Ayyub, come il modello per eccellenza di “pazienza” nella prova e di fedeltà a Dio, al quale i musulmani devono guardare come un esempio da seguire.

Come vediamo, queste tre tradizioni monoteiste hanno in comune la concezione rivelativa  del dolore: attraverso l’esperienza sofferta del limite che diventa invocazione nel pieno dell’angoscia, il dolore ci introduce ad un rapporto diretto e vivo, cioè più intimo, con il Signore. Questo legame di fiducia piena nei Suoi confronti cambia il cuore e lo rende disponibile all’ascolto ed al sollievo delle sofferenze degli altri: tale “conversione” rende stabile l’atteggiamento di compassione verso  ogni condizione di sofferenza.

In effetti gli insegnamenti della Torah, dei Vangeli e del Corano convergono nel richiamare all’attenzione verso tutte le condizioni di sofferenza (malattia, povertà, discriminazione ed ogni altra forma di fragilità) ed all’impegno concreto a portare sollievo ai sofferenti.

Anche le altre tradizioni religiose e spirituali, molte delle quali si richiamano ad un Dio Unico, guardano alla condizione umana come espressione di un mistero più grande da rispettare e da proteggere; identica è la raccomandazione nei confronti di chi versa nella sofferenza : vicinanza, compassione e cura per alimentare la speranza e favorire la guarigione attraverso la preghiera ed ogni mezzo umano disponibile.

La sintonia tra tutte le tradizioni religiose nel riconoscere un significato non puramente negativo all’esperienza del dolore e l’approccio condiviso di tipo compassionevole e solidale nei confronti di chi soffre rappresentano un solido retroterra per iniziative comuni miranti all’umanizzazione delle cure.

Testimoniare insieme la dignità della persona ed il valore della vita, anche nelle condizioni di maggiore fragilità, gioverà molto ai nostri contemporanei più o meno disorientati da tragiche ingenuità positiviste e da filosofie nate dalla sfiducia verso le religioni fino alla religiofobia, che hanno  lasciato l’uomo drammaticamente solo, perché privato della dimensione spirituale,  di fronte alle sfide connesse all’esistenza stessa.

Luigi De Salvia

Link per accedere alla rivista ORIZZONTE MEDICO                                                             http://calameo.com/read/002342300bc64f8cd5a62

“Sanzioni Onu contro la strage dei cristiani” : proposte dei vescovi Mogavero e Crepaldi a seguito delle persecuzioni in Iraq

Iraq, fuga di massa dei cristiani: a Vatican Insider le proposte dei vescovi Mogavero e Crepaldi per l’emergenza-persecuzioni: l’occidente si mobiliti   

cristiani perseguitati in Iraq

 

 

 

 

 

 

 

“Sanzioni economiche dell’Onu contro chi perseguita i cristiani”, invoca il vescovo di Mazara del Vallo Domenico Mogavero, commissario Cei per le migrazioni. “Dobbiamo sensibilizzare gli italiani sulla tragedia in Medio Oriente”, afferma l’arcivescovo di Trieste Giampaolo Crepaldi, membro della Commissione episcopale per la pace e presidente dell’osservatorio internazionale “Cardinale Van Thuân” sulla dottrina sociale della Chiesa. Vatican Insider ha messo a confronto due voci autorevoli dell’episcopato sull’avanzata jihadista e la persecuzione dei cristiani.

“In Iraq le minoranze religiose vivevano in tranquillità sotto la dittatura di Saddam Hussein, poi dalla caduta del regime i caldei sono stati incessantemente cancellati dal paese e costretti a emigrare per sfuggire ai massacri – sostiene monsignor Mogavero – Va superata quanto prima la colpevole e vergognosa afasia occidentale”.

Infatti “il mondo musulmano si mobilita compatto ogni qual volta senta offesi e minacciati i propri valori religiosi e invece nessuno spende una parola per l’eccidio dei cristiani: l’Unione Europea, l’Onu e le altre realtà sovranazionali ignorano la tragedia che si sta consumando in Iraq, Nigeria e in tanti altri paesi asiatici e africani”. E, precisa Mogavero, “non è una questione di fede ma di diritti umani calpestati: non è una difesa di parte”. Dunque, aggiunge Mogavero, “la libertà religiosa e di coscienza deve essere tutelata nell’esercizio”. Inoltre “non si tratta di un problema confessionale bensì di civiltà umana dei diritti”. Perciò “la protesta per la violazione al diritto di professare la propria fede non va limitata a una sola religione, ma è un’esigenza di umanesimo dei diritti”.

 Perciò “oggi a essere colpiti siamo noi cristiani, domani potrebbero essere altri”. Insomma, “è un obbrobrio da non tollerare più”. Quindi “se si levasse la voce corale di tutti i soggetti internazionali anche gli integralisti come l’Isis iracheno non potrebbe restare indifferenti”.

Mogavero, che in questi giorni partecipa ad Assisi al ritiro di preghiera per la pace con i candidati al diaconato permanente della sua diocesi, ritiene che si dovrebbe ricorrere a sanzioni internazionali di carattere economico anche per questioni umanitarie e non solo politiche. Ciò, infatti, rappresenterebbe “uno strumento di pressione forte che impedirebbe di perseguitare a cuor leggero i cristiani”.

Da parte sua l’arcivescovo Crepaldi spiega l’importanza della giornata di preghiera per i cristiani perseguitati indetta dalla Cei per il 15 agosto. “Il Papa, il prefetto di Propaganda Fide Filoni e l’Arcivescovo di Mosul hanno più volte auspicato un intervento della comunità internazionale denunciandone così la latitanza – sottolinea Crepaldi – In particolare qui a Trieste la Chiesa ha nel dna l’opposizione alla discriminazione e all’oppressione per la presenza storica della Risiera di San Sabba, campo di prigionia nazista”.

Quello che sta accadendo ai cristiani in Medio Oriente è “una tragedia immane da far conoscere alla comunità religiosa e civile”. Serve, peraltro, “una sensibilizzazione che trasformi in coscienza popolare fatti e circostanze che non possono restare materia diplomatica”. Vanno incentivati “il dialogo tra le fedi e il rispetto della libertà religiosa a partire dalle nostre comunità”.

Avverte Crepaldi: “Non si può nascondere la testa sotto la sabbia mentre si verifica qualcosa di indicibile e scorre sangue innocente”. Intanto “in Occidente non si ha la corretta percezione della vastità e della gravità del fenomeno”. Così “dal Medio Oriente all’Africa si moltiplicano i fronti della persecuzione anti-cristiana in base a una trasversalità continentale sconvolgente”. E “l’ultimo rapporto dell’organismo che a Vienna monitora la cristianofobia offre squarci cupi delle discriminazioni in atto”.

GIACOMO GALEAZZI  ( articolo su Vatican Insider )

«Che ci stai chiedendo Signore? Dove sei? La coscienza non ci dà pace». Lettera da Israele di Angelica Edna Calò Livne

«Che ci stai chiedendo Signore? Dove sei? La coscienza non ci dà pace». Lettera da Israele

«Che si deve fare per sbaragliare l’odio antisemita che annebbia i sensi e impedisce di vedere la realtà? Sono qui mio D-o, a tua disposizione»

È mezzanotte, anche due dei miei figli sono stati reclutati. Si sono trovati i resti del soldato rapito da Hamas e abbiamo assistito a un altro straziante funerale. Sulle  porte dei negozi di famiglie ebraiche di Roma si cancellano le svastiche lasciate durante la notte, il commissario per i Diritti umani dell’Onu, Navi Pillay, denuncia gli Stati Uniti per aver sostenuto Israele nella creazione dell’Iron Dome.

I nostri ragazzi stanno cercando di debellare i tunnel interminabili che portano direttamente nel cuore di Israele. Ce ne sono altri di tunnel: dalla Siria al Golan, dal Libano alla Galilea. L’areoporto di Ben Gurion è deserto, anche le spiagge. La gente si riunisce, si parla, ci si chiede: Cosa ci sta chiedendo D-o? In cosa dobbiamo migliorare? Cosa dobbiamo cambiare? In cosa stiamo sbagliando? Perché D-o non manda l’angelo a fermare la nostra mano mentre stiamo per sacrificare i nostri figli? Che dobbiamo fare di più? Abbiamo trasformato una landa deserta in un giardino dove germogliano anche i sassi. La culla del monoteismo è diventata anche la culla delle Muse, della letteratura, della poesia, della danza, del teatro, dell’High Tech.  Abbiamo creato ospedali, università, musei.

Che ci stai chiedendo Signore… dove sei? Dove sei? Non ti vedo! Non sento… cosa ci stai chiedendo? La coscienza? Non ci dà pace: le immagini degli innocenti a Gaza che vagano tra le rovine ci inonda il cuore ma la rabbia per le donne velate che inneggiano al martirio, i video degli arsenali di armi nei sotterranei delle moschee, degli ospedali, le entrate nei tunnel della morte che partono dagli armadi delle cucine delle case di famiglie costrette o ben pagate per acconsentirne la costruzione, ci inondano di rabbia e di tristezza.

Parliamo lingue differenti. Abbiamo due linguaggi differenti. Siamo differenti.  E non sto parlando dei palestinesi. Sto parlando di Hamas, di Ezzedine al qassam, della Jihad islamica di chi sta progettando da anni la distruzione di Israele. Non sto parlando di tradizioni e cultura, ma di animo, di spirito. Il nostro linguaggio, la mentalità la coscienza dell’Occidente dice: creiamo una famiglia, cerchiamo un lavoro, creiamo uno start up, mettiamo su una fattoria, andiamo in chiesa, andiamo in sinagoga. Il linguaggio del terrorista dice: dobbiamo vincere, dobbiamo comandare, dobbiamo distruggere chi non è come noi.

E come si fa con questi?  Vado a dormire… a cercare di dormire con le immagini cruente di un video dei francescani in Terra Santa sui Cristiani perseguitati in Siria e in Irak dopo l’ascesa del califfato. Mons. Gregoire Pierre Malki racconta le tragedie a Mosul, non c’è più una Diocesi. Alle 6:00 del mattino mi sveglio di soprassalto… le sirene… penso di essere a Sasa, nel mio kibbuz: «Ci stanno attaccando dal Libano…», penso… sveglio mio marito. La sirena è assordante… mi giro intorno, non capisco nulla. Mi rendo conto di essere ad Herzliya, da mio padre. «Dove si va? Dov’è il rifugio?». Tre boati enormi sulla nostra testa.Mia sorella a Tel Aviv mi dice che un pezzo di missile è caduto nel parcheggio del suo palazzo.

No, non ho paura. Sto solo cercando di capire come possiamo bloccare la follia. Come possiamo convincere l’Occidente a fermare il terrorismo, come ricordare a tutti l’11 settembre, piazza Fontana e la strage di Bologna. Che si deve fare per sbaragliare l’odio antisemita che annebbia i sensi e impedisce di vedere la realtà? Sono qui mio D-o, a tua disposizione.

(  L’autrice di questo articolo, pubblicato su TEMPI, vive nel kibbutz Sasa in Israele )

Il “Califfato” espelle i cristiani dalla Piana di Ninive

militanti isil                                              

Costretti a fuggire nella notte da città e villaggi dove le comunità autoctone erano insediate da sempre. Appello del cardinale Filoni

Dopo Mosul, cadono nelle mani dei jihadisti dello Stato Islamico anche i villaggi della Piana di Ninive che da tempo immemore rappresentavano i caposaldi storici delle comunità cristiane autoctone nello spazio dell’antica Mesopotamia.

La notte scorsa a Qaraqosh, Kramles, Talkief, Bartalla e negli altri centri dell’area l’offensiva delle milizie dell’autoproclamato Califfato Islamico ha travolto la resistenza rappresentata finora dai Peshmerga curdi e dalle forze armate regolari che rispondono al governo autonomo del Kurdistan iracheno.

Con l’arrivo dei miliziani jihadisti – riferisce anche il cardinale Fernando Filoni in un appello diffuso attraverso l’Agenzia Fides – «i cristiani hanno dovuto abbandonare tutto, persino le scarpe, e scalzi sono stati instradati a forza verso l’area del Kurdistan». Alle ultime venti famiglie cristiane ancora rimaste a Qaraqosh è stato intimato di lasciare la città a piedi entro stasera, se vogliono sopravvivere.

L’esodo rischia di assumere i connotati di un dramma collettivo, visto che a Erbil, capitale del Kurdistan iracheno – aggiunge il Prefetto di Propaganda Fide «non sono intenzionati ad accoglierli perché non sanno come ospitare queste migliaia di persone». Il Porporato attraverso Fides richiama le responsabilità della comunità internazionale davanti a quella che definisce «una grave situazione umanitaria. Queste persone sono lasciate a loro stesse di fronte a un confine chiuso e non sanno dove andare. Già si contano i primi morti, tre o quattro ragazzi hanno perso la vita.

Occorre intervenire subito in loro aiuto».   Negli ultimi due mesi, da quando – lo scorso 9 giugno – Mosul era stata conquistata dagli insorti sunniti guidati dai Jihadisti dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (Isil), i cristiani della seconda città irachena avevano in gran parte trovato rifugio proprio presso i villaggi della Piana di Ninive.

A Mosul i militanti dell’auto-proclamato Califfato Islamico avevano poi occupato chiese e conventi, distrutto statue mariane, divelto croci, bruciato l’arcivescovato siro-cattolico e imposto ai cristiani l’ultimatum: o andate via, lasciando le vostre case e i vostri beni, o pagate la “tassa di protezione”, o vi convertite all’Islam, o morite.

Nei villaggi della Piana di Ninive finora un argine alle incursioni degli islamisti era assicurata dalle milizie curde Pashmerga, che alla fine di giugno avevano già respinto un’offensiva tentata dai jihadisti contro la città di Qaraqosh. «Noi moriremo tutti insieme, o continueremo a vivere tutti insieme con dignità» aveva detto lo scorso 23 luglio Masud Barzani, presidente della regione autonoma del Kurdistan iracheno, rivolto al patriarca di Babilonia dei caldei Louis Raphael I Sako e agli altri rappresentanti delle Chiese del nord dell’Iraq.

Nell’incontro con il Patriarca e i vescovi, il leader curdo aveva anche ribadito la disponibilità della regione autonoma del Kurdistan ad accogliere e soccorrere i profughi e a proteggere «le loro vite e la loro terra» contro quelli che aveva definito «terroristi».   Il Patriarca caldeo e i  vescovi delle Chiese cristiane del nord iracheno, dal canto loro, avevano anche proposto la creazione di un «comitato congiunto tra il governo regionale e i rappresentanti del nostro popolo per venire incontro alla sofferenza delle famiglie di rifugiati e migliorare le loro condizioni».

Ma già a fine giugno, il responsabile Unicef in Iraq Marzio Babille aveva delineato il disegno politico sotteso all’offensiva dei jihadisti: «Le zone attaccate» aveva riferito il medico triestino all’Agenzia Fides «vengono di fatto “ripulite” dei gruppi etnici e religiosi minoritari. Non capita solo ai cristiani, ma anche ai turkmeni che sono dovuti fuggire dalle aree sudorientali del Kurdistan iracheno e sono bersaglio di attacchi mirati anche a Kirkuk. È evidente che si vuole riconfigurare la regione definendo le “aree” dove i diversi gruppi possono o non possono vivere».

Adesso, la nuova offensiva del Califfato sembra spazzare via ogni residua speranza di stabilizzare la fragile condizione creatasi negli ultimi mesi nella Piana di Ninive in virtù della protezione dei Peshmerga curdi. Proprio intorno alla Piana di Ninive si coltivava da tempo immemore in seno a settori delle comunità cristiane irachene il disegno di trasformare quell’area in una regione autonoma da assegnare ai cristiani, per realizzare almeno in parte il sogno ancestrale di un “focolare nazionale” indipendente riservato alle comunità caldee, assire e sire.

«Adesso», spiega a Vatican Insider il sacerdote siro cattolico Nizar Semaan, collaboratore dell’arcivescovo di Mosul dei Siri Yohanna Petros Moshe, «si può davvero dire che non c’è futuro per i cristiani in quella parte dell’Iraq dove la fede in Cristo era stata confessata fin dall’inizio.

Consideriamo responsabili di tutto questo anche i governi occidentali, col loro silenzio e le loro politiche sconsiderate in Iraq e in tutto il Medio Oriente, interessate solo a difendere i propri interessi economici. Spero che i capi delle nazioni e i leader della comunità internazionale ci risparmino almeno lo spettacolo ridicolo delle dichiarazioni di solidarietà e dell’indignazione parolaia. La loro passività è complice dei crimini perpetrati in Iraq contro i cristiani sotto gli occhi di tutti, e sarà giudicata dalla storia».

Da Vatican Insider ; articolo di GIANNI VALENTE