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World’s top Muslim leaders condemn attacks on Iraqi Christians

  Two of the leading voices in the Muslim world denounced the persecution of Christians in Iraq, at the hands of extremists proclaiming a caliphate under the name Islamic State.

The most explicit condemnation came from Iyad Ameen Madani, the Secretary General for the Organization of Islamic Cooperation, the group representing 57 countries, and 1.4 billion Muslims.  In a statement, he officially denounced the “forced deportation under the threat of execution” of Christians, calling it a “crime that cannot be tolerated.”

The Secretary General also distanced Islam from the actions of the militant group known as ISIS, saying they “have nothing to do with Islam and its principles that call for justice, kindness, fairness, freedom of faith and coexistence.”

Meanwhile, Turkey’s top cleric, the spiritual successor to the caliphate under the Ottoman Empire, also touched on the topic during a peace conference of Islamic scholars.  In a not-so-veiled swipe at ISIS, Mehmet Gormez declared that “an entity that lacks legal justification has no authority to declare war against a political gathering, any country or community.” He went on to say that Muslims should not be hostile towards “people with different views, values and beliefs, and regard them as enemies.”

Their remarks come at a time when Christian leaders in Iraq have called on Muslim leaders worldwide to denounce the anti-Christian violence in the country. In the past decade, the majority of Iraqi Christians have either fled the country or taken refuge in the autonomous region of Kurdistan.

The declaration of a “caliphate” by Islamist militants in Iraq lacks legitimacy and their death threats to Christians are a danger to civilization, Turkey’s top cleric, the successor to the last caliph’s most senior imam, said.  Islamic State, an armed group formerly allied to al Qaeda that has captured swathes of territory across Iraq, last month declared its leader, Ibrahim al-Baghdadi, “caliph” – the historical title last held by the Turkish Ottoman sultan who ruled much of the Muslim world.

“Such declarations have no legitimacy whatsoever,” Mehmet Gormez, head of the Religious Affairs Directorate, the highest religious authority in Turkey, which, although a majority Muslim country, has been a secular state since the 1920s.  “Since the caliphate was abolished … there have been movements that think they can pull together the Muslim world by re-establishing a caliphate, but they have nothing to do with reality, whether from a political or legal perspective.”

Gormez said death threats against non-Muslims made by the group, formerly known as Islamic State in Iraq and the Levant (ISIL), were hugely damaging. “The statement made against Christians is truly awful. Islamic scholars need to focus on this (because) an inability to peacefully sustain other faiths and cultures heralds the collapse of a civilization,” he told Reuters in an interview.

(Source: Reuters, Rome reports)

Dichiarazione del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso sulla restaurazione del califfato. 12 agosto 2014

Dichiarazione del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso sulla restaurazione del califfato  

Il mondo intero ha assistito stupefatto a quella che è ormai chiamata “la restaurazione del Califfato”, che era stato abolito il  29 ottobre 1923 da Kamal Ataturk, fondatore della Turchia  moderna.

La contestazione di questa restaurazione da parte della maggioranza delle istituzioni religiose e  politiche musulmane non ha impedito ai jihadisti dello “Stato Islamico” di commettere e di continuare a commettere atti criminali indicibili.

Questo Pontificio Consiglio, tutti coloro che sono impegnati nel dialogo interreligioso, i seguaci di tutte le religioni, così come tutti gli uomini e le donne di buona volontà, non possono che denunciare e condannare senza ambiguità queste pratiche indegne dell’uomo :  – il  massacro di persone per il solo motivo della loro appartenenza religiosa;  – l’esecrabile  pratica della decapitazione, della crocifissione e dell’impiccagione di cadaveri nelle piazze pubbliche;  – la scelta imposta ai cristiani e agli Yazidi tra la conversione all’Islam, il pagamento di un  tributo (la jizya) o l’esodo;  – l’espulsione forzata di decine di migliaia di persone, compresi i bambini,  anziani, donne incinte e malati;  – il rapimento di ragazze e di donne appartenenti alle comunità Yazidi e cristiane come bottino di guerra (Sabaya);  – la barbara imposizione della pratica dell’infibulazione;  – la distruzione dei luoghi di culto e dei mausolei cristiani e musulmani;  – l’occupazione forzata o la profanazione di chiese e monasteri;  – la rimozione di crocifissi e di altri simboli religiosi cristiani e di altre comunità religiose;  – la distruzione del patrimonio religioso e culturale cristiano di valore inestimabile;  – la violenza abietta allo scopo di terrorizzare la gente per costringerla ad arrendersi o a fuggire.

Nessuna causa può giustificare tale barbarie e certamente non una religione. Si tratta di una gravissima offesa all’umanità e a Dio che è il Creatore,  come ha spesso detto il Papa Francesco.

D’altra parte non possiamo dimenticare  che cristiani e musulmani hanno vissuto insieme – sia pure  con alti e bassi – nel corso dei secoli, costruendo una cultura della convivialità e  civiltà di cui sono orgogliosi. Del resto, è su questa base che, negli ultimi anni, il dialogo  tra cristiani e musulmani ha continuato e si è approfondito.

La situazione drammatica dei cristiani, degli Yazidi e di  altre comunità religiose numericamente minoritarie in Iraq esige una presa di posizione chiara e coraggiosa  da parte dei responsabili religiosi, soprattutto musulmani, delle persone impegnate nel dialogo interreligioso e di tutte le persone di buona volontà.

Tutti devono unanimemente condannare senza alcuna ambiguità questi crimini e denunciare l’invocazione della religione per giustificarli. Altrimenti quale credibilità avranno le religioni, i loro seguaci e i loro  leader? Quale credibilità potrebbe avere ancora il dialogo interreligioso così pazientemente perseguito negli ultimi anni?  I leader religiosi sono inoltre chiamati ad esercitare la loro influenza sui governanti per la cessazione di questi crimini, la punizione di coloro che li commettono e il ripristino dello  Stato di diritto in tutto il Paese, assicurando il rientro di chi è stato cacciato.

Ricordando la necessità di un’etica nella gestione delle società umane, questi stessi leader religiosi non mancheranno di sottolineare che sostenere, finanziare e armare il terrorismo è  moralmente riprovevole.

Detto questo, il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso è grato a tutti  coloro che hanno già levato la loro voce per denunciare il terrorismo, in particolare chi usa la religione per giustificarlo.   Uniamo dunque le nostre voci a quella di Papa Francesco: “Il Dio della pace susciti in tutti un autentico desiderio di dialogo e di riconciliazione. La violenza non si vince con la violenza . La violenza si vince con la pace”.

12 agosto 2014

FERMIAMO L’INAUDITA VIOLENZA DI CHI ABUSA DEL NOME DI DIO PER ATTUARE STRATEGIE DI TERRORE E DI MORTE

E’ difficile credere alle notizie terribili che giungono dall’Iraq, dove i miliziani dell’ISIS/ISIL perseguitano, espellono ed uccidono Cristiani, Yazidis ed altri che non accettano sottomissione e conversione forzata; la stessa sorte tocca a quei musulmani che osano contestare tale cieca violenza.

Questo scenario inimmaginabile rende ancora più inquietante la marea montante di intolleranza e di odio settario in nome abusivo della religione, che sta seminando disperazione e morte in Medio Oriente e Nord Africa.

S.E. Sheikh Majid Hafeed,  leader religioso musulmano del Kurdistan Iraqeno  e Presidentre Onorario di Religions for Peace International, e Sua Santità  Louis Raphael Sako, Patriarca Caldeo Cristiano di Baghdad e Co-Presidente di Religions for Peace International hanno chiesto con forza il sostegno e la protezione delle comunità perseguitate.

In tutto il mondo leader religiosi e personalità che hanno a cuore la dignità della persona umana ed il diritto fondamentale della libertà religiosa si sono pronunciati affinché la comunità internazionale, attraverso le sue istituzioni e tutti i mezzi a sua disposizione, contrasti  i massacri ed ogni altra violenza sulle persone e sui luoghi di vita e di culto.

Numerose iniziative di preghiera continueranno a svolgersi in molti paesi.

La Conferenza Episcopale Italiana ha promosso per il 15 Agosto, Solennità dedicata all’Assunta, una giornata di preghiera per risvegliare le coscienze rispetto a tali drammatiche persecuzioni, molto più pesanti, come ha sottolineato Papa Francesco, rispetto a quelle subite dalle comunità cristiane dei primi secoli sotto l’Impero Romano.

Noi di RELIGIONS FOR PEACE/ITALIA invitiamo i seguaci di tutte le tradizioni religiose e le persone di buona volontà ad unirsi in una preghiera concorde che, pur nella diversità di modi e di linguaggi, salga al cielo per invocare salvezza per i perseguitati e luce per i persecutori oggi accecati dall’odio.

PERSECUZIONE DEI CRISTIANI IN MEDIO ORIENTE: comunicato di Rav Prof. Giuseppe LARAS

In queste ore drammatiche di sofferenza e persecuzione desidero esprimere sentimenti profondi di vicinanza e solidarietà alle Chiese Cristiane e, in particolare, ai Patriarcati orientali, assicurando loro preghiere.

Il Popolo ebraico in quelle terre, in altre confinanti e nel Nord Africa, in un passato non remoto è già stato sottoposto a prove analoghe che prevedevano l’alternativa tra la morte e l’espulsione. Tutto ciò è accaduto e sta accadendo nel silenzio quasi assoluto dell’Occidente. La nostra speranza è che non si ripeta nei confronti dei cristiani d’Oriente quanto già patirono nelle scorse decadi numerose migliaia di ebrei di quelle terre, al pari di altre minoranze, e che vi sia un sussulto di coscienza nei governi occidentali, troppo spesso distratti per disinteresse e ignavia.

La lezione che i perseguitati cristiani d’Oriente stanno impartendo al mondo è duplice e preziosa: una indirizzata ai loro fratelli di fede, una destinata a ogni essere umano libero. È un imperativo morale raccoglierla. Esiste un principio imprescindibile inerente al valore assoluto della vita umana e della sua tutela, che prevede la fedeltà a sé stessi e alla propria storia, la preservazione ferma della propria identità e diversità, la difesa della propria e dell’altrui dignità, che si esprime nel preferire la morte e la persecuzione all’abiura e alla conversione forzata.

Questa lezione drammatica pone interrogativi inquietanti, divenuti ormai ineludibili, alle democrazie occidentali e al mondo. In particolare, ci ricorda che i fondamenti e i riferimenti simbolici, etici, politici e giuridici dell’Occidente non appaiono purtroppo condivisi nella loro evidenza e universalità. Essi, infatti, potendo essere sovvertiti e disattesi, richiedono un’educazione continua. Parimenti, occorre necessariamente riconoscere che tali principi e valori scaturiscono dall’incontro tra radici “greche” e radici “bibliche”. Negare tali “radici”, e in particolare le seconde, significa ignorare la realtà, disattendere la storia e potenzialmente esporre quanto con difficoltà conquistato attraverso i secoli e attraverso il sacrificio di milioni di vite umane a oscure insidie.

Dobbiamo pregare per la pace, ricordandoci che essa è una realtà dinamica e non statica, che richiede impegno e coraggio per conseguirla. Dobbiamo chiedere a Dio di infondere un’intelligenza di cuore nei governanti e nei loro consiglieri. La pace, in particolare, non va assolutamente intesa come tacita tolleranza di soprusi o come non decisa opposizione nei confronti di chi opera in spregio dell’altrui vita, dignità e libertà. Al contrario, è un dovere religioso contrastare, con fermezza, determinazione, responsabilità e coraggio, ogni forma di tirannia e persecuzione. Si preghi il Signore perché ispiri nei responsabili delle Nazioni e delle religioni l’attuazione efficace di percorsi autentici di giustizia e sicurezza, di libertà ed equità e, quindi, di pace.

Milano, 12 Av 5774 (venerdì 8 agosto 2014)

Rav Prof. Giuseppe LARAS,  Presidente del Tribunale Rabbinico del Centro Nord Italia