Auguri a papa Francesco per il primo anniversario di Pontificato

Nell’esprimere la nostra gratitudine a Papa Francesco per il suo forte ed incisivo contributo al dialogo interreligioso ed alla promozione della pace, vogliamo condividere queste sue parole in merito all’approccio alle situazioni conflittuali, riportate nella sua Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium.

Foto: UN ANNO CON FRANCESCO domani sarà un anno.<br /><br /><br /><br /><br /><br /><br /><br />
Elezione di Papa Francesco (13.03.13 - 13.03.14).

 L’unità prevale sul conflitto

Il conflitto non può essere ignorato o dis­simulato. Dev’essere accettato. Ma se rimaniamo intrappolati in esso, perdiamo la prospettiva, gli orizzonti si limitano e la realtà stessa resta fram­mentata. Quando ci fermiamo nella congiuntura conflittuale, perdiamo il senso dell’unità profon­da della realtà.

Di fronte al conflitto, alcuni semplicemen­te lo guardano e vanno avanti come se nulla fos­se, se ne lavano le mani per poter continuare con la loro vita. Altri entrano nel conflitto in modo tale che ne rimangono prigionieri, perdono l’o­rizzonte, proiettano sulle istituzioni le proprie confusioni e insoddisfazioni e così l’unità diventa impossibile. Vi è però un terzo modo, il più ade­guato, di porsi di fronte al conflitto. È accettare di sopportare il conflitto, risolverlo e trasformar­lo in un anello di collegamento di un nuovo pro­cesso. « Beati gli operatori di pace » (Mt 5,9).

In questo modo, si rende possibile svi­luppare una comunione nelle differenze, che può essere favorita solo da quelle nobili persone che hanno il coraggio di andare oltre la superfi­cie conflittuale e considerano gli altri nella loro dignità più profonda. Per questo è necessario postulare un principio che è indispensabile per costruire l’amicizia sociale: l’unità è superiore al conflitto. La solidarietà, intesa nel suo significato più profondo e di sfida, diventa così uno stile di costruzione della storia, un ambito vitale dove i conflitti, le tensioni e gli opposti possono rag­giungere una pluriforme unità che genera nuo­va vita. Non significa puntare al sincretismo, né all’assorbimento di uno nell’altro, ma alla risolu­zione su di un piano superiore che conserva in sé le preziose potenzialità delle polarità in contrasto.

      


 

Chiara Lubich verrà ricordata in molte città del mondo nel 6° anniversario della sua morte

Il 20 marzo a Roma, personalità di diverse religioni a Convegno rifletteranno su                “Chiara e le Religioni. Insieme verso l’unità della famiglia umana”.

 Un’ampia riflessione sta attraversando l’attuale dibattito sul contributo che la donna può e deve dare alla vita della Chiesa. È a questo proposito che spesso viene chiamata in causa Chiara Lubich, morta il 14 marzo 2008, per il suo patrimonio di spiritualità, di pensiero e di opere. Il 6° anniversario della sua morte verrà ricordata in molte città del mondo sotto diversi profili e per confrontarsi con la sua eredità.

Sul suo contributo all’incremento del dialogo ecumenico si rifletterà a Pretoria (Sudafrica) con il Dr Kobus Gerber, Segretario Generale della Dutch Reformed Church, come pure a Melbourne (Australia) e altrove. Il tema della famiglia, una delle passioni della Lubich, sarà al centro di manifestazioni a Lussemburgo, Lublino (Polonia) e Siviglia (Spagna), in vista anche del Sinodo straordinario ad ottobre in Vaticano. Una via cittadina le verrà intitolata a Porto Alegre (Brasile), mentre a Perugia (Italia) ne sarà dedicata un’altra alla beata Chiara Luce Badano, figlia spirituale della Lubich. Eventi di carattere ecclesiale o culturale, presentazioni di libri, concerti musicali si terranno da molte parti. Moltissime le comunità dei Focolari che si raccoglieranno per ringraziare Dio d’aver dato Chiara Lubich in dono all’umanità, in piccoli centri come nelle metropoli, spesso insieme ai vescovi, come a Sidney (Australia) con il cardinale Pell, a Wellington (Nuova Zelanda) con l’arcivescovo Dew, a Olomuc (Cechia) con l’arcivescovo Graubner, a Mestre con il Patriarca di Venezia mons. Moraglia o a Lisbona (Portogallo) con il Patriarca mons. Clemente. Del suo contributo al dialogo interreligioso si parlerà al Noor Center, Centro Islamico di Toronto (Canada), a Montevideo (Uruguay) e in molte altre città dell’Europa, Medio Oriente e Africa.

Chiara e le Religioni. Insieme verso l’unità della famiglia umana” sarà il tema del convegno di giovedì 20 marzo a Roma, presso l’Aula Magna della Pontificia Università Urbaniana. Un ricordo della Lubich tracciato da personalità di varie religioni, che hanno avuto un contatto personale con lei.  Si svolgerà a conclusione di un simposio interreligioso di tre giorni, a Castelgandolfo, con la partecipazione di cristiani e fedeli di altre tradizioni religiose, quali ebraismo, islam, induismo, buddhismo, shintoismo, sikhismo.

Questo 6° anniversario porta in filigrana lo svolgersi delle fasi preliminari della causa di beatificazione di Chiara Lubich, dopo che il 7 dicembre 2013, Maria Voce, attuale Presidente dei Focolari, ne ha firmato la richiesta formale al vescovo di Frascati, mons. Raffaello Martinelli. Un atto – aveva detto allora Voce rivolgendosi al Movimento – che «invita tutti noi a una santità ancora più grande, a costruirla giorno per giorno nella nostra vita, per contribuire a far emergere quella “santità di popolo” a cui Chiara tendeva». Diversi gli atti procedurali compiuti in questi tre mesi da mons. Martinelli, tra cui l’approvazione della nomina del postulatore fatta dall’attore della causa, e successivamente l’approvazione delle nomine di due vice-postulatori, e le nomine rispettive dei censori teologi, della commissione storica e di un tribunale ad hoc che provvederà a raccogliere testimonianze e prove che altrimenti potrebbero perdersi.

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Le donne e la forza del dialogo: incontro con donne ebree, musulmane e cristiane presso la sede UCEI di Roma

 

SONY DSC“Valorizzare la foresta che cresce invece dell’albero che cade”. È l’immagine evocata da Eva Ruth Palmieri, consigliera e coordinatrice della Commissione Minoranze UCEI, nell’inquadrare l’impegno di chi, in Israele e in Medio Oriente, porta avanti progetti per l’incontro, il dialogo e la conoscenza reciproca tra diverse culture e religioni. Un impegno che è stato al centro di un incontro sulla leadership femminile svoltosi al Centro Bibliografico UCEI per iniziativa della stessa Palmieri e della consigliera e coordinatrice della Commissione Educazione, Daniela Pavoncello. Organizzato in collaborazione con Religions for Peace, l’incontro ha visto la presenza di una folta delegazione di donne  ebree , musulmane e cristiane,  impegnate in un processo di avvicinamento e di conoscenza reciproca delle rispettive comunità  che vivono in due centri distanti cinque chilometri nel nord di Israele (regione della Galilea), a partire dalla propria esperienza di donne che condividono esigenze comuni ed aspettative di convivenza pacifica e prospera per sè, per i propri figli e per le proprie famiglie.

  L’incontro stesso è stato aperto da un intervento del presidente dell’Unione, Renzo Gattegna, che che ha sottolineato il ruolo sempre più attivo che è lecito auspicare per le donne nel contesto internazionale e nelle specificità dei singoli paesi. Un risultato possibile anche in considerazione, ha affermato il presidente UCEI, di un mondo “che sta cambiando” e che sembra offrire in questo senso nuove e preziose opportunità. “Dalle donne – ha quindi affermato Luigi De Salvia, presidente di Religions for Peace – ci viene trasmessa una grande forza. È la forza della saggezza e della pazienza, due qualità che noi  uomini dovremmo apprendere”. Quattro le sessioni in cui sono stati suddivisi i lavori (Scambio e confronto sui modelli di leadership femminile con coordinatrici Claudia Massa, Eman Yassin e Merav Sela; Heart’s music for peace, coordinatrice Elena Benigni; danze etniche e linguaggio del corpo nella comunicazione interpersonale, coordinatrici Nidal Kananh e Zahava Marom). L’evento si è concluso con un momento di confronto e dibattito sulle varie esperienze personali. “Questa iniziativa – ha sottolineato Pavoncello – nasce all’interno del progetto di educazione al dialogo sostenuto dall’UCEI e si richiama ad alcuni valori fondamentali quali integrazione e inclusione e, allo stesso tempo, lotta ad ogni forma di razzismo, antisemitismo, xenofobia”. Tra le ispiratrici dell’iniziativa l’educatrice italo-israeliana Angelica Calò Livne, da anni protagonista – assieme all’Adei Wizo – del laboratorio per le scuole “Una cultura in tante culture” che tanti istituti, da Nord a Sud, ha toccato su tutto il territorio nazionale.

(5 marzo 2014).

SPIRITUALITA’ DEL FINITO // SULLA PRATICA INCESSANTE una riflessione di Riccardo Venturini

Una volta che, in un itinerario spirituale, si sia raggiunta la realizzazione del “totalmente altro”, è abbastanza comprensibile che nasca l’esigenza di dedicarsi completamente, continuamente ed esclusivamente al rapporto con quella “vera” realtà, praticando una diversa forma di attenzione: esigenza connessa a quella di fuggire il mondo effimero (un «mondo che non merita neppure un addio», Shakespeare), di vivere con e di Dio, con una preghiera/meditazione incessante, attestazione di un amore esclusivo e assoluto (v. R. Venturini, Coscienza e cambiamento, §§ 5.8, 5.9.3)  Nell’ambito della tradizione giudaico-cristiana, la convinzione che la lode di Dio è praticata incessantemente dagli angeli è fondata sulla “visione” di Isaia (6, 1-3). Il profeta, nell’anno della morte del re Uzziah, vide infatti «il Signore seduto su un trono alto ed elevato»; «attorno a lui stavano dei serafini» che «proclamavano l’uno all’altro “Santo, santo, santo è il Signore degli eserciti. Tutta la terra è piena della sua gloria”» (parole che troviamo  conservate  nel Sanctus della messa cristiana).  Nel Salmo 55, 18-19, a proposito dell’invocazione continua del Signore, è detto: «Di sera, al mattino, a mezzogiorno gemo e sospiro. Ed Egli ascolta la mia voce; mi salva, mi dà pace da coloro che mi combattono» e nel Vangelo di Luca (2, 37) viene ricordata, in occasione della presentazione di Gesù al Tempio, l’anziana profetessa Anna che «non si allontanava mai dal Tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere». Nelle parole di Gesù troviamo l’esortazione: «Vegliate e pregate ogni momento» (Lc 21, 36), ribadita da S. Paolo: «Pregate incessantemente (sine intermissione)» (1 Ts 5, 17).  Ma la preghiera incessante non è senza costi e difficoltà. Perfino molti angeli risultarono estenuati e insofferenti di questa pratica, motivo per cui furono scacciati dal paradiso e dalla beatifica visione di Dio di cui godevano («[gli] angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli», Mt 18, 10). Con lo sviluppo del monachesimo i monaci si sentirono investiti di una funzione di supplenza, tesa a rimpiazzare gli angeli decaduti nel compito della preghiera incessante che, in una certa misura,  avrebbe anticipato il regno celeste già nel mondo terreno («L’uomo è creato per lodare, riverire e servire Dio Nostro Signore», come dirà secoli dopo S. Ignazio). Per realizzare questo scopo gli “acemeti” o, per iotacismo, “achimiti”, cioè gli “insonni” (asceti seguaci della regola di Alessandro, V sec., che fondò un monastero o Eirenàion, luogo di pace, sull’Eufrate, poi a Costantinopoli), dovevano essere svegli per cantare continuamente le lodi del Signore: a tal fine, essi si davano dei turni, in modo che ci fosse sempre qualcuno in preghiera, senza interruzione. In seguito, anche in altri monasteri, questa modalità venne seguita, ad es. nel grande monastero di Cluny, assicurando così una preghiera  perenne.  Altra procedura fu quella seguita dagli “esicasti”. L’esicasmo (dal gr. hesychìa = quiete) è la grande corrente di spiritualità che, sviluppatasi nell’Oriente cristiano e accolta poi sul Monte Athos, si diffuse successivamente anche in Russia. Va ricordata l’enorme importanza che ebbe la pubblicazione della Philokalia (antologia di testi dei Padri e degli autori esicasti), avvenuta per la prima volta a Venezia, nel 1782, nonché del libro anonimo intitolato Racconti di un pellegrino russo, fonte di grandissimo valore per la conoscenza dell’esperienza di vita improntata alla pratica della preghiera esicasta. Fuge, tace, quiesce sintetizza il programma di vita che S. Arsenio il Grande (†455) è invitato dal cielo a seguire, e che tutti gli esicasti devono attuare, al fine di raggiungere l’unione contemplativa con Dio: fuge è, infatti, l’isolarsi per evitare il contatto con gli altri, i rumori, le situazioni che impediscano l’unione con Dio e la conservazione di tale unione; tace è rappresentato dal silenzio o solitudine verbale, che evita le parole inutili, le chiacchiere, i pettegolezzi; quiesce è la tranquillità, lo star seduti in serenità e pace, nel silenzio del cuore e della mente, non avendo quei molesti interlocutori interiori rappresentati dai “cattivi” pensieri. L’esychia viene a coincidere quindi con l’eremia, con la vita solitaria, nella sua accezione più ampia. Al  monaco che si sia ritirato in solitudine e concentrato sul cosiddetto “luogo del cuore”, Niceforo (del Monte Athos; †1300?) raccomanda: «tu non devi tacere e stare inattivo, ma avere come opera e invocazione incessante, la preghiera: “Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, pietà di me”». Così egli rimarrà stabile nel desiderio di Dio e inaccessibile agli assalti del nemico, cioè dei demoni, intenti a ostacolare coloro che si erano assunti il compito da essi svolto prima della caduta.  Ma, come ha ben evidenziato il Buddha nel Culasunnatasutta [Piccolo discorso sulla vacuità], neppure l’esperienza mistica può sottrarsi, in quanto fenomeno privo di esistenza inerente, alla “transitorietà”: anche la concentrazione mentale più elevata è, infatti, “determinata ed escogitata” e tutto ciò che è determinato ed escogitato è impermanente e destinato a finire. I metodi a cui si è accennato sopra cercavano appunto di tenere conto dei limiti che si incontrano nell’esercizio di una pratica che si vorrebbe incessante.        Come si presenta poi questa esigenza nella prospettiva del buddhismo mahayana, secondo il quale il Nirvana coincide col nirvana e si pone al di là del dualismo egocentrismo-distacco? Abbiamo visto come Dogen ribadisca l’importanza della pratica incessante e come, nello zen e in altre scuole, venga esercitata un’attenzione la più spinta possibile a tutto ciò che accade nel trascorrere della giornata: attenzione continua al fenomeno, eventualmente sostenuta dalla tecnica del “nominare” e dalla ripetizione di formule. Ma per sottrarsi alla secolarizzazione dell’attenzione e perché la consapevolezza possa tramutarsi in saggezza, il “segreto” sarà quello di vedere l’infinito nel finito
, l’illimitato nel circoscritto, la totalità nel frammento
…: in una parola, nel vedere il fenomeno come “ierofania”, nel sentimento transpersonale della trascendenza: era anche il percorso platonico della “seconda navigazione”, che conduce al trascendimento della sfera del sensibile e porta al soprasensibile («Anche l’uomo illuminato resta quello che è e che non è mai nulla di più del suo Io limitato di fronte a Colui che vive in lui e la cui forma non ha frontiere riconoscibili, che lo racchiude da ogni lato, profondo come le fondamenta della terra e spazioso come l’immensità del cielo», Jung), in quella che mi piace chiamare “spiritualità del finito”, dotata di una mente come quella che crea gli haiku, guarda all’emergere del quotidiano e, tra detto e non-detto, ne coglie l’essenziale. Pur soggetta alla “intermittenza del cuore” (e del corpo), la pratica dell’attenzione riporterà alla totalità il particolare, abbandonando la (ingannevole) sequenza libertà-responsabilità-colpa (tutto viene “da lontano”), consapevole del mistero e impegnata nella costruzione di momenti di “compiutezza” (valori), pur se costruiti con i “materiali” del finito, nella prospettiva di un umanesimo, “tragico” nella sua mancanza di “provvidenziali” rassicurazioni esterne, ma capace di offrire un fondamento alla dignità e al senso della vita, nel riconoscimento della funzione che il soggetto ha nel macrocosmo   («Per quanto ci è dato conoscere, l’unico significato dell’esistenza umana è di accendere una luce nelle tenebre del puro essere», Jung). Riuscire a vedere “diversamente” le cose è fare “l’esperienza di Dio” ogni giorno. “Vedere”, diceva poeticamente Henri Matisse: «Avete visto gli acanti, nella scarpata che costeggia la strada?»

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