Il 21 Marzo, equinozio di Primavera, ricorre NOWROOZ, il capodanno persiano condiviso da molte tradizioni

IL CAPODANNO PERSIANO – il NOWROOZ

di Tiziana Ciavardini

Il messaggio del NOWROOZ è universale, basato sulla convivenza civile tra i popoli, sul superamento dei pregiudizi e sulla salvaguardia della giustizia e della pace.

Seppur legata alle antiche vestigia del passato Mazdeo e Zoroastriano dell’Iran la celebrazione Nowrooz, ovvero il capodanno Iraniano, non è religiosa, né di natura nazionale, né è una festa etnica. Gli ebrei, i zoroastriani, gli armeni, i turchi e gli iraniani stessi celebrano in Iran questa festivitá con lo stesso entusiasmo e con grande senso di appartenenza. La parola “Nowrooz” è composta da due parole persiane, “ora”, che ha la stessa etimologia della parola inglese “nuovo” e la parola “ruz”, che significa sia “giorno” che “tempo”. Letteralmente significa “nuovo giorno”, ma Nowrooz viene solitamente tradotto come “nuovo anno”. Questa festa, che non è presente nel calendario lunare islamico, inizia il 21 marzo nell’equinozio di primavera. Della durata di circa due settimane, è la più lunga di tutte le feste iraniane e i rituali in essa espressi sono ricchi di simbolismo. Due settimane prima del Nowrooz ogni famiglia cresce tradizionalmente un piatto di germogli di grano, orzo o lenticchie come presagi di un buon raccolto o come segni di fecondità. La tradizione vuole che le celebrazioni del Now Rooz si aprano quasi 2 settimane prima del capodanno con una pulizia a fondo della casa chiamata Khane tekani.

La sera dell’ultimo martedì dell’anno si celebra il Chahar Shanbeh Suri ovvero il salto sui fuochi. In varie zone della cittá vengono allestiti dei faló, spesso nei giardini privati delle case o fuori delle proprie abitazioni oppure sopra i tetti dei grandi palazzi. Il numero dei faló cambia a seconda delle varie interpretazioni. Alcuni sostengono debbano essere tre poichè rappresentano i tre valori sacri, tra cui: buoni pensieri, buone parole e buone azioni. Un falò può essere fatto anche in un solo punto e questo indicherebbe l’unità e la solidarietà di Ahura Mazda (dio della religione Zorastriana). Altri sostengono che i fuochi debbano essere sette, poiché il sette é numero sacro. É un rituale al quale possono partecipare tutti ma sono soprattutto i giovani che organizzano queste riunioni tra amici. Ragazzi e ragazze cercano di spiccare salti altissimi per superare le fiamme dei grandi falò gridando: “Sorkhi-e per l’uomo az, Zardi-e uomo az a”, che letteralmente significa “Dammi il tuo rossore e porta via la mia carnagione olivastra invernale o riprendi il mio pallore malsano giallo!” . L’auspicio è che il fuoco assorba le negatività (il giallo ) e dia in cambio l’energia e la vitalità (il rosso). L’essenza di questa tradizione è quella di voler rendere grazie per la salute dell’anno che sta per terminare scambiando il pallore dell’inverno con il calore e la vivacità del fuoco. Attraverso questa cerimonia la gente fa un falò di tutti i propri errori e disgrazie, si perdona e si chiede perdono per l’umanità. Le fiamme di questi falò devono raggiungere il mondo celeste per poter ottenere dai propri antenati la speranza come atto di clemenza per combattere il male (Ahriman) e attraverso la purezza raggiungere il bene (AhuraMazda).

La sera di Chorshambe Sori gli iraniani ancora oggi si affidano al rito del Fal-Goosh ovvero il metodo divinatorio per interpretare la propria fortuna ascoltando segretamente le conversazioni dei passanti. Gli iraniani credono che tutti i desideri si possano realizzare in questa notte. Per questo, gli adolescenti o le donne non sposate si stringono negli angoli di vicoli bui, o dietro i muri ad ascoltare le conversazioni dei passanti. Il contenuto della prima frase di una conversazione è considerato come un presagio (FAL) per il futuro.

In ogni abitazione si imbandisce il tavolo del “Hàft Sin” (Hàft=sette Sin=’S’), si tratta di sette oggetti simbolici, il cui nome inizia con la “S”.

I sette oggetti sono:  

1.      Sabzeh – i semi germogliati che rappresentano la rinascita

2.      Sib – la mela rossa il primo frutto di Adamo ed Eva simbolo di fertilità

3.      Sombol – il fiore del giacinto che simboleggia la bellezza e l’arrivo della primavera

4.      Somagh  – le bacche di sommacco che rappresentano il colore del sole

5.      Sir – l’aglio contro i demoni ma anche simbolo della medicina

6.      Serkeh – l’aceto il simbolo delle molte trasformazioni nella vita

7.      Sekkeh – le monete che rappresentano la prosperità e la ricchezza

Sulla tavola vengono posti anche il libro Sacro della famiglia: i musulmani mettono una copia del Corano, gli zoroastriani una copia dell’Avesta, i cristiani la Bibbia e gli ebrei la Torah per invocare la benedizione dell’anno nuovo; alcuni mettono i libri dei grandi poeti come Ferdousi.

Vengono messi dei pesci rossi che simboleggiano la vita e anche uno specchio (Ayne) che riflette l’immagine dell’anima e vede il futuro. Completano la tavola delle  candele che rappresentano la luce della vita, e un uovo colorato per ogni membro della famiglia che simboleggia  la varietà delle razze umane considerate tutte uguali davanti al Creatore. Ci si riunisce attorno alla tavola tenendosi per mano e, mentre si attende il preciso istante in cui avviene l’Equinozio, momento che varia ogni anno, per buon auspicio, si tiene in bocca qualche cosa di dolce e una monetina stretta in mano. Al momento della transizione nel nuovo anno Sal Tahvil, tutti si abbracciano, si fanno gli auguri e si scambiano regali.

I primi tredici giorni dell’anno sono un momento di gioia. I bambini pensano solo di gioco e adulti di visitare l’un l’altro. Il vero scopo di questi giorni felici è quello di ritrovare un originario stato di purezza e di uguaglianza. I rapporti con gli amici e vicini di casa si rinnovano e si rinsaldano. Le due settimane delle celebrazioni del nowrooz si concludono il tredicesimo giorno chiamato Seezdah Bedar. Questa celebrazione deriva dalla convinzione degli antichi persiani che le dodici costellazioni dello zodiaco controllassero i mesi dell’anno, al termine del quale, il cielo e la terra crollarono nel caos. Quindi, Nowrooz dura dodici giorni e il tredicesimo giorno rappresenta il tempo del caos in cui le famiglie devono mettere l’ordine da parte e evitare la sfortuna associata al numero tredici. Per questo tutte le famiglie trascorrono la giornata all’aria aperta e soprattutto fuori della propria abitazione. In questo tredicesimo giorno la piantina di sabzeh di germogli coltivata ​​per la Haft Seen (che ha simbolicamente raccolto tutta la fortuna malattia e male) si butta via in acqua corrente per esorcizzare i demoni (div). É anche consuetudine per le giovani donne nubili  legare le foglie del sabzeh, prima di disfarsene, che simboleggia il desiderio di sposarsi prima del prossimo anno.

Haji FirouzNei giorni precedenti al Nowrooz sulle strade della capitale é  possibile incontrare l’Haji Firouz un menestrello vestito di rosso con cappelli neri a punta, vesti colorate e viso tinto col carbone. Gli Haji Firouz spesso suonano dei tamburelli e a volte sono in compagnia di qualche comico amico che lo aiuta a far ridere i passanti. La leggenda narra di un uomo vestito di rosso che camminava per le strade cantando strofe di buon augurio per salutare l’anno nuovo ed informare il popolo dell’arrivo della primavera. La gente in cambio della buona notizia lo compensava dandogli cibo o monete. Tuttora Haji Firouz simboleggia la rinascita del dio sumero del sacrificio, Domuzi, che viene ucciso alla fine di ogni anno per poi rinascere all’inizio del nuovo anno. Il colore nero del viso di Haji Firuz si è pensato derivi da tempi antichi, quando l’intrattenimento veniva fornito dagli schiavi neri che, con i loro accenti piuttosto “strani” per i Persiani facevano molto ridere la gente e i bambini.

Auguri a papa Francesco per il primo anniversario di Pontificato

Nell’esprimere la nostra gratitudine a Papa Francesco per il suo forte ed incisivo contributo al dialogo interreligioso ed alla promozione della pace, vogliamo condividere queste sue parole in merito all’approccio alle situazioni conflittuali, riportate nella sua Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium.

Foto: UN ANNO CON FRANCESCO domani sarà un anno.<br /><br /><br /><br /><br /><br /><br /><br />
Elezione di Papa Francesco (13.03.13 - 13.03.14).

 L’unità prevale sul conflitto

Il conflitto non può essere ignorato o dis­simulato. Dev’essere accettato. Ma se rimaniamo intrappolati in esso, perdiamo la prospettiva, gli orizzonti si limitano e la realtà stessa resta fram­mentata. Quando ci fermiamo nella congiuntura conflittuale, perdiamo il senso dell’unità profon­da della realtà.

Di fronte al conflitto, alcuni semplicemen­te lo guardano e vanno avanti come se nulla fos­se, se ne lavano le mani per poter continuare con la loro vita. Altri entrano nel conflitto in modo tale che ne rimangono prigionieri, perdono l’o­rizzonte, proiettano sulle istituzioni le proprie confusioni e insoddisfazioni e così l’unità diventa impossibile. Vi è però un terzo modo, il più ade­guato, di porsi di fronte al conflitto. È accettare di sopportare il conflitto, risolverlo e trasformar­lo in un anello di collegamento di un nuovo pro­cesso. « Beati gli operatori di pace » (Mt 5,9).

In questo modo, si rende possibile svi­luppare una comunione nelle differenze, che può essere favorita solo da quelle nobili persone che hanno il coraggio di andare oltre la superfi­cie conflittuale e considerano gli altri nella loro dignità più profonda. Per questo è necessario postulare un principio che è indispensabile per costruire l’amicizia sociale: l’unità è superiore al conflitto. La solidarietà, intesa nel suo significato più profondo e di sfida, diventa così uno stile di costruzione della storia, un ambito vitale dove i conflitti, le tensioni e gli opposti possono rag­giungere una pluriforme unità che genera nuo­va vita. Non significa puntare al sincretismo, né all’assorbimento di uno nell’altro, ma alla risolu­zione su di un piano superiore che conserva in sé le preziose potenzialità delle polarità in contrasto.

      


 

Chiara Lubich verrà ricordata in molte città del mondo nel 6° anniversario della sua morte

Il 20 marzo a Roma, personalità di diverse religioni a Convegno rifletteranno su                “Chiara e le Religioni. Insieme verso l’unità della famiglia umana”.

 Un’ampia riflessione sta attraversando l’attuale dibattito sul contributo che la donna può e deve dare alla vita della Chiesa. È a questo proposito che spesso viene chiamata in causa Chiara Lubich, morta il 14 marzo 2008, per il suo patrimonio di spiritualità, di pensiero e di opere. Il 6° anniversario della sua morte verrà ricordata in molte città del mondo sotto diversi profili e per confrontarsi con la sua eredità.

Sul suo contributo all’incremento del dialogo ecumenico si rifletterà a Pretoria (Sudafrica) con il Dr Kobus Gerber, Segretario Generale della Dutch Reformed Church, come pure a Melbourne (Australia) e altrove. Il tema della famiglia, una delle passioni della Lubich, sarà al centro di manifestazioni a Lussemburgo, Lublino (Polonia) e Siviglia (Spagna), in vista anche del Sinodo straordinario ad ottobre in Vaticano. Una via cittadina le verrà intitolata a Porto Alegre (Brasile), mentre a Perugia (Italia) ne sarà dedicata un’altra alla beata Chiara Luce Badano, figlia spirituale della Lubich. Eventi di carattere ecclesiale o culturale, presentazioni di libri, concerti musicali si terranno da molte parti. Moltissime le comunità dei Focolari che si raccoglieranno per ringraziare Dio d’aver dato Chiara Lubich in dono all’umanità, in piccoli centri come nelle metropoli, spesso insieme ai vescovi, come a Sidney (Australia) con il cardinale Pell, a Wellington (Nuova Zelanda) con l’arcivescovo Dew, a Olomuc (Cechia) con l’arcivescovo Graubner, a Mestre con il Patriarca di Venezia mons. Moraglia o a Lisbona (Portogallo) con il Patriarca mons. Clemente. Del suo contributo al dialogo interreligioso si parlerà al Noor Center, Centro Islamico di Toronto (Canada), a Montevideo (Uruguay) e in molte altre città dell’Europa, Medio Oriente e Africa.

Chiara e le Religioni. Insieme verso l’unità della famiglia umana” sarà il tema del convegno di giovedì 20 marzo a Roma, presso l’Aula Magna della Pontificia Università Urbaniana. Un ricordo della Lubich tracciato da personalità di varie religioni, che hanno avuto un contatto personale con lei.  Si svolgerà a conclusione di un simposio interreligioso di tre giorni, a Castelgandolfo, con la partecipazione di cristiani e fedeli di altre tradizioni religiose, quali ebraismo, islam, induismo, buddhismo, shintoismo, sikhismo.

Questo 6° anniversario porta in filigrana lo svolgersi delle fasi preliminari della causa di beatificazione di Chiara Lubich, dopo che il 7 dicembre 2013, Maria Voce, attuale Presidente dei Focolari, ne ha firmato la richiesta formale al vescovo di Frascati, mons. Raffaello Martinelli. Un atto – aveva detto allora Voce rivolgendosi al Movimento – che «invita tutti noi a una santità ancora più grande, a costruirla giorno per giorno nella nostra vita, per contribuire a far emergere quella “santità di popolo” a cui Chiara tendeva». Diversi gli atti procedurali compiuti in questi tre mesi da mons. Martinelli, tra cui l’approvazione della nomina del postulatore fatta dall’attore della causa, e successivamente l’approvazione delle nomine di due vice-postulatori, e le nomine rispettive dei censori teologi, della commissione storica e di un tribunale ad hoc che provvederà a raccogliere testimonianze e prove che altrimenti potrebbero perdersi.

invito_20 marzo

Victoria Gómez (+39) 335 7003675

Benjamim Ferreira (+39) 348 4754063

Le donne e la forza del dialogo: incontro con donne ebree, musulmane e cristiane presso la sede UCEI di Roma

 

SONY DSC“Valorizzare la foresta che cresce invece dell’albero che cade”. È l’immagine evocata da Eva Ruth Palmieri, consigliera e coordinatrice della Commissione Minoranze UCEI, nell’inquadrare l’impegno di chi, in Israele e in Medio Oriente, porta avanti progetti per l’incontro, il dialogo e la conoscenza reciproca tra diverse culture e religioni. Un impegno che è stato al centro di un incontro sulla leadership femminile svoltosi al Centro Bibliografico UCEI per iniziativa della stessa Palmieri e della consigliera e coordinatrice della Commissione Educazione, Daniela Pavoncello. Organizzato in collaborazione con Religions for Peace, l’incontro ha visto la presenza di una folta delegazione di donne  ebree , musulmane e cristiane,  impegnate in un processo di avvicinamento e di conoscenza reciproca delle rispettive comunità  che vivono in due centri distanti cinque chilometri nel nord di Israele (regione della Galilea), a partire dalla propria esperienza di donne che condividono esigenze comuni ed aspettative di convivenza pacifica e prospera per sè, per i propri figli e per le proprie famiglie.

  L’incontro stesso è stato aperto da un intervento del presidente dell’Unione, Renzo Gattegna, che che ha sottolineato il ruolo sempre più attivo che è lecito auspicare per le donne nel contesto internazionale e nelle specificità dei singoli paesi. Un risultato possibile anche in considerazione, ha affermato il presidente UCEI, di un mondo “che sta cambiando” e che sembra offrire in questo senso nuove e preziose opportunità. “Dalle donne – ha quindi affermato Luigi De Salvia, presidente di Religions for Peace – ci viene trasmessa una grande forza. È la forza della saggezza e della pazienza, due qualità che noi  uomini dovremmo apprendere”. Quattro le sessioni in cui sono stati suddivisi i lavori (Scambio e confronto sui modelli di leadership femminile con coordinatrici Claudia Massa, Eman Yassin e Merav Sela; Heart’s music for peace, coordinatrice Elena Benigni; danze etniche e linguaggio del corpo nella comunicazione interpersonale, coordinatrici Nidal Kananh e Zahava Marom). L’evento si è concluso con un momento di confronto e dibattito sulle varie esperienze personali. “Questa iniziativa – ha sottolineato Pavoncello – nasce all’interno del progetto di educazione al dialogo sostenuto dall’UCEI e si richiama ad alcuni valori fondamentali quali integrazione e inclusione e, allo stesso tempo, lotta ad ogni forma di razzismo, antisemitismo, xenofobia”. Tra le ispiratrici dell’iniziativa l’educatrice italo-israeliana Angelica Calò Livne, da anni protagonista – assieme all’Adei Wizo – del laboratorio per le scuole “Una cultura in tante culture” che tanti istituti, da Nord a Sud, ha toccato su tutto il territorio nazionale.

(5 marzo 2014).