Suite del Mediterraneo

concerto di Natale

Mercoledì 18 dicembre, alle 21.00 presso la Chiesa di Santa Lucia della Tinta sarà eseguito il Concerto di Natale “Suite del Mediterraneo”, coorganizzato con Religions for Peace in Italia. Il concerto sarà eseguito dall’Ensemble Interculturale.

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO PER LA CELEBRAZIONE DELLA GIORNATA MONDIALE DELLA PACE (1° GENNAIO 2014)

FRATERNITÀ, FONDAMENTO E VIA PER LA PACE

1. In questo mio primo Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, desidero rivolgere a tutti, singoli e popoli, l’augurio di un’esistenza colma di gioia e di speranza. Nel cuore di ogni uomo e di ogni donna alberga, infatti, il desiderio di una vita piena, alla quale appartiene un anelito insopprimibile alla fraternità, che sospinge verso la comunione con gli altri, nei quali troviamo non nemici o concorrenti, ma fratelli da accogliere ed abbracciare.

Infatti, la fraternità è una dimensione essenziale dell’uomo, il quale è un essere relazionale. La viva consapevolezza di questa relazionalità ci porta a vedere e trattare ogni persona come una vera sorella e un vero fratello; senza di essa diventa impossibile la costruzione di una società giusta, di una pace solida e duratura. E occorre subito ricordare che la fraternità si comincia ad imparare solitamente in seno alla famiglia, soprattutto grazie ai ruoli responsabili e complementari di tutti i suoi membri, in particolare del padre e della madre. La famiglia è la sorgente di ogni fraternità, e perciò è anche il fondamento e la via primaria della pace, poiché, per vocazione, dovrebbe contagiare il mondo con il suo amore.

Il numero sempre crescente di interconnessioni e di comunicazioni che avviluppano il nostro pianeta rende più palpabile la consapevolezza dell’unità e della condivisione di un comune destino tra le Nazioni della terra. Nei dinamismi della storia, pur nella diversità delle etnie, delle società e delle culture, vediamo seminata così la vocazione a formare una comunità composta da fratelli che si accolgono reciprocamente, prendendosi cura gli uni degli altri. Tale vocazione è però ancor oggi spesso contrastata e smentita nei fatti, in un mondo caratterizzato da quella “globalizzazione dell’indifferenza” che ci fa lentamente “abituare” alla sofferenza dell’altro, chiudendoci in noi stessi.

In tante parti del mondo, sembra non conoscere sosta la grave lesione dei diritti umani fondamentali, soprattutto del diritto alla vita e di quello alla libertà di religione. Il tragico fenomeno del traffico degli esseri umani, sulla cui vita e disperazione speculano persone senza scrupoli, ne rappresenta un inquietante esempio. Alle guerre fatte di scontri armati si aggiungono guerre meno visibili, ma non meno crudeli, che si combattono in campo economico e finanziario con mezzi altrettanto distruttivi di vite, di famiglie, di imprese.

La globalizzazione, come ha affermato Benedetto XVI, ci rende vicini, ma non ci rende fratelli.1 Inoltre, le molte situazioni di sperequazione, di povertà e di ingiustizia, segnalano non solo una profonda carenza di fraternità, ma anche l’assenza di una cultura della solidarietà. Le nuove ideologie, caratterizzate da diffuso individualismo, egocentrismo e consumismo materialistico, indeboliscono i legami sociali, alimentando quella mentalità dello “scarto”, che induce al disprezzo e all’abbandono dei più deboli, di coloro che vengono considerati “inutili”. Così la convivenza umana diventa sempre più simile a un mero do ut des pragmatico ed egoista.

In pari tempo appare chiaro che anche le etiche contemporanee risultano incapaci di produrre vincoli autentici di fraternità, poiché una fraternità priva del riferimento ad un Padre comune, quale suo fondamento ultimo, non riesce a sussistere.2 Una vera fraternità tra gli uomini suppone ed esige una paternità trascendente. A partire dal riconoscimento di questa paternità, si consolida la fraternità tra gli uomini, ovvero quel farsi “prossimo” che si prende cura dell’altro.

«Dov’è tuo fratello?» (Gen 4,9)

2. Per comprendere meglio questa vocazione dell’uomo alla fraternità, per riconoscere più adeguatamente gli ostacoli che si frappongono alla sua realizzazione e individuare le vie per il loro superamento, è fondamentale farsi guidare dalla conoscenza del disegno di Dio, quale è presentato in maniera eminente nella Sacra Scrittura.

Secondo il racconto delle origini, tutti gli uomini derivano da genitori comuni, da Adamo ed Eva, coppia creata da Dio a sua immagine e somiglianza (cfr Gen 1,26), da cui nascono Caino e Abele. Nella vicenda della famiglia primigenia leggiamo la genesi della società, l’evoluzione delle relazioni tra le persone e i popoli.

Abele è pastore, Caino è contadino. La loro identità profonda e, insieme, la loro vocazione, è quella di essere fratelli, pur nella diversità della loro attività e cultura, del loro modo di rapportarsi con Dio e con il creato. Ma l’uccisione di Abele da parte di Caino attesta tragicamente il rigetto radicale della vocazione ad essere fratelli. La loro vicenda (cfr Gen 4,1-16) evidenzia il difficile compito a cui tutti gli uomini sono chiamati, di vivere uniti, prendendosi cura l’uno dell’altro. Caino, non accettando la predilezione di Dio per Abele, che gli offriva il meglio del suo gregge – «il Signore gradì Abele e la sua offerta, ma non gradì Caino e la sua offerta» (Gen 4,4-5) – uccide per invidia Abele. In questo modo rifiuta di riconoscersi fratello, di relazionarsi positivamente con lui, di vivere davanti a Dio, assumendo le proprie responsabilità di cura e di protezione dell’altro. Alla domanda «Dov’è tuo fratello?», con la quale Dio interpella Caino, chiedendogli conto del suo operato, egli risponde: «Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello?» (Gen 4,9). Poi, ci dice la Genesi, «Caino si allontanò dal Signore» (4,16).

Occorre interrogarsi sui motivi profondi che hanno indotto Caino a misconoscere il vincolo di fraternità e, assieme, il vincolo di reciprocità e di comunione che lo legava a suo fratello Abele. Dio stesso denuncia e rimprovera a Caino una contiguità con il male: «il peccato è accovacciato alla tua porta» (Gen 4,7). Caino, tuttavia, si rifiuta di opporsi al male e decide di alzare ugualmente la sua «mano contro il fratello Abele» (Gen 4,8), disprezzando il progetto di Dio. Egli frustra così la sua originaria vocazione ad essere figlio di Dio e a vivere la fraternità.

Il racconto di Caino e Abele insegna che l’umanità porta inscritta in sé una vocazione alla fraternità, ma anche la possibilità drammatica del suo tradimento. Lo testimonia l’egoismo quotidiano, che è alla base di tante guerre e tante ingiustizie: molti uomini e donne muoiono infatti per mano di fratelli e di sorelle che non sanno riconoscersi tali, cioè come esseri fatti per la reciprocità, per la comunione e per il dono.

«E voi siete tutti fratelli» (Mt 23,8)

3. Sorge spontanea la domanda: gli uomini e le donne di questo mondo potranno mai corrispondere pienamente all’anelito di fraternità, impresso in loro da Dio Padre? Riusciranno con le loro sole forze a vincere l’indifferenza, l’egoismo e l’odio, ad accettare le legittime differenze che caratterizzano i fratelli e le sorelle?

Parafrasando le sue parole, potremmo così sintetizzare la risposta che ci dà il Signore Gesù: poiché vi è un solo Padre, che è Dio, voi siete tutti fratelli (cfr Mt 23,8-9). La radice della fraternità è contenuta nella paternità di Dio. Non si tratta di una paternità generica, indistinta e storicamente inefficace, bensì dell’amore personale, puntuale e straordinariamente concreto di Dio per ciascun uomo (cfr Mt 6,25-30). Una paternità, dunque, efficacemente generatrice di fraternità, perché l’amore di Dio, quando è accolto, diventa il più formidabile agente di trasformazione dell’esistenza e dei rapporti con l’altro, aprendo gli uomini alla solidarietà e alla condivisione operosa.

In particolare, la fraternità umana è rigenerata in e da Gesù Cristo con la sua morte e risurrezione. La croce è il “luogo” definitivo di fondazione della fraternità, che gli uomini non sono in grado di generare da soli. Gesù Cristo, che ha assunto la natura umana per redimerla, amando il Padre fino alla morte e alla morte di croce (cfr Fil 2,8), mediante la sua risurrezione ci costituisce come umanità nuova, in piena comunione con la volontà di Dio, con il suo progetto, che comprende la piena realizzazione della vocazione alla fraternità.

Gesù riprende dal principio il progetto del Padre, riconoscendogli il primato su ogni cosa. Ma il Cristo, con il suo abbandono alla morte per amore del Padre, diventa principio nuovo e definitivo di tutti noi, chiamati a riconoscerci in Lui come fratelli perché figli dello stesso Padre. Egli è l’Alleanza stessa, lo spazio personale della riconciliazione dell’uomo con Dio e dei fratelli tra loro. Nella morte in croce di Gesù c’è anche il superamento della separazione tra popoli, tra il popolo dell’Alleanza e il popolo dei Gentili, privo di speranza perché fino a quel momento rimasto estraneo ai patti della Promessa. Come si legge nella Lettera agli Efesini, Gesù Cristo è colui che in sé riconcilia tutti gli uomini. Egli è la pace, poiché dei due popoli ne ha fatto uno solo, abbattendo il muro di separazione che li divideva, ovvero l’inimicizia. Egli ha creato in se stesso un solo popolo, un solo uomo nuovo, una sola nuova umanità (cfr 2,14-16).

Chi accetta la vita di Cristo e vive in Lui, riconosce Dio come Padre e a Lui dona totalmente se stesso, amandolo sopra ogni cosa. L’uomo riconciliato vede in Dio il Padre di tutti e, per conseguenza, è sollecitato a vivere una fraternità aperta a tutti. In Cristo, l’altro è accolto e amato come figlio o figlia di Dio, come fratello o sorella, non come un estraneo, tantomeno come un antagonista o addirittura un nemico. Nella famiglia di Dio, dove tutti sono figli di uno stesso Padre, e perché innestati in Cristo, figli nel Figlio, non vi sono “vite di scarto”. Tutti godono di un’eguale ed intangibile dignità. Tutti sono amati da Dio, tutti sono stati riscattati dal sangue di Cristo, morto in croce e risorto per ognuno. È questa la ragione per cui non si può rimanere indifferenti davanti alla sorte dei fratelli.

La fraternità, fondamento e via per la pace

4. Ciò premesso, è facile comprendere che la fraternità è fondamento e via per la pace. Le Encicliche sociali dei miei Predecessori offrono un valido aiuto in tal senso. Sarebbe sufficiente rifarsi alle definizioni di pace della Populorum progressio di Paolo VI o della Sollicitudo rei socialis di Giovanni Paolo II. Dalla prima ricaviamo che lo sviluppo integrale dei popoli è il nuovo nome della pace.3 Dalla seconda, che la pace è opus solidaritatis. 4.Paolo VI afferma che non soltanto le persone, ma anche le Nazioni debbono incontrarsi in uno spirito di fraternità. E spiega: «In questa comprensione e amicizia vicendevoli, in questa comunione sacra noi dobbiamo […] lavorare assieme per edificare l’avvenire comune dell’umanità».5 Questo dovere riguarda in primo luogo i più favoriti. I loro obblighi sono radicati nella fraternità umana e soprannaturale e si presentano sotto un triplice aspetto: il dovere di solidarietà, che esige che le Nazioni ricche aiutino quelle meno progredite; il dovere di giustizia sociale, che richiede il ricomponimento in termini più corretti delle relazioni difettose tra popoli forti e popoli deboli; il dovere di carità universale, che implica la promozione di un mondo più umano per tutti, un mondo nel quale tutti abbiano qualcosa da dare e da ricevere, senza che il progresso degli uni costituisca un ostacolo allo sviluppo degli altri.6

Così, se si considera la pace come opus solidaritatis, allo stesso modo, non si può pensare che la fraternità non ne sia il fondamento precipuo. La pace, afferma Giovanni Paolo II, è un bene indivisibile. O è bene di tutti o non lo è di nessuno. Essa può essere realmente conquistata e fruita, come miglior qualità della vita e come sviluppo più umano e sostenibile, solo se si attiva, da parte di tutti, «una determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune».7 Ciò implica di non farsi guidare dalla «brama del profitto» e dalla «sete del potere». Occorre avere la disponibilità a «”perdersi” a favore dell’altro invece di sfruttarlo, e a “servirlo” invece di opprimerlo per il proprio tornaconto. […] L’”altro” – persona, popolo o Nazione – [non va visto] come uno strumento qualsiasi, per sfruttare a basso costo la sua capacità di lavoro e la resistenza fisica, abbandonandolo poi quando non serve più, ma come un nostro “simile”, un “aiuto”».8

La solidarietà cristiana presuppone che il prossimo sia amato non solo come «un essere umano con i suoi diritti e la sua fondamentale eguaglianza davanti a tutti, ma [come] viva immagine di Dio Padre, riscattata dal sangue di Gesù Cristo e posta sotto l’azione permanente dello Spirito Santo»,9 come un altro fratello. «Allora la coscienza della paternità comune di Dio, della fraternità di tutti gli uomini in Cristo, “figli nel Figlio”, della presenza e dell’azione vivificante dello Spirito Santo, conferirà – rammenta Giovanni Paolo II – al nostro sguardo sul mondo come un nuovo criterio per interpretarlo»,10 per trasformarlo.

Fraternità, premessa per sconfiggere la povertà

5. Nella Caritas in veritate il mio Predecessore ricordava al mondo come la mancanza di fraternità tra i popoli e gli uomini sia una causa importante della povertà.11 In molte società sperimentiamo una profonda povertà relazionale dovuta alla carenza di solide relazioni familiari e comunitarie. Assistiamo con preoccupazione alla crescita di diversi tipi di disagio, di emarginazione, di solitudine e di varie forme di dipendenza patologica. Una simile povertà può essere superata solo attraverso la riscoperta e la valorizzazione di rapporti fraterni in seno alle famiglie e alle comunità, attraverso la condivisione delle gioie e dei dolori, delle difficoltà e dei successi che accompagnano la vita delle persone.

Inoltre, se da un lato si riscontra una riduzione della povertà assoluta, dall’altro lato non possiamo non riconoscere una grave crescita della povertà relativa, cioè di diseguaglianze tra persone e gruppi che convivono in una determinata regione o in un determinato contesto storico-culturale. In tal senso, servono anche politiche efficaci che promuovano il principio della fraternità, assicurando alle persone – eguali nella loro dignità e nei loro diritti fondamentali – di accedere ai “capitali”, ai servizi, alle risorse educative, sanitarie, tecnologiche affinché ciascuno abbia l’opportunità di esprimere e di realizzare il suo progetto di vita, e possa svilupparsi in pienezza come persona.

Si ravvisa anche la necessità di politiche che servano ad attenuare una eccessiva sperequazione del reddito. Non dobbiamo dimenticare l’insegnamento della Chiesa sulla cosiddetta ipoteca sociale, in base alla quale se è lecito, come dice san Tommaso d’Aquino, anzi necessario «che l’uomo abbia la proprietà dei beni»,12 quanto all’uso, li «possiede non solo come propri, ma anche come comuni, nel senso che possono giovare non unicamente a lui ma anche agli altri».13

Infine, vi è un ulteriore modo di promuovere la fraternità – e così sconfiggere la povertà – che dev’essere alla base di tutti gli altri. È il distacco di chi sceglie di vivere stili di vita sobri ed essenziali, di chi, condividendo le proprie ricchezze, riesce così a sperimentare la comunione fraterna con gli altri. Ciò è fondamentale per seguire Gesù Cristo ed essere veramente cristiani. È il caso non solo delle persone consacrate che professano voto di povertà, ma anche di tante famiglie e tanti cittadini responsabili, che credono fermamente che sia la relazione fraterna con il prossimo a costituire il bene più prezioso.

La riscoperta della fraternità nell’economia

6. Le gravi crisi finanziarie ed economiche contemporanee – che trovano la loro origine nel progressivo allontanamento dell’uomo da Dio e dal prossimo, nella ricerca avida di beni materiali, da un lato, e nel depauperamento delle relazioni interpersonali e comunitarie dall’altro – hanno spinto molti a ricercare la soddisfazione, la felicità e la sicurezza nel consumo e nel guadagno oltre ogni logica di una sana economia. Già nel 1979 Giovanni Paolo II avvertiva l’esistenza di «un reale e percettibile pericolo che, mentre progredisce enormemente il dominio da parte dell’uomo sul mondo delle cose, di questo suo dominio egli perda i fili essenziali, e in vari modi la sua umanità sia sottomessa a quel mondo, ed egli stesso divenga oggetto di multiforme, anche se spesso non direttamente percettibile, manipolazione, mediante tutta l’organizzazione della vita comunitaria, mediante il sistema di produzione, mediante la pressione dei mezzi di comunicazione sociale».14

Il succedersi delle crisi economiche deve portare agli opportuni ripensamenti dei modelli di sviluppo economico e a un cambiamento negli stili di vita. La crisi odierna, pur con il suo grave retaggio per la vita delle persone, può essere anche un’occasione propizia per recuperare le virtù della prudenza, della temperanza, della giustizia e della fortezza. Esse ci possono aiutare a superare i momenti difficili e a riscoprire i vincoli fraterni che ci legano gli uni agli altri, nella fiducia profonda che l’uomo ha bisogno ed è capace di qualcosa in più rispetto alla massimizzazione del proprio interesse individuale. Soprattutto tali virtù sono necessarie per costruire e mantenere una società a misura della dignità umana.

La fraternità spegne la guerra

7. Nell’anno trascorso, molti nostri fratelli e sorelle hanno continuato a vivere l’esperienza dilaniante della guerra, che costituisce una grave e profonda ferita inferta alla fraternità.

Molti sono i conflitti che si consumano nell’indifferenza generale. A tutti coloro che vivono in terre in cui le armi impongono terrore e distruzioni, assicuro la mia personale vicinanza e quella di tutta la Chiesa. Quest’ultima ha per missione di portare la carità di Cristo anche alle vittime inermi delle guerre dimenticate, attraverso la preghiera per la pace, il servizio ai feriti, agli affamati, ai rifugiati, agli sfollati e a quanti vivono nella paura. La Chiesa alza altresì la sua voce per far giungere ai responsabili il grido di dolore di quest’umanità sofferente e per far cessare, insieme alle ostilità, ogni sopruso e violazione dei diritti fondamentali dell’uomo.15

Per questo motivo desidero rivolgere un forte appello a quanti con le armi seminano violenza e morte: riscoprite in colui che oggi considerate solo un nemico da abbattere il vostro fratello e fermate la vostra mano! Rinunciate alla via delle armi e andate incontro all’altro con il dialogo, il perdono e la riconciliazione per ricostruire la giustizia, la fiducia e la speranza intorno a voi! «In quest’ottica, appare chiaro che nella vita dei popoli i conflitti armati costituiscono sempre la deliberata negazione di ogni possibile concordia internazionale, creando divisioni profonde e laceranti ferite che richiedono molti anni per rimarginarsi. Le guerre costituiscono il rifiuto pratico a impegnarsi per raggiungere quelle grandi mete economiche e sociali che la comunità internazionale si è data».16

Tuttavia, finché ci sarà una così grande quantità di armamenti in circolazione come quella attuale, si potranno sempre trovare nuovi pretesti per avviare le ostilità. Per questo faccio mio l’appello dei miei Predecessori in favore della non proliferazione delle armi e del disarmo da parte di tutti, a cominciare dal disarmo nucleare e chimico.

Non possiamo però non constatare che gli accordi internazionali e le leggi nazionali, pur essendo necessari ed altamente auspicabili, non sono sufficienti da soli a porre l’umanità al riparo dal rischio dei conflitti armati. È necessaria una conversione dei cuori che permetta a ciascuno di riconoscere nell’altro un fratello di cui prendersi cura, con il quale lavorare insieme per costruire una vita in pienezza per tutti. È questo lo spirito che anima molte delle iniziative della società civile, incluse le organizzazioni religiose, in favore della pace. Mi auguro che l’impegno quotidiano di tutti continui a portare frutto e che si possa anche giungere all’effettiva applicazione nel diritto internazionale del diritto alla pace, quale diritto umano fondamentale, pre-condizione necessaria per l’esercizio di tutti gli altri diritti.

La corruzione e il crimine organizzato avversano la fraternità

8. L’orizzonte della fraternità rimanda alla crescita in pienezza di ogni uomo e donna. Le giuste ambizioni di una persona, soprattutto se giovane, non vanno frustrate e offese, non va rubata la speranza di poterle realizzare. Tuttavia, l’ambizione non va confusa con la prevaricazione. Al contrario, occorre gareggiare nello stimarsi a vicenda (cfr Rm 12,10). Anche nelle dispute, che costituiscono un aspetto ineliminabile della vita, bisogna sempre ricordarsi di essere fratelli e perciò educare ed educarsi a non considerare il prossimo come un nemico o come un avversario da eliminare.

La fraternità genera pace sociale perché crea un equilibrio fra libertà e giustizia, fra responsabilità personale e solidarietà, fra bene dei singoli e bene comune. Una comunità politica deve, allora, agire in modo trasparente e responsabile per favorire tutto ciò. I cittadini devono sentirsi rappresentati dai poteri pubblici nel rispetto della loro libertà. Invece, spesso, tra cittadino e istituzioni, si incuneano interessi di parte che deformano una tale relazione, propiziando la creazione di un clima perenne di conflitto.

Un autentico spirito di fraternità vince l’egoismo individuale che contrasta la possibilità delle persone di vivere in libertà e in armonia tra di loro. Tale egoismo si sviluppa socialmente sia nelle molte forme di corruzione, oggi così capillarmente diffuse, sia nella formazione delle organizzazioni criminali, dai piccoli gruppi a quelli organizzati su scala globale, che, logorando in profondità la legalità e la giustizia, colpiscono al cuore la dignità della persona. Queste organizzazioni offendono gravemente Dio, nuocciono ai fratelli e danneggiano il creato, tanto più quando hanno connotazioni religiose.

Penso al dramma lacerante della droga, sulla quale si lucra in spregio a leggi morali e civili; alla devastazione delle risorse naturali e all’inquinamento in atto; alla tragedia dello sfruttamento del lavoro; penso ai traffici illeciti di denaro come alla speculazione finanziaria, che spesso assume caratteri predatori e nocivi per interi sistemi economici e sociali, esponendo alla povertà milioni di uomini e donne; penso alla prostituzione che ogni giorno miete vittime innocenti, soprattutto tra i più giovani rubando loro il futuro; penso all’abominio del traffico di esseri umani, ai reati e agli abusi contro i minori, alla schiavitù che ancora diffonde il suo orrore in tante parti del mondo, alla tragedia spesso inascoltata dei migranti sui quali si specula indegnamente nell’illegalità. Scrisse al riguardo Giovanni XXIII: «Una convivenza fondata soltanto su rapporti di forza non è umana. In essa infatti è inevitabile che le persone siano coartate o compresse, invece di essere facilitate e stimolate a sviluppare e perfezionare se stesse».17 L’uomo, però, si può convertire e non bisogna mai disperare della possibilità di cambiare vita. Desidererei che questo fosse un messaggio di fiducia per tutti, anche per coloro che hanno commesso crimini efferati, poiché Dio non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva (cfr Ez 18,23).

Nel contesto ampio della socialità umana, guardando al delitto e alla pena, viene anche da pensare alle condizioni inumane di tante carceri, dove il detenuto è spesso ridotto in uno stato sub-umano e viene violato nella sua dignità di uomo, soffocato anche in ogni volontà ed espressione di riscatto. La Chiesa fa molto in tutti questi ambiti, il più delle volte nel silenzio. Esorto ed incoraggio a fare sempre di più, nella speranza che tali azioni messe in campo da tanti uomini e donne coraggiosi possano essere sempre più sostenute lealmente e onestamente anche dai poteri civili.

La fraternità aiuta a custodire e a coltivare la natura

9. La famiglia umana ha ricevuto dal Creatore un dono in comune: la natura. La visione cristiana della creazione comporta un giudizio positivo sulla liceità degli interventi sulla natura per trarne beneficio, a patto di agire responsabilmente, cioè riconoscendone quella “grammatica” che è in essa inscritta ed usando saggiamente le risorse a vantaggio di tutti, rispettando la bellezza, la finalità e l’utilità dei singoli esseri viventi e la loro funzione nell’ecosistema. Insomma, la natura è a nostra disposizione, e noi siamo chiamati ad amministrarla responsabilmente. Invece, siamo spesso guidati dall’avidità, dalla superbia del dominare, del possedere, del manipolare, dello sfruttare; non custodiamo la natura, non la rispettiamo, non la consideriamo come un dono gratuito di cui avere cura e da mettere a servizio dei fratelli, comprese le generazioni future.

In particolare, il settore agricolo è il settore produttivo primario con la vitale vocazione di coltivare e custodire le risorse naturali per nutrire l’umanità. A tale riguardo, la persistente vergogna della fame nel mondo mi incita a condividere con voi la domanda: in che modo usiamo le risorse della terra? Le società odierne devono riflettere sulla gerarchia delle priorità a cui si destina la produzione. Difatti, è un dovere cogente che si utilizzino le risorse della terra in modo che tutti siano liberi dalla fame. Le iniziative e le soluzioni possibili sono tante e non si limitano all’aumento della produzione. E’ risaputo che quella attuale è sufficiente, eppure ci sono milioni di persone che soffrono e muoiono di fame e ciò costituisce un vero scandalo. È necessario allora trovare i modi affinché tutti possano beneficiare dei frutti della terra, non soltanto per evitare che si allarghi il divario tra chi più ha e chi deve accontentarsi delle briciole, ma anche e soprattutto per un’esigenza di giustizia e di equità e di rispetto verso ogni essere umano. In tal senso, vorrei richiamare a tutti quella necessaria destinazione universale dei beni che è uno dei principi-cardine della dottrina sociale della Chiesa. Rispettare tale principio è la condizione essenziale per consentire un fattivo ed equo accesso a quei beni essenziali e primari di cui ogni uomo ha bisogno e diritto.

Conclusione

10. La fraternità ha bisogno di essere scoperta, amata, sperimentata, annunciata e testimoniata. Ma è solo l’amore donato da Dio che ci consente di accogliere e di vivere pienamente la fraternità.

Il necessario realismo della politica e dell’economia non può ridursi ad un tecnicismo privo di idealità, che ignora la dimensione trascendente dell’uomo. Quando manca questa apertura a Dio, ogni attività umana diventa più povera e le persone vengono ridotte a oggetti da sfruttare. Solo se accettano di muoversi nell’ampio spazio assicurato da questa apertura a Colui che ama ogni uomo e ogni donna, la politica e l’economia riusciranno a strutturarsi sulla base di un autentico spirito di carità fraterna e potranno essere strumento efficace di sviluppo umano integrale e di pace.

Noi cristiani crediamo che nella Chiesa siamo membra gli uni degli altri, tutti reciprocamente necessari, perché ad ognuno di noi è stata data una grazia secondo la misura del dono di Cristo, per l’utilità comune (cfr Ef 4,7.25; 1 Cor 12,7). Cristo è venuto nel mondo per portarci la grazia divina, cioè la possibilità di partecipare alla sua vita. Ciò comporta tessere una relazionalità fraterna, improntata alla reciprocità, al perdono, al dono totale di sé, secondo l’ampiezza e la profondità dell’amore di Dio, offerto all’umanità da Colui che, crocifisso e risorto, attira tutti a sé: «Vi dò un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,34-35). È questa la buona novella che richiede ad ognuno un passo in più, un esercizio perenne di empatia, di ascolto della sofferenza e della speranza dell’altro, anche del più lontano da me, incamminandosi sulla strada esigente di quell’amore che sa donarsi e spendersi con gratuità per il bene di ogni fratello e sorella.

Cristo abbraccia tutto l’uomo e vuole che nessuno si perda. «Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui» (Gv 3,17). Lo fa senza opprimere, senza costringere nessuno ad aprirgli le porte del suo cuore e della sua mente. «Chi fra voi è il più grande diventi come il più piccolo e chi governa diventi come quello che serve» – dice Gesù Cristo – «io sono in mezzo a voi come uno che serve» (Lc 22,26-27). Ogni attività deve essere, allora, contrassegnata da un atteggiamento di servizio alle persone, specialmente quelle più lontane e sconosciute. Il servizio è l’anima di quella fraternità che edifica la pace.

Maria, la Madre di Gesù, ci aiuti a comprendere e a vivere tutti i giorni la fraternità che sgorga dal cuore del suo Figlio, per portare pace ad ogni uomo su questa nostra amata terra.

Dal Vaticano, 8 dicembre 2013

Il calendario multireligioso 2014

La sezione italiana di Religioni per la pace presenta per il quarto anno il calendario multireligioso. Vivace e di facile consultazione, è uno strumento di conoscenza dell’altro, di condivisione e integrazione

di Roberto Catalano

In un mondo sempre più globale, e quindi multiculturale e multireligioso, anche la scansione del tempo diventa inevitabilmente polifonica. Di certe feste, come il Diwali o il Ramadan, non si era mai sentito parlare fuori dai contesti indù e musulmani e, per quanto ci riguarda, noi italiani ne avevamo forse letto sui libri di scuola. Nulla più.

Oggi, invece, fanno parte del nostro quotidiano con le 4 milioni e trecentomila presenze provenienti dall’estero e residenti sul suolo italico. Se cambia la topografia della nostra popolazione, inevitabilmente cambiano anche le feste, le celebrazioni e le cadenze giornaliere, settimanali e mensili. O meglio, non cambiano, ma si arricchiscono di nuove entrate.

Il celebrare le feste degli altri e con loro le nostre è da sempre un processo integrativo sia a livello sociale che religioso. Per questo da vari anni sono nati tentativi di calendari che offrono uno spaccato del tempo vissuto secondo fedi e culture diverse, oggi sempre più conviventi. Particolare successo ha avuto e continua ad avere il tentativo della sezione italiana di Religioni per la pace, che anche per il 2014 ha pubblicato un calendario multireligioso particolarmente vivace e di facile consultazione. L’iniziativa è giunta al quarto anno ed è ormai entrata in molte scuole e in altre sedi istituzionali condivise. Molti sono anche i singoli che ne distribuiscono copie a vicini e conoscenti. Il calendario è efficace non solo per l’attraente policromia con cui si presenta, ma anche per la sua dimensione culturale divulgativa. Quà e là, nelle varie pagine, sono collocate citazioni di leader religiosi e delle Scritture delle varie tradizioni. Questo permette anche un approccio culturale di conoscenza dell’altro e della sua comunità.

Nei giorni scorsi il calendario multireligioso 2014 è stato presentato ufficialmente a Roma presso la Sala della Protomoteca, in Campidoglio, nel corso di una serata che ha raccolto circa centocinquanta partecipanti con un programma che comprendeva un saluto dell’assessore del Comune di Roma, Paolo Masini, brevi performance musicali di vari gruppi e riflessioni da parte di rappresentanti di diverse comunità religiose presenti nella capitale.

Nel corso della serata si è anche letta parte della Dichiarazione finale della IX Assemblea mondiale di Religioni per la pace, recentemente tenutasi a Vienna sul tema “Welcoming the other – A multireligious vision of peace”. Proprio a Vienna, riferisce Silvio Daneo, il dinamico protagonista di questa iniziativa all’interno del comitato italiano di Religioni per la Pace, «il calendario multireligioso stampato dalla nostra sezione italiana di Religioni per la Pace ha ottenuto un grande successo e vasto riconoscimento». Varie delegazioni – quella indiana, quella americana e quelle finlandese e sudafricana – hanno infatti chiesto di collaborare per poter diffondere l’iniziativa anche nei loro Paesi. Il calendario multireligioso italiano, per altro già stampato anche in inglese proprio a partire da quest’anno, diventa un’iniziativa internazionale per la promozione del riconoscimento e della valorizzazione dell’altro, delle sue celebrazioni e festività, per una vera conoscenza reciproca.

Ramadam, Veshak, Hanukah, Holi, Maha Shivratri entrano, quindi, nelle nostre case, insieme alle feste delle nostre culture e fedi per diventare patrimonio dell’umanità, come davvero sono.

Fonte: Città Nuova.it

DICHIARAZIONE FINALE IX Assemblea Mondiale RfP

Accogliere l’altro – Una visione multi-religiosa della Pace

IX Assemblea Mondiale di Religions for Peace

22 Novembre 2013

Vienna, Austria

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Noi – più di seicento guide religiose e persone di fede che rappresentano tutte le tradizioni religiose storiche e tutti i continenti del mondo – ci siamo riuniti a Vienna, in Austria, per la IX Assemblea Mondiale di Religions for Peace.

Proveniamo dalla famiglia mondiale di Religions for Peace formata da  90 consigli e gruppi  nazionali interreligiosi, cinque consigli continentali, un consiglio mondiale e reti internazionali di donne e di giovani di fede . Le nostre rispettive tradizioni religiose ci hanno chiamato a lavorare insieme per la pace.

Le precedenti assemblee mondiali di Religions for Peace ci hanno fatto individuare gli elementi positivi di Pace, le minacce alla Pace ed un consenso multireligioso frutto di valori condivisi in merito alla Pace. Ci impegniamo ad una azione comune animata da questi valori sui quali si fonda  l’imperativo ad  accogliere l’altro, che nella nostra visione della Pace è fondamentale.

Noi riaffermiamo gli elementi positivi della Pace che accomunano le nostre rispettive tradizioni:

–          La Pace è centrale nelle nostre religioni e le nostre diverse fedi ci obbligano a lavorare insieme per costruirla

–          L’amore, la compassione e l’onestà sono più forti dell’odio, dell’indifferenza e dell’inganno

–          Tutti gli uomini e le donne sono dotati di dignità umana, condividono una stessa identità umana, debbono prendersi cura l’uno dell’altro e sono chiamati a considerare i problemi affrontati dagli altri come i propri

–          Accettiamo la chiamata ad affiancare e sostenere chi è più vulnerabile, ed a promuovere società giuste ed armoniose

–          Consideriamo donne e uomini come partners uguali nei nostri sforzi per costruire  pace

–          I bambini rappresentano l’interesse preminente. Lo speciale stato dell’infanzia merita la nostra protezione e cura: dovrebbe avere la priorità nel ricevere le risorse delle nostre società

–          La trasformazione dei conflitti non violenti attraverso  il dialogo e la riconciliazione è alla base della costruzione della pace

–          L’uso delle armi nucleari e di tutte le armi di distruzione indiscriminata e di massa è immorale

–          Il progredire dello sviluppo umano e la protezione della terra fanno parte dell’impegno per la Pace.

Gli elementi positivi di Pace che condividiamo sono inseparabilmente legati alla nostra   comune chiamata  a confrontarci con le minacce alla Pace, che includono:

–          Il cattivo uso della religione  per avallare ogni forma di violenza compreso l’estremismo violento

–          La crisi spirituale  progressiva  che erode i valori che  sostengono la vita

–          La conflittualità violenta e la proliferazione di armi

–          Le ineguaglianze eccessive e crescenti, inclusa le violazione diffusa dei diritti fondamentali

–          La violenza contro le donne, l’abuso dei bambini e l’affievolirsi del sostegno alle famiglie

–          La povertà estrema, le malattie lasciate senza cura e la mancanza di opportunità su larga scala

–          Il degrado ambientale, l’esaurimento delle risorse naturali ed il  cambiamento climatico, ciascuno dei quali  minaccia la convivenza civile e lo  sviluppo dell’umanità.

Mentre riconosciamo che alcuni credenti tradiscono gli insegnamenti di pace delle loro fedi, non cessiamo per questo di impegnarci, in prima persona  e con le nostre comunità, per una cultura di Pace che faccia avanzare un benessere condiviso, fondato su un risanamento collettivo, sulla capacità di vivere insieme e su una sicurezza condivisa.

Ostilità Crescente

La IX Assemblea Mondiale di Religions for Peace richiama l’attenzione nei confronti di una nuova minaccia alla pace rappresentata da una crescente ostilità.

Siamo profondamente preoccupati per questa ostilità che va aumentando nella società, nonché  all’interno delle comunità religiose e fra le stesse. Essa rappresenta un’estensione dell’intolleranza e troppo spesso prende la forma della violenza. Vittime dell’ostilità sono spesso popolazioni vulnerabili, comprendendo in queste le minoranze etniche, religiose e linguistiche, nonché migranti, rifugiati, richiedenti asilo, profughi ed apolidi

Le ostilità emergono da tutti i settori della società:  governi, singoli individui, organizzazioni e gruppi sociali. Benché la libertà di religione e di credo sia sempre più valorizzata  internazionalmente,  tuttavia un numero crescente di  governi sta ponendo restrizioni sui credi e sulle pratiche religiose. Spesso alcune religioni sono collocate in una condizione  di inferiorità rispetto ad altre. La violenza settaria e tra comunità sta dividendo le società,  alimentando conflitti e distruggendo vite innocenti. L’ostilità sociale verso singoli e gruppi, alimentata da intolleranza e paura dell’altro, minaccia la dignità umana, il buon governo ed il benessere condiviso. Sempre  più, le persone sono perseguitate a causa della propria fede.

Intolleranza e violenza in tutte le loro manifestazioni sono ostacoli alla Pace. Esse aggravano in modo preoccupante  altre gravi minacce alla pace stessa. Le comunità religiose devono affrontare tali espressioni dell’ostilità verso l’altro come una minaccia urgente, ma anche come passaggio-chiave per contrastare altre minacce particolarmente critiche.

Accogliere l’altro – Una visione multireligiosa di Pace

La nostra visione multireligiosa di Pace include l’appello a tutte le persone di fede ad accogliere l’altro. Ciascuna delle nostre diverse tradizioni ci chiama ad una solidarietà profonda ed attiva, come pure ad un’empatia verso l’altro radicata in uno spirito di unità, valore profondamente sentito e condiviso fra le nostre comunità . Accogliere l’altro significa essenzialmente  rispetto ed accettazione reciproca.

Noi sosteniamo una forte promozione della tolleranza, un principio nutrito dal riconoscimento dei diritti umani universali, premessa  essenziale per accogliere l’altro.

Accogliere l’altro  rafforza e va oltre la tolleranza chiamando ogni comunità religiosa  a porsi con senso di solidarietà nei confronti della dignità, della vulnerabilità e del benessere dell’altro, con tutta la forza dei propri insegnamenti spirituali e morali. Tali insegnamenti sono specifici per ogni tradizione. Comprendono: l’impegno per la giustizia, la disponibilità a sacrificarsi per il bene degli altri, il farsi carico del dolore innocente, il rispondere al male con il bene, il cercare e diffondere perdono ed esprimere compassione senza esclusioni.

Accogliere l’altro  ci chiama a lavorare per procedere nella piena realizzazione della dignità umana attraverso una crescita integrale della persona.

In continuità con le precedenti Dichiarazioni dell’Assemblea, riconosciamo che accogliere l’altro invita ogni persona a cooperare, ad alimentare ed a custodire insieme il nostro bene comune, che include il rispetto della natura ed uno sviluppo in armonia con essa. La custodia della terra è un solenne dovere religioso.

Le comunità religiose, lavorando insieme, possono essere protagoniste  nel prevenire la violenza prima che esploda e la diffusione del conflitto quando questa si verifica, come pure guidare i propri membri nella ricostruzione delle società lacerate dalla guerra. Le risorse eccessive dedicate alle armi sarebbero meglio spese per alleviare la povertà, fare passi avanti nell’educazione e nell’assistenza sanitaria per tutti, nonché per affrontare le sfide ambientali. Accogliere l’altro  implica riuscire a vedere noi stessi gli uni negli altri. Per facilitare questo, dobbiamo insegnare ai nostri figli la non-violenza, le strategie di prevenzione dei conflitti ed il valore universale della Pace. La nostra comune visione positiva   della stessa rappresenta per noi il fondamento per il diritto umano alla Pace.

Possiamo accogliere l’altro facendo crescere una maggiore consapevolezza  del valore  della cittadinanza che riconosce i diritti umani fondamentali, tra i quali la libertà di religione e di fede.

Le comunità religiose accolgono l’altro quando lavorano insieme per far progredire uno sviluppo umano che rispetta la terra. Accogliere l’altro respinge ogni complicità nella distruzione della terra, che aggrava i disastri e le angosce umane. La salvaguardia dell’aria, del terreno e dell’acqua è essenziale per la sopravvivenza ed il benessere umano. Lo sviluppo dovrebbe onorare la continuità della vita, salvaguardando la natura a beneficio delle generazioni presenti e future.

Le nostre comunità religiose possono diventare centri di educazione religiosa sull’accoglienza dell’altro.   Per fare questo, dobbiamo recuperare i nostri specifici insegnamenti che ci sollecitano ad accogliere l’altro, diffonderli al nostro interno, tra i giovani in particolare, e metterli in pratica.

Le comunità religiose possono lavorare per invertire la crescente tendenza all’ostilità  verso l’altro facendo crescere  una visione multireligiosa della Pace ed attraverso una azione conseguente.

Specificamente, l’assemblea Mondiale di Religions for Peace  fa  appello a:

1)       Guide religiose e persone di fede per:

–          Onorare e proteggere la dignità umana ogni volta e dovunque è sotto attacco

–          Favorire una collaborazione tra donne ed uomini per tenere alta la dignità delle donne e delle ragazze, e lavorare insieme per prevenire la violenza contro di loro

–          Dare voce ad individui e gruppi vulnerabili ed a tutte le persone perseguitate o la cui esistenza è negata a causa della fede

–          Riconoscere che il benessere delle famiglie, come quello delle comunità, è il pre-requisito per il benessere dei bambini

–          Affrontare il tema delle responsabilità  dei cambiamenti climatici

–          Riconoscere il valore delle iniziative di base  gestite da giovani, orientate all’accoglienza dell’altro ed alla promozione di una Pace sostenibile

–          Promuovere i valori spirituali indispensabili per realizzare il bene comune

–          Rafforzare l’accettazione delle differenze nelle nostre comunità

–          Accogliere l’altro attraverso la preghiera ed il servizio

–          Coinvolgersi in associazioni con altri soggetti per promuovere l’accoglienza

–          Stimolare le potenzialità di reti interreligiose per accogliere l’altro, promuovendo la dignità umana, il bene comune e la cittadinanza attraverso un’azione concreta multi- religiosa.

 

2)          Governi, organizzazioni internazionali e società civile per:

–          Promuovere un modo di governare trasparente che assicuri e protegga la crescita complessiva del bene comune ed il pieno godimento dei diritti umani universali per tutti

–          Dare protezione legale alle vittime dell’intolleranza

–          Promuovere politiche sociali e norme legali che riconoscano la dignità dei migranti, dei rifugiati, dei richiedenti asilo, dei profughi e degli apolidi

–          Favorire  la cittadinanza che assicura la dignità umana e nello stesso tempo protegge la sicurezza ed il benessere di ogni persona, inclusa la libertà di religione e di fede ed altri diritti sia individuali che di gruppo, per la maggioranza come  per le minoranze

–          Assicurare la protezione dei luoghi di preghiera

–          Eliminare le armi nucleari  ed ogni arma di distruzione di massa, arginare la proliferazione di armi per uso personale

–          Promuovere una giustizia riabilitativa che faccia guarire sia le vittime sia i responsabili di conflitti violenti

–          Affrontare le minacce dell’esposizione e della contaminazione nucleare per proteggere tutte le realtà viventi e le future generazioni;

–          Dare sostegno e collaborare con le persone di fede, con le guide religiose, con le comunità e con le loro reti impegnate ad accogliere l’altro.

3)      Tutte le persone di buona volontà per:

–          Richiamare l’attenzione ed impegnarsi per eliminare ogni forma di intolleranza e di discriminazione da parte degli stati, di soggetti non statali, della società civile, dei gruppi e delle guide religiose e di singoli individui

–          Accogliere l’altro.

Noi, Delegati della IX Assemblea Mondiale di Religions for Peace, siamo uniti nell’impegno a resistere alle minacce contro la Pace che prendono la forma dell’ostilità verso l’altro e ad intraprendere azioni positive per accogliere l’altro attraverso la promozione di una vera crescita di tutti gli esseri umani. Questo duplice impegno e la corrispondente chiamata all’azione esprimono la nostra visione multireligiosa della Pace.

Vienna                                                                                                                                                    22 Novembre 2013