Gerusalemme 30 marzo 2014: DONNE DI FEDE PER LA PACE

muro occidentale gerusalemme e cupola della roccia Gerusalemme, città simbolo delle tre religioni monoteiste

Domenica 30 marzo 2014, 8 donne leader di 5 religioni della Terra Santa presenteranno la loro esperienza di dialogo e di riconciliazione, durante l’incontro “WOMEN OF FAITH FOR PEACE”, a partire dalle ore 15 presso The Jerusalem Cinemateque in Gerusalemme. Al termine, si terrà la presentazione di Aurora Network, per la prima volta a livello internazionale. L’iniziativa è organizzata da Aurora Network e Fondazione Fontana Onlus, con la collaborazione di Fondazione Fidapa onlus e The Jerusalem Cinemateque.

 Sarà relatrice Adina Bar-Shalom, vincitrice del prestigioso premio Israel for Life e proposta alla presidenza di Israele.

Saranno presenti l’ambasciatore italiano Francesco Maria Talò e la giornalista Maria Cecilia Sangiorgi.

Interverranno: Adina Bar Shalom, ebrea ortodossa; Faten Zenaty, musulmana, Nuha Farran, cristiana; Suha Ibrahim, impegnata per le donne beduine; Basema Halabi, drusa; Tehilabila Barshalom, ebrea; Dganit Fachima, haredi.

 Proprio nella città emblema dell’incrocio-scontro di culture e religioni, Aurora Network vuole spendere il proprio impegno per suscitare un dialogo interreligioso a partire dalle donne: donne di fede per un cammino di riconciliazione, donne leader impegnate concretamente nella direzione dell’apertura, dell’incontro, dello scambio e della pace.

 AURORA, nei suoi due settori AuroraVision e Aurora Network, nasce dall’incontro tra la comunità Nuovi Orizzonti, fondata da Chiara Amirante, e Lia G.Beltrami.

AURORA NETWORK è una rete di donne e uomini che nelle diverse parti del mondo portano avanti, nella verità, i valori del dialogo, della vita e del cammino di riconciliazione e di pace.

AURORA VISION è un centro di produzione di film, documentari, reportages e format televisivi, comunicazione on line, per dare voce a chi non ha voce.

www.auroravision.it      www.facebook.com/auroravision

 FONDAZIONE FONTANA ONLUS è un’organizzazione non profit che dal 1998 opera a servizio della crescita globale della donna e dell’uomo per realizzare progetti di pace, cooperazione, solidarietà internazionale e educazione alla mondialità. Promuove la cultura della solidarietà sia a livello nazionale che internazionale, con un approccio dal basso, che parte dalla comunità. Ciò comporta un coinvolgimento della comunità sin dall’ideazione dei progetti/processi, attraverso il modello organizzativo della rete che sostiene, favorisce e gestisce forme di coordinamento tra soggetti diversi che operano nel campo della promozione umana.

Opera nella cooperazione internazionale principalmente in Kenya, Ecuador e Balcani, nell’educazione allo sviluppo con il programma World Social Agenda sugli Obiettivi del Millennio e nell’informazione con il portale www.unimondo.org. Ha prodotto, in collaborazione con la Provincia Autonoma di Trento, il filmato “Let’s make a difference” che viene presentato in questa occasione in prima nazionale per Israele.

www.fondazionefontana.org     www.unimondo.org

Chiara Lubich e le religioni, tessitori di unità

A Roma, dall’Aula Magna dell’Università Urbaniana, il 20 Marzo 2014, una testimonianza corale di membri di diverse religioni, sul cammino di dialogo aperto da Chiara Lubich. Il giorno precedente, l’udienza privata di una rappresentanza interreligiosa con Papa Francesco.

“Mentre siamo nell’oscurità e qualcuno ci porta una luce, non ci si chiede se costui è uomo o donna, giovane o anziano”, così con Chiara che “ci parlerà della luce che ha scoperto”. Sono diventate celebri le parole pronunciate dal Gran Maestro Buddista Ajahng Thong nel 1997 in Thailandia, durante la visita di Chiara Lubich in un monastero, su suo invito.

Non solo un ricordo, quello di oggi, ma un passo per lanciarsi verso il futuro, radicato nell’esperienza aperta da Chiara Lubich, ma vissuta da molti al di là delle diversità di ciascuno. “Ci siamo incontrati in diverse parti del mondo, scoprendo che possiamo diventare fratelli. Insieme siamo chiamati a continuare su questa strada e renderla realtà nel quotidiano. Una testimonianza corale, una polifonia, conferma di una scelta e impegno comune” – afferma Roberto Catalano, corresponsabile del Centro per il dialogo interreligioso del Movimento dei Focolari. E nel dirlo ha di fronte, tra la platea delle 500 persone radunate, i 250 che hanno partecipato ai 3 giorni precedenti di convegno interreligioso a Castel Gandolfo.

Tra loro, una rappresentanza di 20 persone di 8 religioni aveva incontrato Papa Francesco prima dell’udienza generale del 19 marzo: “Una figura paterna che aumentava la fratellanza fra noi”, ha commentato la teologa musulmana iraniana Shahrzad Houshmand, che ha consegnato al Papa una lettera a nome dei musulmani riuniti nel convegno organizzato dai Focolari, in cui si esprime “il profondo amore e rispetto per la Sua persona e per la mano tesa più volte verso i musulmani nel mondo”. Kala Acharya, indù, docente a Mumbai, riferisce di aver accolto con gioia l’invito del Papa a camminare senza fermarsi: “Anche per noi la gioia di camminare è più importante di quella dell’arrivare a destinazione”. A tutti poi il Papa ha chiesto: “Pregate per me”.

Arricchiti da questo momento, il convegno interreligioso ha aperto le porte per un pomeriggio pubblico. La sede scelta è la Pontificia Università Urbaniana, un’accademia caratterizzata dall’attenzione particolare alle culture dei popoli e alle grandi religioni mondiali. Il titolo è “Chiara e le religioni”, ma si potrebbe parlare anche di Chiara  e i credenti di diversi cammini religiosi. “Fra le sue grandi capacità quella che forse più di altre ha parlato al nostro mondo è stata il ‘saper dialogare’” – ha affermato la presidente dei Focolari Maria Voce.  “Aveva intuito, Chiara, che la strada dell’umanità poteva essere diversa, indirizzata alla pace, ma a condizione di un cambio radicale di mentalità” perché l’altro “non solo non è una minaccia, ma è un dono”. Quale il suo segreto? Maria Voce lo spiega così. “L’amore, che lei, cristiana, ha scoperto nel Vangelo e in Gesù, ma di cui ha trovato la presenza anche nelle altre fedi e culture”. Una proposta che trasforma così un “potenziale scontro di civiltà in un vero incontro di uomini e donne di culture e religioni diverse”.

Riflessioni sull’impatto del carisma di Chiara sul dialogo sono quelle proposte dal Card. Arinze, già Presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, e che ha conosciuto personalmente Chiara Lubich: “I Focolarini e focolarine sono un popolo in cammino, in comunione, in movimento. Vanno nella periferia: escono, incontrano, dialogano, ascoltano e collaborano”.

(C) CSC Media

E, infine, una serie di testimonianze dal mondo musulmano, buddista, indù e dal mondo ebraico, mostra un poliedro dalle mille sfaccettature: il dott. Waichiro Izumita, giapponese, buddista della Risho Kosei Kai; il monaco tailandese Phra Thongrattana Thavorn, che ama farsi chiamare col nome che affettuosamente gli ha dato Chiara: Luce Ardente. Racconta del suo primo incontro faccia  a faccia con Chiara: “Fui travolto dalla sua persona, dai suoi occhi, la sua semplicità, la premura, il rispetto per quello che sono, l’ascolto profondo, dall’atmosfera indicibile… Mi parlò della sua vita cristiana, del carisma dell’unità… mi sento anche io un figlio suo, oltre che per la luce che ho ricevuto, per la passione di diffondere la luce dell’unità fra tutti”.  C’è il rabbino David Rosen, di Gerusalemme: “il comandamento di amare Dio ci richiede di seguire l’esempio di Abramo: fare in modo che Dio venga amato anche dagli altri. Questo lo vediamo nel Movimento dei Focolari”. Parlano poi l’Imam Ronald Shaheed, della Moschea di Milwaukee, tra i più stretti collaboratori dell’Imam W.D. Mohammed e Ahmer Al-Hafi, docente di religioni comparate in Giordania: “Chiara mi ha aiutato a capire il Corano in tutti i suoi sensi più profondi. Ho capito da Chiara che l’amore è l’essenza di Dio, e che la religione dell’amore è una”. E Vinu Aram, indù, presidente onoraria di Religioni per la pace, racconta di aver conosciuto Chiara da ragazzina, perché “amica dei suoi genitori”, e di averne scoperto da grande il messaggio, da cui si sente costantemente ispirata, nel cammino per “costruire un mondo unito, un mondo dove ciascuno possa sentirsi a casa”.

21 Marzo 2014: Felice Naw Rúz alle amiche ed amici Bahá’í, condividendo la gioia per il loro Capodanno

fiori nowroozLa Festività di Naw Rúz, celebrata il giorno in cui il sole entra nella costellazione dell’Ariete, ossia il giorno dell’equinozio di primavera, ha antiche origini.

Secondo la religione zoroastriana, che guidò la fioritura dell’antica civiltà persiana di Ciro, Dario e Serse, esso segna il capo d’anno. Con il diffondersi di questa civiltà anche questa festa si è diffusa nelle regioni circostanti.

Nel XIX secolo Bahá’u’lláh ( 1817-1892) ha scelto il Naw Rúz come inizio dell’anno per tutti coloro che seguono la Sua Fede. Per i bahá’í il Naw Rúz del 2014 dà inizio all’anno 171.

In poco più d’un secolo, la Rivelazione bahá’í si è sparsa in tutti i continenti, diventando la seconda religione del mondo per diffusione geografica dopo il Cristianesimo. Con essa anche l’osservanza del Naw Rúz si è molto diffusa.

Recentemente  l’Assemblea generale delle Nazioni Unite le ha dato un riconoscimento ufficiale.    Una relazione sulla risoluzione dell’ONU dice: “Questo pomeriggio [23 febbraio 2010] l’Assemblea generale ha riconosciuto la Giornata internazionale del Naw Ruz

Secondo il preambolo della risoluzione sulla Giornata internazionale (A/64/L.30/Rev.2 documento), più di 300 milioni di persone in tutto il mondo celebrano il 21 marzo il Naw Rúz, che significa nuovo giorno… l’inizio del nuovo anno. Lo si festeggia da oltre 3000 anni nei Balcani, nel Caucaso, in Asia Centrale, nel Medio Oriente e in altre regioni. L’Assemblea ha invitato gli Stati membri che osservano questa festa a studiarne la storia e le tradizioni per diffonderne la conoscenza nella comunità internazionale e per organizzare eventi di commemorazione annuale.».

Per i bahá’í Naw- Rúz è soprattutto un giorno di rinnovamento spirituale. Il sorgere del nuovo sole della nuova primavera è simbolo del sorgere del nuovo Sole della nuova Rivelazione di Dio e quindi dell’Avvento di Bahá’u’lláh.

Come in primavera la terra si rinnova, così oggi la civiltà si sta rinnovando e accanto ai segni distruttivi delle antiche politiche fondate sulle guerre e sulle rivalità fra i popoli, incominciano a comparire nuovi segni di amicizia e comprensione, come questo riconoscimento internazionale della festa di un’antica cultura, oggi rinnovata.

Maria Augusta Favali

Il 21 Marzo, equinozio di Primavera, ricorre NOWROOZ, il capodanno persiano condiviso da molte tradizioni

IL CAPODANNO PERSIANO – il NOWROOZ

di Tiziana Ciavardini

Il messaggio del NOWROOZ è universale, basato sulla convivenza civile tra i popoli, sul superamento dei pregiudizi e sulla salvaguardia della giustizia e della pace.

Seppur legata alle antiche vestigia del passato Mazdeo e Zoroastriano dell’Iran la celebrazione Nowrooz, ovvero il capodanno Iraniano, non è religiosa, né di natura nazionale, né è una festa etnica. Gli ebrei, i zoroastriani, gli armeni, i turchi e gli iraniani stessi celebrano in Iran questa festivitá con lo stesso entusiasmo e con grande senso di appartenenza. La parola “Nowrooz” è composta da due parole persiane, “ora”, che ha la stessa etimologia della parola inglese “nuovo” e la parola “ruz”, che significa sia “giorno” che “tempo”. Letteralmente significa “nuovo giorno”, ma Nowrooz viene solitamente tradotto come “nuovo anno”. Questa festa, che non è presente nel calendario lunare islamico, inizia il 21 marzo nell’equinozio di primavera. Della durata di circa due settimane, è la più lunga di tutte le feste iraniane e i rituali in essa espressi sono ricchi di simbolismo. Due settimane prima del Nowrooz ogni famiglia cresce tradizionalmente un piatto di germogli di grano, orzo o lenticchie come presagi di un buon raccolto o come segni di fecondità. La tradizione vuole che le celebrazioni del Now Rooz si aprano quasi 2 settimane prima del capodanno con una pulizia a fondo della casa chiamata Khane tekani.

La sera dell’ultimo martedì dell’anno si celebra il Chahar Shanbeh Suri ovvero il salto sui fuochi. In varie zone della cittá vengono allestiti dei faló, spesso nei giardini privati delle case o fuori delle proprie abitazioni oppure sopra i tetti dei grandi palazzi. Il numero dei faló cambia a seconda delle varie interpretazioni. Alcuni sostengono debbano essere tre poichè rappresentano i tre valori sacri, tra cui: buoni pensieri, buone parole e buone azioni. Un falò può essere fatto anche in un solo punto e questo indicherebbe l’unità e la solidarietà di Ahura Mazda (dio della religione Zorastriana). Altri sostengono che i fuochi debbano essere sette, poiché il sette é numero sacro. É un rituale al quale possono partecipare tutti ma sono soprattutto i giovani che organizzano queste riunioni tra amici. Ragazzi e ragazze cercano di spiccare salti altissimi per superare le fiamme dei grandi falò gridando: “Sorkhi-e per l’uomo az, Zardi-e uomo az a”, che letteralmente significa “Dammi il tuo rossore e porta via la mia carnagione olivastra invernale o riprendi il mio pallore malsano giallo!” . L’auspicio è che il fuoco assorba le negatività (il giallo ) e dia in cambio l’energia e la vitalità (il rosso). L’essenza di questa tradizione è quella di voler rendere grazie per la salute dell’anno che sta per terminare scambiando il pallore dell’inverno con il calore e la vivacità del fuoco. Attraverso questa cerimonia la gente fa un falò di tutti i propri errori e disgrazie, si perdona e si chiede perdono per l’umanità. Le fiamme di questi falò devono raggiungere il mondo celeste per poter ottenere dai propri antenati la speranza come atto di clemenza per combattere il male (Ahriman) e attraverso la purezza raggiungere il bene (AhuraMazda).

La sera di Chorshambe Sori gli iraniani ancora oggi si affidano al rito del Fal-Goosh ovvero il metodo divinatorio per interpretare la propria fortuna ascoltando segretamente le conversazioni dei passanti. Gli iraniani credono che tutti i desideri si possano realizzare in questa notte. Per questo, gli adolescenti o le donne non sposate si stringono negli angoli di vicoli bui, o dietro i muri ad ascoltare le conversazioni dei passanti. Il contenuto della prima frase di una conversazione è considerato come un presagio (FAL) per il futuro.

In ogni abitazione si imbandisce il tavolo del “Hàft Sin” (Hàft=sette Sin=’S’), si tratta di sette oggetti simbolici, il cui nome inizia con la “S”.

I sette oggetti sono:  

1.      Sabzeh – i semi germogliati che rappresentano la rinascita

2.      Sib – la mela rossa il primo frutto di Adamo ed Eva simbolo di fertilità

3.      Sombol – il fiore del giacinto che simboleggia la bellezza e l’arrivo della primavera

4.      Somagh  – le bacche di sommacco che rappresentano il colore del sole

5.      Sir – l’aglio contro i demoni ma anche simbolo della medicina

6.      Serkeh – l’aceto il simbolo delle molte trasformazioni nella vita

7.      Sekkeh – le monete che rappresentano la prosperità e la ricchezza

Sulla tavola vengono posti anche il libro Sacro della famiglia: i musulmani mettono una copia del Corano, gli zoroastriani una copia dell’Avesta, i cristiani la Bibbia e gli ebrei la Torah per invocare la benedizione dell’anno nuovo; alcuni mettono i libri dei grandi poeti come Ferdousi.

Vengono messi dei pesci rossi che simboleggiano la vita e anche uno specchio (Ayne) che riflette l’immagine dell’anima e vede il futuro. Completano la tavola delle  candele che rappresentano la luce della vita, e un uovo colorato per ogni membro della famiglia che simboleggia  la varietà delle razze umane considerate tutte uguali davanti al Creatore. Ci si riunisce attorno alla tavola tenendosi per mano e, mentre si attende il preciso istante in cui avviene l’Equinozio, momento che varia ogni anno, per buon auspicio, si tiene in bocca qualche cosa di dolce e una monetina stretta in mano. Al momento della transizione nel nuovo anno Sal Tahvil, tutti si abbracciano, si fanno gli auguri e si scambiano regali.

I primi tredici giorni dell’anno sono un momento di gioia. I bambini pensano solo di gioco e adulti di visitare l’un l’altro. Il vero scopo di questi giorni felici è quello di ritrovare un originario stato di purezza e di uguaglianza. I rapporti con gli amici e vicini di casa si rinnovano e si rinsaldano. Le due settimane delle celebrazioni del nowrooz si concludono il tredicesimo giorno chiamato Seezdah Bedar. Questa celebrazione deriva dalla convinzione degli antichi persiani che le dodici costellazioni dello zodiaco controllassero i mesi dell’anno, al termine del quale, il cielo e la terra crollarono nel caos. Quindi, Nowrooz dura dodici giorni e il tredicesimo giorno rappresenta il tempo del caos in cui le famiglie devono mettere l’ordine da parte e evitare la sfortuna associata al numero tredici. Per questo tutte le famiglie trascorrono la giornata all’aria aperta e soprattutto fuori della propria abitazione. In questo tredicesimo giorno la piantina di sabzeh di germogli coltivata ​​per la Haft Seen (che ha simbolicamente raccolto tutta la fortuna malattia e male) si butta via in acqua corrente per esorcizzare i demoni (div). É anche consuetudine per le giovani donne nubili  legare le foglie del sabzeh, prima di disfarsene, che simboleggia il desiderio di sposarsi prima del prossimo anno.

Haji FirouzNei giorni precedenti al Nowrooz sulle strade della capitale é  possibile incontrare l’Haji Firouz un menestrello vestito di rosso con cappelli neri a punta, vesti colorate e viso tinto col carbone. Gli Haji Firouz spesso suonano dei tamburelli e a volte sono in compagnia di qualche comico amico che lo aiuta a far ridere i passanti. La leggenda narra di un uomo vestito di rosso che camminava per le strade cantando strofe di buon augurio per salutare l’anno nuovo ed informare il popolo dell’arrivo della primavera. La gente in cambio della buona notizia lo compensava dandogli cibo o monete. Tuttora Haji Firouz simboleggia la rinascita del dio sumero del sacrificio, Domuzi, che viene ucciso alla fine di ogni anno per poi rinascere all’inizio del nuovo anno. Il colore nero del viso di Haji Firuz si è pensato derivi da tempi antichi, quando l’intrattenimento veniva fornito dagli schiavi neri che, con i loro accenti piuttosto “strani” per i Persiani facevano molto ridere la gente e i bambini.