Chiara Lubich verrà ricordata in molte città del mondo nel 6° anniversario della sua morte

Il 20 marzo a Roma, personalità di diverse religioni a Convegno rifletteranno su                “Chiara e le Religioni. Insieme verso l’unità della famiglia umana”.

 Un’ampia riflessione sta attraversando l’attuale dibattito sul contributo che la donna può e deve dare alla vita della Chiesa. È a questo proposito che spesso viene chiamata in causa Chiara Lubich, morta il 14 marzo 2008, per il suo patrimonio di spiritualità, di pensiero e di opere. Il 6° anniversario della sua morte verrà ricordata in molte città del mondo sotto diversi profili e per confrontarsi con la sua eredità.

Sul suo contributo all’incremento del dialogo ecumenico si rifletterà a Pretoria (Sudafrica) con il Dr Kobus Gerber, Segretario Generale della Dutch Reformed Church, come pure a Melbourne (Australia) e altrove. Il tema della famiglia, una delle passioni della Lubich, sarà al centro di manifestazioni a Lussemburgo, Lublino (Polonia) e Siviglia (Spagna), in vista anche del Sinodo straordinario ad ottobre in Vaticano. Una via cittadina le verrà intitolata a Porto Alegre (Brasile), mentre a Perugia (Italia) ne sarà dedicata un’altra alla beata Chiara Luce Badano, figlia spirituale della Lubich. Eventi di carattere ecclesiale o culturale, presentazioni di libri, concerti musicali si terranno da molte parti. Moltissime le comunità dei Focolari che si raccoglieranno per ringraziare Dio d’aver dato Chiara Lubich in dono all’umanità, in piccoli centri come nelle metropoli, spesso insieme ai vescovi, come a Sidney (Australia) con il cardinale Pell, a Wellington (Nuova Zelanda) con l’arcivescovo Dew, a Olomuc (Cechia) con l’arcivescovo Graubner, a Mestre con il Patriarca di Venezia mons. Moraglia o a Lisbona (Portogallo) con il Patriarca mons. Clemente. Del suo contributo al dialogo interreligioso si parlerà al Noor Center, Centro Islamico di Toronto (Canada), a Montevideo (Uruguay) e in molte altre città dell’Europa, Medio Oriente e Africa.

Chiara e le Religioni. Insieme verso l’unità della famiglia umana” sarà il tema del convegno di giovedì 20 marzo a Roma, presso l’Aula Magna della Pontificia Università Urbaniana. Un ricordo della Lubich tracciato da personalità di varie religioni, che hanno avuto un contatto personale con lei.  Si svolgerà a conclusione di un simposio interreligioso di tre giorni, a Castelgandolfo, con la partecipazione di cristiani e fedeli di altre tradizioni religiose, quali ebraismo, islam, induismo, buddhismo, shintoismo, sikhismo.

Questo 6° anniversario porta in filigrana lo svolgersi delle fasi preliminari della causa di beatificazione di Chiara Lubich, dopo che il 7 dicembre 2013, Maria Voce, attuale Presidente dei Focolari, ne ha firmato la richiesta formale al vescovo di Frascati, mons. Raffaello Martinelli. Un atto – aveva detto allora Voce rivolgendosi al Movimento – che «invita tutti noi a una santità ancora più grande, a costruirla giorno per giorno nella nostra vita, per contribuire a far emergere quella “santità di popolo” a cui Chiara tendeva». Diversi gli atti procedurali compiuti in questi tre mesi da mons. Martinelli, tra cui l’approvazione della nomina del postulatore fatta dall’attore della causa, e successivamente l’approvazione delle nomine di due vice-postulatori, e le nomine rispettive dei censori teologi, della commissione storica e di un tribunale ad hoc che provvederà a raccogliere testimonianze e prove che altrimenti potrebbero perdersi.

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Le donne e la forza del dialogo: incontro con donne ebree, musulmane e cristiane presso la sede UCEI di Roma

 

SONY DSC“Valorizzare la foresta che cresce invece dell’albero che cade”. È l’immagine evocata da Eva Ruth Palmieri, consigliera e coordinatrice della Commissione Minoranze UCEI, nell’inquadrare l’impegno di chi, in Israele e in Medio Oriente, porta avanti progetti per l’incontro, il dialogo e la conoscenza reciproca tra diverse culture e religioni. Un impegno che è stato al centro di un incontro sulla leadership femminile svoltosi al Centro Bibliografico UCEI per iniziativa della stessa Palmieri e della consigliera e coordinatrice della Commissione Educazione, Daniela Pavoncello. Organizzato in collaborazione con Religions for Peace, l’incontro ha visto la presenza di una folta delegazione di donne  ebree , musulmane e cristiane,  impegnate in un processo di avvicinamento e di conoscenza reciproca delle rispettive comunità  che vivono in due centri distanti cinque chilometri nel nord di Israele (regione della Galilea), a partire dalla propria esperienza di donne che condividono esigenze comuni ed aspettative di convivenza pacifica e prospera per sè, per i propri figli e per le proprie famiglie.

  L’incontro stesso è stato aperto da un intervento del presidente dell’Unione, Renzo Gattegna, che che ha sottolineato il ruolo sempre più attivo che è lecito auspicare per le donne nel contesto internazionale e nelle specificità dei singoli paesi. Un risultato possibile anche in considerazione, ha affermato il presidente UCEI, di un mondo “che sta cambiando” e che sembra offrire in questo senso nuove e preziose opportunità. “Dalle donne – ha quindi affermato Luigi De Salvia, presidente di Religions for Peace – ci viene trasmessa una grande forza. È la forza della saggezza e della pazienza, due qualità che noi  uomini dovremmo apprendere”. Quattro le sessioni in cui sono stati suddivisi i lavori (Scambio e confronto sui modelli di leadership femminile con coordinatrici Claudia Massa, Eman Yassin e Merav Sela; Heart’s music for peace, coordinatrice Elena Benigni; danze etniche e linguaggio del corpo nella comunicazione interpersonale, coordinatrici Nidal Kananh e Zahava Marom). L’evento si è concluso con un momento di confronto e dibattito sulle varie esperienze personali. “Questa iniziativa – ha sottolineato Pavoncello – nasce all’interno del progetto di educazione al dialogo sostenuto dall’UCEI e si richiama ad alcuni valori fondamentali quali integrazione e inclusione e, allo stesso tempo, lotta ad ogni forma di razzismo, antisemitismo, xenofobia”. Tra le ispiratrici dell’iniziativa l’educatrice italo-israeliana Angelica Calò Livne, da anni protagonista – assieme all’Adei Wizo – del laboratorio per le scuole “Una cultura in tante culture” che tanti istituti, da Nord a Sud, ha toccato su tutto il territorio nazionale.

(5 marzo 2014).

SPIRITUALITA’ DEL FINITO // SULLA PRATICA INCESSANTE una riflessione di Riccardo Venturini

Una volta che, in un itinerario spirituale, si sia raggiunta la realizzazione del “totalmente altro”, è abbastanza comprensibile che nasca l’esigenza di dedicarsi completamente, continuamente ed esclusivamente al rapporto con quella “vera” realtà, praticando una diversa forma di attenzione: esigenza connessa a quella di fuggire il mondo effimero (un «mondo che non merita neppure un addio», Shakespeare), di vivere con e di Dio, con una preghiera/meditazione incessante, attestazione di un amore esclusivo e assoluto (v. R. Venturini, Coscienza e cambiamento, §§ 5.8, 5.9.3)  Nell’ambito della tradizione giudaico-cristiana, la convinzione che la lode di Dio è praticata incessantemente dagli angeli è fondata sulla “visione” di Isaia (6, 1-3). Il profeta, nell’anno della morte del re Uzziah, vide infatti «il Signore seduto su un trono alto ed elevato»; «attorno a lui stavano dei serafini» che «proclamavano l’uno all’altro “Santo, santo, santo è il Signore degli eserciti. Tutta la terra è piena della sua gloria”» (parole che troviamo  conservate  nel Sanctus della messa cristiana).  Nel Salmo 55, 18-19, a proposito dell’invocazione continua del Signore, è detto: «Di sera, al mattino, a mezzogiorno gemo e sospiro. Ed Egli ascolta la mia voce; mi salva, mi dà pace da coloro che mi combattono» e nel Vangelo di Luca (2, 37) viene ricordata, in occasione della presentazione di Gesù al Tempio, l’anziana profetessa Anna che «non si allontanava mai dal Tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere». Nelle parole di Gesù troviamo l’esortazione: «Vegliate e pregate ogni momento» (Lc 21, 36), ribadita da S. Paolo: «Pregate incessantemente (sine intermissione)» (1 Ts 5, 17).  Ma la preghiera incessante non è senza costi e difficoltà. Perfino molti angeli risultarono estenuati e insofferenti di questa pratica, motivo per cui furono scacciati dal paradiso e dalla beatifica visione di Dio di cui godevano («[gli] angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli», Mt 18, 10). Con lo sviluppo del monachesimo i monaci si sentirono investiti di una funzione di supplenza, tesa a rimpiazzare gli angeli decaduti nel compito della preghiera incessante che, in una certa misura,  avrebbe anticipato il regno celeste già nel mondo terreno («L’uomo è creato per lodare, riverire e servire Dio Nostro Signore», come dirà secoli dopo S. Ignazio). Per realizzare questo scopo gli “acemeti” o, per iotacismo, “achimiti”, cioè gli “insonni” (asceti seguaci della regola di Alessandro, V sec., che fondò un monastero o Eirenàion, luogo di pace, sull’Eufrate, poi a Costantinopoli), dovevano essere svegli per cantare continuamente le lodi del Signore: a tal fine, essi si davano dei turni, in modo che ci fosse sempre qualcuno in preghiera, senza interruzione. In seguito, anche in altri monasteri, questa modalità venne seguita, ad es. nel grande monastero di Cluny, assicurando così una preghiera  perenne.  Altra procedura fu quella seguita dagli “esicasti”. L’esicasmo (dal gr. hesychìa = quiete) è la grande corrente di spiritualità che, sviluppatasi nell’Oriente cristiano e accolta poi sul Monte Athos, si diffuse successivamente anche in Russia. Va ricordata l’enorme importanza che ebbe la pubblicazione della Philokalia (antologia di testi dei Padri e degli autori esicasti), avvenuta per la prima volta a Venezia, nel 1782, nonché del libro anonimo intitolato Racconti di un pellegrino russo, fonte di grandissimo valore per la conoscenza dell’esperienza di vita improntata alla pratica della preghiera esicasta. Fuge, tace, quiesce sintetizza il programma di vita che S. Arsenio il Grande (†455) è invitato dal cielo a seguire, e che tutti gli esicasti devono attuare, al fine di raggiungere l’unione contemplativa con Dio: fuge è, infatti, l’isolarsi per evitare il contatto con gli altri, i rumori, le situazioni che impediscano l’unione con Dio e la conservazione di tale unione; tace è rappresentato dal silenzio o solitudine verbale, che evita le parole inutili, le chiacchiere, i pettegolezzi; quiesce è la tranquillità, lo star seduti in serenità e pace, nel silenzio del cuore e della mente, non avendo quei molesti interlocutori interiori rappresentati dai “cattivi” pensieri. L’esychia viene a coincidere quindi con l’eremia, con la vita solitaria, nella sua accezione più ampia. Al  monaco che si sia ritirato in solitudine e concentrato sul cosiddetto “luogo del cuore”, Niceforo (del Monte Athos; †1300?) raccomanda: «tu non devi tacere e stare inattivo, ma avere come opera e invocazione incessante, la preghiera: “Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, pietà di me”». Così egli rimarrà stabile nel desiderio di Dio e inaccessibile agli assalti del nemico, cioè dei demoni, intenti a ostacolare coloro che si erano assunti il compito da essi svolto prima della caduta.  Ma, come ha ben evidenziato il Buddha nel Culasunnatasutta [Piccolo discorso sulla vacuità], neppure l’esperienza mistica può sottrarsi, in quanto fenomeno privo di esistenza inerente, alla “transitorietà”: anche la concentrazione mentale più elevata è, infatti, “determinata ed escogitata” e tutto ciò che è determinato ed escogitato è impermanente e destinato a finire. I metodi a cui si è accennato sopra cercavano appunto di tenere conto dei limiti che si incontrano nell’esercizio di una pratica che si vorrebbe incessante.        Come si presenta poi questa esigenza nella prospettiva del buddhismo mahayana, secondo il quale il Nirvana coincide col nirvana e si pone al di là del dualismo egocentrismo-distacco? Abbiamo visto come Dogen ribadisca l’importanza della pratica incessante e come, nello zen e in altre scuole, venga esercitata un’attenzione la più spinta possibile a tutto ciò che accade nel trascorrere della giornata: attenzione continua al fenomeno, eventualmente sostenuta dalla tecnica del “nominare” e dalla ripetizione di formule. Ma per sottrarsi alla secolarizzazione dell’attenzione e perché la consapevolezza possa tramutarsi in saggezza, il “segreto” sarà quello di vedere l’infinito nel finito
, l’illimitato nel circoscritto, la totalità nel frammento
…: in una parola, nel vedere il fenomeno come “ierofania”, nel sentimento transpersonale della trascendenza: era anche il percorso platonico della “seconda navigazione”, che conduce al trascendimento della sfera del sensibile e porta al soprasensibile («Anche l’uomo illuminato resta quello che è e che non è mai nulla di più del suo Io limitato di fronte a Colui che vive in lui e la cui forma non ha frontiere riconoscibili, che lo racchiude da ogni lato, profondo come le fondamenta della terra e spazioso come l’immensità del cielo», Jung), in quella che mi piace chiamare “spiritualità del finito”, dotata di una mente come quella che crea gli haiku, guarda all’emergere del quotidiano e, tra detto e non-detto, ne coglie l’essenziale. Pur soggetta alla “intermittenza del cuore” (e del corpo), la pratica dell’attenzione riporterà alla totalità il particolare, abbandonando la (ingannevole) sequenza libertà-responsabilità-colpa (tutto viene “da lontano”), consapevole del mistero e impegnata nella costruzione di momenti di “compiutezza” (valori), pur se costruiti con i “materiali” del finito, nella prospettiva di un umanesimo, “tragico” nella sua mancanza di “provvidenziali” rassicurazioni esterne, ma capace di offrire un fondamento alla dignità e al senso della vita, nel riconoscimento della funzione che il soggetto ha nel macrocosmo   («Per quanto ci è dato conoscere, l’unico significato dell’esistenza umana è di accendere una luce nelle tenebre del puro essere», Jung). Riuscire a vedere “diversamente” le cose è fare “l’esperienza di Dio” ogni giorno. “Vedere”, diceva poeticamente Henri Matisse: «Avete visto gli acanti, nella scarpata che costeggia la strada?»

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Ratzinger: la mia rinuncia è valida, assurdo fare speculazioni

Benedetto XVI risponde con una lettera ad Andrea Tornielli che gli aveva inviato alcune domande a proposito di presunte pressioni e complotti che avrebbero provocato le dimissioni.

 

 

«Non c’è il minimo dubbio circa la validità della mia rinuncia al ministero petrino» e le «speculazioni» in proposito sono «semplicemente assurde». Joseph Ratzinger non è stato costretto a dimettersi, non l’ha fatto a seguito di pressioni o complotti: la sua rinuncia è valida e oggi nella Chiesa non esiste alcuna «diarchia», nessun doppio governo. C’è un Papa regnante nel pieno delle sue funzioni, Francesco, e un emerito che ha come «unico e ultimo scopo» delle sue giornate quello di pregare per il suo successore.

Dal monastero «Mater Ecclesiae» dentro le mura vaticane, il Papa emerito Benedetto XVI ha preso carta e penna per stroncare le interpretazioni sul suo storico gesto di un anno fa, rilanciate da diversi media e sul web in occasione del primo anniversario della rinuncia. Lo ha fatto rispondendo personalmente a una lettera con alcune domande che gli avevamo inviato nei giorni scorsi, dopo aver letto alcuni commenti sulla stampa italiana e internazionale riguardanti le sue dimissioni. In modo sintetico ma precisissimo, Ratzinger ha risposto, smentendo i presunti retroscena segreti della rinuncia e invitando a non caricare di significati impropri alcune scelte da lui compiute, come quella di mantenere l’abito bianco anche dopo aver lasciato il ministero di vescovo di Roma.

Come si ricorderà, con un clamoroso e inatteso annuncio, l’11 febbraio 2013 Benedetto XVI comunicava ai cardinali riuniti in concistoro la sua libera decisione di dimettersi «ingravescente aetate», per motivi di età: «Sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino». Annunciava anche che la sede apostolica sarebbe stata vacante a partire dalla sera del 28 febbraio: i cardinali si sarebbero riuniti per procedere con l’elezione del successore. Nei giorni successivi, Ratzinger faceva sapere che avrebbe mantenuto il nome di Benedetto XVI (che compare anche in calce alla fine della lettera), che si sarebbe definito d’ora in avanti «Papa emerito» (come risulta anche dall’intestazione a stampa della stessa lettera) e avrebbe continuato a indossare l’abito bianco, anche se semplificato rispetto a quello del Pontefice, vale a dire senza la mantelletta (chiamata «pellegrina») e senza la fascia.

Nel corso dell’ultima udienza del mercoledì, il 27 febbraio 2013, in una piazza San Pietro inondata di sole e gremita di fedeli, Benedetto XVI aveva detto: «In questi ultimi mesi, ho sentito che le mie forze erano diminuite, e ho chiesto a Dio con insistenza, nella preghiera, di illuminarmi con la sua luce per farmi prendere la decisione più giusta non per il mio bene, ma per il bene della Chiesa. Ho fatto questo passo nella piena consapevolezza della sua gravità e anche novità, ma con una profonda serenità d’animo. Amare la Chiesa significa anche avere il coraggio di fare scelte difficili, sofferte, avendo sempre davanti il bene della Chiesa e non se stessi».

E aveva aggiunto che il suo ritirarsi, «nascosto al mondo», non significava «ritornare nel privato». «La mia decisione di rinunciare all’esercizio attivo del ministero – aveva detto – non revoca questo. Non ritorno alla vita privata, a una vita di viaggi, incontri, ricevimenti, conferenze eccetera. Non abbandono la croce, ma resto in modo nuovo presso il Signore Crocifisso. Non porto più la potestà dell’officio per il governo della Chiesa, ma nel servizio della preghiera resto, per così dire, nel recinto di San Pietro». Proprio queste parole circa il suo voler restare «nel recinto di San Pietro» hanno fatto ipotizzare ad alcuni che la rinuncia non sia stata davvero libera e dunque valida, quasi che Ratzinger si fosse voluto ritagliare un ruolo di «Papa ombra», cioè quanto di più lontano dalla sua sensibilità si possa immaginare.

Dopo l’elezione di Francesco, le novità del suo papato, la scossa che sta portando alla Chiesa con la sua parola e la sua testimonianza personale, era fisiologico che alcuni – com’è sempre peraltro accaduto in occasione di un cambio di pontificato – lo contrapponessero al predecessore. Una contrapposizione che lo stesso Benedetto XVI ha sempre rifiutato. Nelle ultime settimane, con l’avvicinarsi del primo anniversario della rinuncia, c’è chi è andato oltre, ipotizzando persino l’invalidità delle dimissioni di Benedetto e dunque un suo ruolo ancora attivo e istituzionale accanto al Papa regnante.

Lo scorso 16 febbraio, chi scrive ha inviato al Papa emerito un messaggio con alcune specifiche domande in merito a queste interpretazioni. Due giorni dopo è arrivata la risposta. «Non c’è il minimo dubbio – scrive Ratzinger nella missiva – circa la validità della mia rinuncia al ministero petrino. Unica condizione della validità è la piena libertà della decisione. Speculazioni circa la invalidità della rinuncia sono semplicemente assurde». Del resto, che la possibilità di dimettersi fosse tenuta in considerazione da molto tempo era ben noto alle persone più vicine a Ratzinger, e da lui stesso confermata nel libro intervista con il giornalista tedesco Peter Seewald («Luce del mondo», 2010): «Se un Papa si rende conto con chiarezza che non è più capace, fisicamente, psicologicamente e spiritualmente, di assolvere ai doveri del suo ufficio, allora ha il diritto e, in alcune circostanze, anche l’obbligo, di dimettersi».

È stato inevitabile, un anno fa, dopo l’annuncio – mai un Papa in duemila anni di storia della Chiesa aveva rinunciato per anzianità – collegare questo clamoroso gesto al clima mefitico di Vatileaks, dei complotti nella Curia romana. Tutto il pontificato di Benedetto XVI è stato una via Crucis, e in particolare gli ultimi anni: prima a motivo dello scandalo della pedofilia, da lui coraggiosamente affrontato senza incolpare le lobby o i «nemici esterni» della Chiesa, ma piuttosto la «persecuzione», il male che viene dal di dentro della Chiesa stessa. E poi a motivo della fuga di documenti prelevati dalla scrivania papale dal maggiordomo Paolo Gabriele. La rinuncia è stata dunque collegata a questi contesti. Ma Benedetto XVI aveva spiegato, sempre nel libro-intervista con Seewald, che non si lascia la nave mentre il mare è in tempesta. Per questo prima di annunciare le dimissioni, decisione presa da tempo e confidata ai più stretti collaboratori con mesi d’anticipo, Ratzinger ha atteso che la vicenda Vatileaks, il processo a Gabriele e l’inchiesta affidata ai tre cardinali si fossero conclusi. Soltanto dopo ha lasciato.

Nella lettera che ci ha inviato, il Papa emerito risponde anche alle domande sul significato dell’abito bianco e del nome papale. «Il mantenimento dell’abito bianco e del nome Benedetto – ci ha scritto – è una cosa semplicemente pratica. Nel momento della rinuncia non c’erano a disposizione altri vestiti. Del resto porto l’abito bianco in modo chiaramente distinto da quello del Papa. Anche qui si tratta di speculazioni senza il minimo fondamento».

Una chiara e quanto mai significativa testimonianza di questa affermazione, Benedetto XVI l’ha data sabato scorso, nel giorno del concistoro al quale era stato invitato da Francesco. Ratzinger non ha voluto un posto appartato e speciale, si è seduto in una sedia uguale a quella dei cardinali, in un angolo, nella fila dei porporati vescovi. Quando Francesco all’inizio e poi alla fine della cerimonia gli si è avvicinato per salutarlo e abbracciarlo, Benedetto si è tolto dal capo lo zucchetto per riverenza, e anche per attestare pubblicamente che il Papa è uno solo.

Nelle scorse settimane il teologo svizzero Hans Küng aveva citato alcune parole contenute in una lettera ricevuta da Benedetto XVI e riguardanti Francesco. Parole ancora una volta inequivocabili: «Io sono grato di poter essere legato da una grande identità di vedute e da un’amicizia di cuore a Papa Francesco. Io oggi vedo come mio unico e ultimo compito sostenere il suo Pontificato nella preghiera». Qualcuno, sul web, ha provato a mettere in dubbio l’autenticità della citazione o comunque ne ha paventato un uso strumentale. Anche di questo abbiamo chiesto conferma al Papa emerito: «Il prof. Küng ha citato letteralmente e correttamente le parole della mia lettera indirizzata a lui», ha precisato in modo lapidario. Prima di concludere con la speranza di aver risposto «in modo chiaro e sufficiente» alle domande che gli avevamo posto.