EFFETTO TERAPEUTICO DELLA PREGHIERA: ILLUSIONE O REALTA’ ? di Giulio Scoppola


FEDE E MEDICINA
PREGHIERA E GUARIGIONE                                                                                   
Convegno U.N.I.T.A.L.S.I. //  Lourdes 26 settembre 2013

Giulio Scoppola

 

Vorrei iniziare con una premessa di tipo biografico che mi pare importante, prima di addentrarci nell’”oceano” del tema affidato, per comprendere il taglio esperienziale dell’intervento.

Ho 56 anni, sposato da 23 anni, padre di due figlie di 14 e 10 anni;  catechista in una parrocchia di Roma.

Lavoro attualmente in un ospedale pubblico, l’antico  ospedale di S.Spirito in Saxia a Roma, vicino a S.Pietro.  Frequento, insieme ad alcuni amici, un gruppo di  approfondimento religioso e preghiera da molti anni.

Mi sono laureato in psicologia nel 1980 e poi specializzato in psicoterapia. Ho lavorato venti anni nella psichiatria pubblica come psicoterapeuta, poi nel campo della psicosomatica clinica e nel mobbing. Successivamente nell’assistenza psicologica di malati dei parenti e degli operatori in ospedale. Attualmente mi occupo anche del benessere dei lavoratori e della organizzazione sanitaria pubblica.

La mia formazione esperienziale personale si è costruita nella matrice della Natura; nell’educazione, attraverso lo Scoutismo Cattolico, nella vita di gruppo e nelle relazioni umane.  Ho praticato attività in montagna come istruttore di alpinismo ed  ho sempre praticato la bicicletta.

Uscito dalla adolescenza mi sono impegnato con profondo interesse nella ricerca spirituale a 360°.

La formazione professionale psicologica si è costruita per larga parte all’interno del paradigma psicodinamico-psicoanalitico; ma la ivi sottesa visione antropologica dell’uomo si è sempre confrontata criticamente con ciò che andavo scoprendo e che poi mi è apparsa come una antropologia differente.

E’ da questo incontro tra fede e psicologia che scaturisce  il titolo della tesi di laurea scritta nel 1980: “Il pensiero freudiano sulla religione da una prospettiva cattolica”.

In quello studio ho incontrato le fondamentali parole di Gesù sulla verità: “Conoscete la verità e la verità vi farà liberi” (Gv. 8,32).

Ancora oggi ritengo che la ricerca freudiana, studiata e praticata, sui fenomeni clinici e sul funzionamento della mente, delle emozioni e delle relazioni,  avesse un carattere di ricerca della verità; ed in quanto tale si collocasse anch’essa, nonostante la matrice positivistica e materialistica, sulla “scia” del Vangelo.

Parallelamente agli studi la pratica clinica psicoterapeutica mi forniva tuttavia numerosi dati a sostegno della presenza di un’innata spiritualità anche nei pazienti che venivano considerati malati nelle loro funzioni mentali ed affettive.

Non era possibile, da quelle osservazioni cliniche, sostenere che “Dio” fosse una “proiezione” mentale. E l’innegabile potere consolatorio della religione nulla diceva di definitivo sulla realtà ontologica di Dio e sulla stessa religione; con buona pace di molti autori psicoanalitici di matrice materialistica.

Jung ed i suoi allievi avrebbero poi operato una importante, anche se non radicale apertura (cfr.: la “metà mancante”; “lato non localizzato della coscienza”); ma i loro paradigmi, comunque “psicologico-centrici”, non mi avrebbero portato molto  lontano.

Torniamo all’ospedale.

Nell’ospedale ho visto e capito cosa sia la cura o i suoi tentativi; la terapia, la guarigione ed i rispettivi  segnali. Ho visto numerosi e dolorosi fallimenti;  ho visto nascere e morire, soffrire, sperare, accettare, pregare.

Mi sono reso conto che, come dicevano i filosofi Greci:  “Il nostro Zalmòsside, che è un Dio, vuole che come non si deve cominciare a sanare gli occhi senza tener conto del capo, né il capo senza il corpo,
così neppure si deve cominciare a sanare il corpo senza tenere conto dell’anima; anzi questa sarebbe proprio la ragione per cui tante malattie la fan franca ai medici greci,
perché essi trascurano il tutto di cui invece dovrebbero prendersi cura, quel tutto che è malato e dunque non può guarire in una parte”.
(Platone, Carmide).

Con questa impotenza, che ha radici meccanicistiche e iper-specialistiche, ci si confronta purtroppo in un qualunque ospedale. Questo non vuol assolutamente dire che le cure a disposizione siano inefficaci e che tutti i medici utilizzino questi paradigmi.

Questo studio vuole però riconsiderare la coscienza, la fede, il credere in Dio e la preghiera, come dimensioni profondamente coinvolte con la terapia (da therapeia=assisto, curo, guarisco).

Ecco allora la difficile integrazione della dimensione spirituale all’interno di un modello con forte caratterizzazione “scientista” nella medicina e nella psicologia contemporanee.

Guardare insieme alla medicina alla psicologia ed alla fede, ed interrogarsi sui reali benefici terapeutici della preghiera, significa aprire la ricerca a 360°, spaziando nella storia delle filosofie Orientali, Occidentali ed Esoteriche. Significa guardare ai contributi dei più disparati autori di tradizione psicologica, medica, filosofica, fisico-naturalistica, esperienziale, religiosa. Ma significa anche, per noi, rimanere ben radicati nella tradizione cristiana, soprattutto di matrice Ortodossa e Cattolica, dove è possibile trovare materiale prezioso a disposizione da molti secoli.

Poi c’è la via diretta alla Bibbia e gli insegnamenti del Vangelo, fonte inesauribile di verità per il credente, con i suoi passaggi dedicati (li segnalerò in una diapositiva).

Interrogarsi “sulla” preghiera non può tuttavia non comprendere l’esperienza “della” preghiera e delle diverse forme in cui si declina. Così come interrogarsi su cosi sia la Psicoanalisi deve comprendere l’esperienza della relazione analitica. Per tali oggetti di ricerca appare infatti davvero difficile un approccio cosiddetto scientifico classico.

Ritengo qui preferibile unire differenti prospettive ed approcci, superando la pretesa onnipotente di operare una ricerca dimostrabile. Il tempo a disposizione ne impedirebbe anche solo l’avvio.

Direi comunque di proseguire concentrandoci sul significato delle parole più significative.

La preghiera, da prex-precari = precario, evoca la fede la fiducia. Essa contempla  differenti tipologie espressive e relazionali: il lamento, la richiesta, l’adorazione, la meditazione, il ringraziamento, la comunicazione in presenza od a distanza. Riguarda il significato per le differenti religioni ed approcci e introduce un fondamentale discorso sul tempo (“della” e “nella” preghiera). Ne parleremo in seguito.

Come è ben noto la preghiera emerge e prende forma dall’esperienza di precarietà e limitatezza dell’uomo in relazione con il Creato e/o con Il Creatore. Essa è stata, dalle varie tradizioni religiose, espressa ora come digiuno, ora come contemplazione o come meditazione (pratiche come si sa legate nel Cristianesimo non tanto ad una assenza fine a se stessa ma alla sottolineatura di una presenza dell’Altro).

Ogni relazione di preghiera implica la nascita di una stabile e continuativa relazione di fiducia, fedeltà e confidenza nell’Alterità creatrice e amorevole; coinvolge differenti facoltà mentali, spirituali, fisiche; si appoggia ad una comunicazione, in presenza o a distanza, con l’”oggetto” della relazione.

Per alcuni la preghiera è una “pratica per ritrovare se stessi ed il proprio baricentro”; per “riequilibrarsi”; per “ritrovare le radici che legano alla Madre Terra”, per “aumentare la consapevolezza”,… .

Non appare facile una valutazione (ed operata da chi?) sulla patente o “bollino” di “vera preghiera” rispetto alle numerosissime pratiche religiose, filosofiche, psicologiche.

Molte di queste pratiche non sembrerebbero  necessariamente in contrasto con il percorso della Preghiera Cristiana. Alcune apparirebbero concentrarsi sul mezzo di comunicazione invece che anche sul “Principio” della comunicazione. Potremmo forse dire che la preghiera cristiana, rispetto alle altre forme di preghiera, potrebbe essere vista come una evoluzione della consapevolezza di una necessaria relazione con l’Assoluto, con il Creatore, con l’Amore, con la Verità;  con Dio o come si voglia rappresentarlo o non rappresentarlo nei diversi angoli del pianeta. (cfr.: lettera di Papa Francesco a E. Scalfari, Repubblica dell’11/9/2013).

Se nelle tradizioni religiose Orientali vengono generalmente sottolineati gli aspetti mentali della preghiera, la tradizione Cristiana fa invece riferimento preciso al moto comunicativo iniziale di Dio verso l’uomo. Ed alla di lui capacità di ricercare praticare e mantenere la sintonia attraverso una risposta cosciente, volontaria ed intelligente.

Misterioso appare tuttavia indagare cosa avvenga mentre si prega. Un argomento molto interessante che implicherebbe l’apertura di una parentesi sui processi psicologici ed emozionali e sui vissuti modificati dello spazio-tempo durante la pratica. Alcune ricerche lo hanno fatto con l’aiuto delle tecniche di neuroimaging, ma per lo spazio del nostro discorso non le potremo citare.

Mi limiterò a dire che la preghiera ed il pregare ci interroga da numerosi punti di vista: fisico, filosofico, neurologico, psicologico, teologico. Dobbiamo però almeno porci le domande: chi è e quando inizia la preghiera? E ancora: cosa avviene mentre si prega? E, forse il tema più interessante accennato in precedenza, quale è la qualità,  la natura,  la dinamica del tempo vissuto e/o reale durante la preghiera?

Leibniz e Newton discutevano sul  “tempo lineare”;  sull’esempio paradossale descritto da Zenone di “Achille piè veloce” e della tartaruga che non viene mai raggiunta; Parmenide sosteneva l’ancoraggio ex-ternum, fuori dal tempo, del reale. Secondo Platone il tempo è “immagine mobile dell’eternità”. Per Aristotele lo spazio è strettamente necessario per definire il tempo. S Agostino sottolinea la natura profondamente misteriosa del tempo.

Newton parla anche di “tempo ciclico” (sensorium Dei); Kant di “forma a priori della sensibilità”, connotandolo come “senso interno” legato alla vita della persona. Posso solo citare Bergson, Einstein e Planck per riferire delle molte teorizzazioni dei fisici e degli scienziati moderni alla ricerca della spiegazione definitiva degli elementi alla base della teorizzazione dello spazio e del tempo che sono profondamente connessi ad un tema, appunto la relazione spazio-temporale dell’uomo con “Dio”, che rimane tuttora misterioso allo scibile umano.

La mia personale idea, sostenuta oltre che dalle letture fatte anche dall’osservazione del vissuto dei miei pazienti e dei bambini del catechismo e dalla esperienza personale della preghiera e della meditazione, è che il tempo nella preghiera subisca una trasformazione non solo nella percezione del vissuto personale o collettivo, ma, alla luce delle recenti ipotesi della fisica quantistica, anche nella realtà. La mia ipotesi è che il “tempo”, superando la “linearità” a noi nota, “diventi” circolare, o meglio si “eternizzi”; rappresentando con questo termine il vissuto di una esperienza  a-temporale o extra-temporale,  appunto eterna.

La preghiera, se davvero stato di comunicazione tra l’uomo e l’Amore, se vera relazione con “ciò” che chiamiamo Dio, secondo i fondamenti dell’Antropologia Cristiana (cfr. J.C.Larchet, 2006), potrebbe allora realmente modificare i parametri spazio-temporali a noi noti, immergendoci  in una dimensione trasformativa estesa e a-temporale (in questo senso già eterna).

Questa mia “credenza” è sostenuta dalla logica.

Infatti come sarebbe possibile che il mezzo di comunicazione e contatto con l’Essere Onnipotente ed Eterno non venga trasformato se attraversato? Forse la preghiera fa esperire a chi la pratica quella particolare “sospensione” del tempo e dello spazio; e la dimensione gratuita della preghiera sarebbe descrivibile proprio a partire dalla a-finalità e a-temporalità dell’esistenza (da ex-sistere) in quella straordinaria dimensione.

Potremmo anche affermare che chi prega entra in relazione con quella Anima Mundi di Platonica memoria o con il Logos di Plotino. O, molto più recentemente,  con la dimensione spirituale diffusa che il geologo informatico e ricercatore Gregg Braden chiama Matrix Divina,  o che il teologo Vito Mancuso definisce “Principio Ordinatore”.

Certamente, come ci ricorda il teologo e filosofo Jean-Claude Larchet nel suo bellissimo L’Inconscio Spirituale (Ed. San Paolo, 2003), l’importante per la cura delle malattie della persona “è il ristabilimento di quel normale rapporto con Dio” che con ogni evidenza clinica è sempre apparso alla base di una “guarigione spirituale” (op. cit.) prima ancora che una guarigione “bio-psico-sociale” (OMS, 1948).

L’uomo, secondo il nostro Autore, “non esiste(rebbe) che in un rapporto positivo oppure negativo con Dio” (op. cit.). Da questo scaturirebbe che è dalla qualità e quantità dell’esposizione a tale rapporto, la cosiddetta preghiera appunto, che l’uomo realizzerebbe la sua piena salute o no.

Tuttavia il nostro pensiero è figlio anche dell’Empirismo Seicentesco anglosassone e del Cartesianesimo francese.  Ed è da quella radice che il pensiero scientifico ottocentesco si è sviluppato. In una continua oscillazione storica che ha visto ora il prevalere di una concezione spiritualistica, ora di una concezione meccanicistica del mondo e dell’uomo. 

Un altro autore di differente formazione, il medico e ricercatore americano Larry Dossey (autore dell’esaurito Il Potere curativo della Preghiera), si riferisce alla preghiera come “comunicazione con l’Assoluto”. Secondo l’autore è “antropocentrismo” il voler attribuire una figura all’Assoluto. E’ preferibile l’idea del Vuoto ed il silenzio che ne rappresenterebbe una via di accesso. Dossey cita Thomas Merton, che alla domanda su come pregasse rispose: “respirando”.

 Non esisterebbe quindi una via unica alla relazione con quello che noi chiamiamo Dio.

Dossey nei suoi libri, oltre al citato Il Potere curativo della Preghiera (2001),  Medicina Transpersonale sempre del 2001 e Spazio Tempo e Medicina (del 2006), cita molti studi che analizzerebbero la capacità di persone che pregano di influenzare vari soggetti ed organismi viventi (funzione di crescita o inibizione dei processi biologici e fisici).

Tralascerei  di entrare specificamente nei risultati delle numerose ricerche (ho dichiarato di astenermi da una presunta disamina scientifica), ma almeno citare una meta-analisi di differenti studi relativi a presunte guarigioni a distanza pubblicati nella rivista Annals of Internal Medicine nel 2000.

Gli autori hanno analizzato 23 casi su 2774 pazienti:  5 riguardavano il metodo della preghiera a distanza; 11 senza contatto alcuno; e 7 definiti di “altra natura”. Tra questi casi 13 hanno mostrato qualche risultato statisticamente significativo, con effetti benefici conseguenti al trattamento; 9 non hanno mostrato alcun effetto statisticamente significativo; 1 ha mostrato risultati negativi.

Gli autori riferivano  come fosse difficile giungere a conclusioni certe sulle guarigioni a distanza, suggerendo di compiere altri studi (cfr.:  Boorstein, Michelle; Research Stepping Up Study of Healt And Religiosity, Washington Post, 2008).

Altri studi sono stati successivamente esaminati ma essi hanno sostanzialmente portando la comunità scientifica alla conclusione che: “gli studi metodologicamente più rigorosi non hanno potuto produrre risultati significativi” (cfr.: K.Masters, G.Spielmans, J.Goodson, 2006 in Annals of Behavioral Medicine;  D.R.Hodge, 2007, in Research on Social Work Practice).

Anche una ricerca della Brandeis University, pubblicata sul Journal of Religion, che ha indagato l’influenza di preghiere cristiane, ebree e buddiste, non è giunta a conclusioni univoche. Quasi a confermare che lo “strumento di indagine” (il metodo scientifico…?) è ancora troppo limitato per leggere il fenomeno religioso e gli effetti terapeutici della preghiera.

Altro discorso, qui solo accennato, è quello legato ai numerosi studi sull’”effetto placebo” che accompagna da sempre la pratica medica e terapeutica. Fin dall’Antichità la guarigione veniva considerata un atto divino in risposta ad un placebo umano, “piacerò a Dio e quindi Dio mi guarirà”, ma anche una risposta dell’uomo all’operato del divino: “Egli mi ha guarito, io piacerò a Dio per ringraziarlo” (cfr.: Salmo 114 (116). Il placebo veniva contrapposto ad un possibile e opposto  nocebo;  “nuocerò, farò del male”.

Il medico, nella storia della medicina fin dagli albori, ha così rischiato di sostituirsi al Dio che “cura e guarisce”; il placebo essendo la sua medicina più potente perche proprio da lui somministrata benevolmente.

Per chi volesse approfondire ulteriormente i dati della ricerca scientifica sugli effetti delle cosiddette preghiere, alla luce di quanto detto su un simile tipo di ricerca, si possono agevolmente reperire dalla rete gli studi che hanno riguardato differenti tipologie di malati; dai pazienti oncologici a quelli malati di AIDS, dai cardiopatici ad altri pazienti.

Se dopo questa ulteriore parentesi , dovuta alla considerazione obbligatoria ma non appassionata della prospettiva scientifica, allargando nuovamente il punto di osservazione potremmo dire che i presunti risultati, o la mancanza di essi, sono da mettere comunque in relazione alla dicotomia consegnataci dalla logica cartesiana e newtoniana fra spirito e materia. Un paradigma che oggi, alla prova della Scienza Contemporanea e delle scoperte della fisica quantistica appare non più completamente credibile ed anzi foriero di possibili grossi errori epistemologici.

Il nostro oggetto di studio (la preghiera ed i suoi effetti terapeutici) ci spinge ad andare oltre gli approcci tradizionali, in coerenza con la complessità ontologica indagata. Questo senza abbandonare una metodologia credibile e rigorosa ma che tuttavia sia libera dai vincoli del positivismo materialista e meccanicista che ci è stato consegnato dall’”Errore di Cartesio” (cfr.: A. Damasio, 1994).

La fisica moderna, atomica e sub-atomica, ha oramai superato i paradigmi alla base della medicina meccanicistica. Attualmente l’universo non sarebbe più concepito come una macchina formata da una moltitudine di oggetti separati. Apparirebbe piuttosto come un tutto armonioso ed indivisibile; una rete di relazioni dinamiche che include l’osservatore umano e la sua coscienza in modo essenziale.

Viene concepito come una unica “organizzazione” o come un “organismo” pulsante, in cui lo spazio ed il tempo non sono dimensioni separate né separabili (cfr.: F.Capra, 1981).

Secondo la stimolante visione del prof. Larry Dossey (Medicina Transpersonale, Red, 2001) l’inquadramento storico-teorico dei fenomeni clinici relativi agli effetti terapeutici della preghiera sono allora da ricercare nella cosidetta Terza Era (o periodo) della storia della ricerca in medicina.

Se il primo periodo era in buona parte sovrapponibile con un preciso momento storico della scienza, caratterizzato da un approccio meccanicistico e fisicista, ed il secondo dal nuovo approccio cosìdetto “psicosomatico”, in cui alla mente viene riconosciuto un importante fattore di guarigione nell’ambito della persona (e la spiegazione fisicista e riduzionistica, fino ad allora adottata, non offre più strumenti di comprensione sufficienti), nella Terza Era il potere (terapeutico) della mente, con i relativi e complessi fenomeni di trasmissione, si esplicherebbero anche in modo non completamente localizzato: e cioè sia all’interno che all’esterno dei confini fisici della persona; e  sia nel tempo presente e contemporaneo che nel tempo esteso.

Ma cosa si intende con questo?

Non localizzazione è un termine usato dai fisici per descrivere le interazioni e gli effetti a distanza e nel tempo di particelle subatomiche come gli elettroni.

Il tentativo di inquadramento parte dalla esigenza di “sistematizzare” fenomeni complessi come la telepatia, la chiaroveggenza, le precognizioni, le cosiddette visioni, i sogni descritti come profetici, lo scambio di sintomi fisici a distanza e le guarigioni a distanza. Una fenomenologia da sempre presente e descritta anche nella tradizione cristiana (vedi la biografia del Santo Padre Pio).

La “mente” (ma qui dovremmo avere a disposizione una definizione maggiormente definibile) agirebbe quindi anche al di fuori del cervello e del corpo con un potere di difficile descrizione. Non solo, questo nuovo scenario dovrebbe spingere all’indagine anche sui terreni assai scivolosi come quelli della natura delle apparizioni “fisiche” di alcuni santi e mistici, o descritti dal Vangelo che parla della “presenza” di Gesù risorto che appare ai discepoli sotto una natura differente (cfr.: discepoli di Emmaus), o di altri fenomeni non meno complessi.

Dallo studio delle “anomalie logiche” osservabili nella medicina meccanicistica/materialistica e fisicista, potremmo dedurre come attualmente nessuna malattia possa essere vista diagnosticata e trattata come esclusivamente personale-individuale. Questo è ben evidenziato dal problema ecologico degli inquinanti o da quello psico-sociale delle relazioni familiari o sociali patogene, fenomeni capaci di influenzare grandemente l’organismo fisico individuale (che per i più radicali apparirebbe come un costrutto poco meno che artificiale…).

Questo filone di ricerca sui fenomeni trans-personali, metaforizzato dall’esempio che la mente, come la luce, non avrebbe bisogno di alcun “supporto” comunemente inteso,  ha alimentato nel tempo, oltre che numerose teorizzazioni, anche filoni terapeutici e formativi (cfr.: C.G.Jung, Psychology and the East, 1978; Psicologia Transpersonale).

Viene da differenti autori della Tradizione Orientale postulata la esistenza di una relazione ed interazione così potente fra le coscienze (problema “mente-coscienza”) che questa permetterebbe fenomeni difficilmente spiegabili, come ad esempio le guarigione a distanza.

La preghiera quindi non sarebbe efficace solo per chi la pratica, ma avrebbe una possibile efficacia, come abbiamo visto dalla ricerca, anche quando formulata e realizzata con l’obiettivo di determinare effetti a distanza su altre persone; cadrebbe il paradigma dell’isolamento ontologico della persona (praticato dalla medicina tradizionale) e si affermerebbe, con il conforto delle ultime ricerche della fisica, quello della impossibilità per gli organismi (viventi) di non essere in relazione e comunicazione reciproca. E tutto questo con le relative conseguenze in termini  chimici fisici ed elettrici, in una parola energetiche.

Ecco allora forse spiegabile l’efficacia e la potenza delle “preghiere di massa”, dei raduni religiosi, dell’unione delle persone che pregano (cfr.: “dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”; MT 18:20).

Se la prospettiva Greca e Romana “riflette(va) una visione in cui la mente dell’uomo è limitata al corpo dell’individuo (…) invece i Persiani (…) sostennero che la mente poteva sfuggire dai confini del corpo fisico e agire concretamente nel mondo esterno” (cit. in L. Dossey, 2001). Il medico persiano Avicenna (980-1037 d.C.) sosteneva addirittura che “l’immaginazione dell’uomo può esercitarsi non solo sul proprio corpo ma anche su altri corpi, anche molto lontani. Può affascinarli e modificarli; può farli ammalare o riportarli alla salute” (cit. in L.Dossey, Medicina Transpersonale, Red, 2001).

Anche per le radici collaterali del Pensiero Greco: la mente è contemporaneamente limitata ed illimitata, umana e divina (Ermete Trimegisto, Corpus hermeticum e Aclepius cit. in Hermetica, W.Scott, 1982).

Dobbiamo ricordare che anche per gli sciamani nelle Culture Native o Aborigene era possibile la comunicazione a distanza fra mente e mente; ad esempio segnali di fumo non come comunicazione diretta ma come richiamo al pensiero comunicativo (D.Unaipon in B.Inglis, 1992).

Per gli Indiani d’America queste forme di comunicazione non localizzate erano importantissime nella vita quotidiana. E sicuramente è un fatto acclarato che nell’esperienza clinica di molti medici moderni (anche Occidentali) esistano numerosi casi (le “anomalie” di cui abbiamo parlato) che non corrispondono alla norma ed ai dettami scientifici insegnati nelle università.

La Medicina Occidentale si sarebbe tuttavia orientata verso la prima versione ippocratica: la mente come evento localizzato, nel cervello, nel qui ed ora; dimenticando la concezione persiana ed ermetica della non localizzazione (cfr. L.Dossey, op.cit.).

Oggi, secondo la Fisica Quantistica e la teorizzazione scaturita dal pensiero di Max Planck (1900) sull’impossibilità della meccanica classica di descrivere la luce e l’elettrone, non sarebbe più possibile parlare di radiazione e di materia se non come fenomeni  ondulatorio ed al contempo particellare (dualismo Onda-Particella, W.Greiner, 2001; cfr.: W.K.Heisemberg, 1927).

 In buona sostanza quello che viene ad essere ridefinito è il concetto stesso di “misura”: non sarebbe infatti possibile conoscere la realtà (dalla particella in su) senza perturbarla in maniera irreparabile. Il nuovo paradigma (Principio di Complementarietà; Bohr, 1928) descriverebbe la realtà contemporaneamente sia in termini di corpuscolo che di  onda.

Molto arduo a mio parere apparirebbe estendere in modo improprio le conoscenze della fisica quantistica alle scienze psicologiche e mediche, negando le basi epistemologiche delle discipline che le sostengono. Pur tuttavia la stessa prudenza appare d’obbligo, specularmente, quando ci troviamo di fatto nella quasi ossessiva ripetizione (Ottocentesca) di un paradigma Bio-Medico divenuto con ogni evidenza clinica un ostacolo teorico e pratico rispetto alle evidenti potenzialità teoriche e cliniche fornite da quello Bio-Psico-(Eco)Sociale (OMS 1948).

Il costrutto della “coscienza” ci permette a questo punto un possibile superamento del riduzionismo scientifico. Mi limiterò a dire che proprio nella coscienza è possibile discernere la illusionem, “rappresentazione ingannevole proveniente da errori di senso o da artificio altrui”,  dalla res-realitas, “ciò che ex-siste in sé, verificabile o no”.

La coscienza, da Cum-scire, “sapere insieme”, si oppone alla non coscienza ed alla non conoscenza; ma deve altresì integrare l’inconsci, il quale si “oppone” strutturalmente al “sapere insieme”. Esso va indagato e ri-conosciuto fin dove possibile.

Ai fini del nostro discorso mi preme solo ricordare come l’origine dell’ammalarsi della persona umana venga dalle discipline psicologiche universalmente messo in relazione alla non integrazione dei contenuti e delle energie inconsce considerati negativi.

Non potendo prolungare ulteriormente la riflessione su un tema così affascinante ma complesso e credendo di aver fornito fin qui sufficienti spunti di riflessione, che spingeranno gli interessati ad una più formalizzata ricerca sugli autori citati estendendola ai numerosi autori non citati, vorrei qui porre alcune conclusioni che sintetizzino il mio pensiero alla luce delle riflessioni proposte  in modo incompleto, e me ne scuso.

·         Indubbiamente una risposta sugli effetti terapeutici della preghiera mi vede qui affermare che sì, la preghiera ha effetti che possiamo considerare (etimologicamente e genericamente) “terapeutici”.

·         La tradizionale differenza fra illusione e realtà dovrebbe essere essa stessa indagata alla luce delle nuove conoscenze sui fenomeni percettivi, a partire dagli studi sugli stati di coscienza e sulle acquisizioni della fisica e della psicologia.

·         Gli effetti terapeutici della preghiera sarebbero prodotti in primo luogo dalla condizione stessa che si determina in chi prega (singolo o comunità).

·         Questa condizione stimolerebbe positivamente l’organismo (psicofisico) a seguito di una trasformazione del vissuto dei parametri spazio-temporali.

·         Questo differente vissuto tenderebbe a favorire un progressivo benessere (migliorata relazionalità interna del Sé) che produrrebbe  conseguenze positive sull’intero organismo.

·         In questo senso per il credente il benessere è anche direttamente collegato alle conseguenze (percepite in chiave psicologica, fisica, esistenziale o altro) dell’essere in relazione con Dio; cioè con l’origine e la fine (ri-orientamento) del processo vitale.

·         Molti studi si spingono a voler dimostrare l’efficacia della preghiera a distanza: quella che si fa per ottenere benefici su altre persone.

·         Non vi sono dati univoci su questa efficacia a distanza ma molte descrizioni di fenomeni che sfuggono alla catalogazione scientifica; nonché fatti non spiegabili con gli strumenti che la Scienza può mettere a disposizione.

·         Per alcuni già lo stato di preghiera (singola o di gruppo) “è” un effetto terapeutico in sé. Capace di infondere una particolare condizione di serenità e di relazione positiva a cui abbandonarsi e ristorarsi.

·         La preghiera ha molte sfaccettature e molte declinazioni antropologiche e religiose e per ognuna di esse sarebbe possibile analizzare, sotto differenti lenti di ingrandimento, conseguenze, effetti, limiti.

·         La mia personale conclusione è che lo sviluppo del cosiddetto Pensiero Scientifico porterà progressivamente a confermare e dimostrate la realtà e verità delle intuizioni raggiunte dai molti mistici, padri, santi e uomini religiosi che in ogni epoca ed in ogni latitudine hanno approfondito questo tema.

·         Fondamentale appaiono le testimonianze di quelli che hanno descritto i fenomeni connessi al pregare prima di tutto ricercando lo stato di preghiera (come nel famoso “Pellegrino Russo”).

·         Questo tema appare centrale per ogni operatore sanitario di matrice religiosa e cristiana. La centralità è data dalla concezione unitaria della persona umana, alla luce di una antropologia che descrive gli aspetti somatici, psicologici, relazionali, spirituali ed ecologici come componenti fondamentali nella ricostruzione di quella entità che chiamiamo, non si sa se a torto o a ragione, “individuo”.

 

 

                                    Grazie per l’attenzione!

 

 

 

 

Suite del Mediterraneo

concerto di Natale

Mercoledì 18 dicembre, alle 21.00 presso la Chiesa di Santa Lucia della Tinta sarà eseguito il Concerto di Natale “Suite del Mediterraneo”, coorganizzato con Religions for Peace in Italia. Il concerto sarà eseguito dall’Ensemble Interculturale.

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO PER LA CELEBRAZIONE DELLA GIORNATA MONDIALE DELLA PACE (1° GENNAIO 2014)

FRATERNITÀ, FONDAMENTO E VIA PER LA PACE

1. In questo mio primo Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, desidero rivolgere a tutti, singoli e popoli, l’augurio di un’esistenza colma di gioia e di speranza. Nel cuore di ogni uomo e di ogni donna alberga, infatti, il desiderio di una vita piena, alla quale appartiene un anelito insopprimibile alla fraternità, che sospinge verso la comunione con gli altri, nei quali troviamo non nemici o concorrenti, ma fratelli da accogliere ed abbracciare.

Infatti, la fraternità è una dimensione essenziale dell’uomo, il quale è un essere relazionale. La viva consapevolezza di questa relazionalità ci porta a vedere e trattare ogni persona come una vera sorella e un vero fratello; senza di essa diventa impossibile la costruzione di una società giusta, di una pace solida e duratura. E occorre subito ricordare che la fraternità si comincia ad imparare solitamente in seno alla famiglia, soprattutto grazie ai ruoli responsabili e complementari di tutti i suoi membri, in particolare del padre e della madre. La famiglia è la sorgente di ogni fraternità, e perciò è anche il fondamento e la via primaria della pace, poiché, per vocazione, dovrebbe contagiare il mondo con il suo amore.

Il numero sempre crescente di interconnessioni e di comunicazioni che avviluppano il nostro pianeta rende più palpabile la consapevolezza dell’unità e della condivisione di un comune destino tra le Nazioni della terra. Nei dinamismi della storia, pur nella diversità delle etnie, delle società e delle culture, vediamo seminata così la vocazione a formare una comunità composta da fratelli che si accolgono reciprocamente, prendendosi cura gli uni degli altri. Tale vocazione è però ancor oggi spesso contrastata e smentita nei fatti, in un mondo caratterizzato da quella “globalizzazione dell’indifferenza” che ci fa lentamente “abituare” alla sofferenza dell’altro, chiudendoci in noi stessi.

In tante parti del mondo, sembra non conoscere sosta la grave lesione dei diritti umani fondamentali, soprattutto del diritto alla vita e di quello alla libertà di religione. Il tragico fenomeno del traffico degli esseri umani, sulla cui vita e disperazione speculano persone senza scrupoli, ne rappresenta un inquietante esempio. Alle guerre fatte di scontri armati si aggiungono guerre meno visibili, ma non meno crudeli, che si combattono in campo economico e finanziario con mezzi altrettanto distruttivi di vite, di famiglie, di imprese.

La globalizzazione, come ha affermato Benedetto XVI, ci rende vicini, ma non ci rende fratelli.1 Inoltre, le molte situazioni di sperequazione, di povertà e di ingiustizia, segnalano non solo una profonda carenza di fraternità, ma anche l’assenza di una cultura della solidarietà. Le nuove ideologie, caratterizzate da diffuso individualismo, egocentrismo e consumismo materialistico, indeboliscono i legami sociali, alimentando quella mentalità dello “scarto”, che induce al disprezzo e all’abbandono dei più deboli, di coloro che vengono considerati “inutili”. Così la convivenza umana diventa sempre più simile a un mero do ut des pragmatico ed egoista.

In pari tempo appare chiaro che anche le etiche contemporanee risultano incapaci di produrre vincoli autentici di fraternità, poiché una fraternità priva del riferimento ad un Padre comune, quale suo fondamento ultimo, non riesce a sussistere.2 Una vera fraternità tra gli uomini suppone ed esige una paternità trascendente. A partire dal riconoscimento di questa paternità, si consolida la fraternità tra gli uomini, ovvero quel farsi “prossimo” che si prende cura dell’altro.

«Dov’è tuo fratello?» (Gen 4,9)

2. Per comprendere meglio questa vocazione dell’uomo alla fraternità, per riconoscere più adeguatamente gli ostacoli che si frappongono alla sua realizzazione e individuare le vie per il loro superamento, è fondamentale farsi guidare dalla conoscenza del disegno di Dio, quale è presentato in maniera eminente nella Sacra Scrittura.

Secondo il racconto delle origini, tutti gli uomini derivano da genitori comuni, da Adamo ed Eva, coppia creata da Dio a sua immagine e somiglianza (cfr Gen 1,26), da cui nascono Caino e Abele. Nella vicenda della famiglia primigenia leggiamo la genesi della società, l’evoluzione delle relazioni tra le persone e i popoli.

Abele è pastore, Caino è contadino. La loro identità profonda e, insieme, la loro vocazione, è quella di essere fratelli, pur nella diversità della loro attività e cultura, del loro modo di rapportarsi con Dio e con il creato. Ma l’uccisione di Abele da parte di Caino attesta tragicamente il rigetto radicale della vocazione ad essere fratelli. La loro vicenda (cfr Gen 4,1-16) evidenzia il difficile compito a cui tutti gli uomini sono chiamati, di vivere uniti, prendendosi cura l’uno dell’altro. Caino, non accettando la predilezione di Dio per Abele, che gli offriva il meglio del suo gregge – «il Signore gradì Abele e la sua offerta, ma non gradì Caino e la sua offerta» (Gen 4,4-5) – uccide per invidia Abele. In questo modo rifiuta di riconoscersi fratello, di relazionarsi positivamente con lui, di vivere davanti a Dio, assumendo le proprie responsabilità di cura e di protezione dell’altro. Alla domanda «Dov’è tuo fratello?», con la quale Dio interpella Caino, chiedendogli conto del suo operato, egli risponde: «Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello?» (Gen 4,9). Poi, ci dice la Genesi, «Caino si allontanò dal Signore» (4,16).

Occorre interrogarsi sui motivi profondi che hanno indotto Caino a misconoscere il vincolo di fraternità e, assieme, il vincolo di reciprocità e di comunione che lo legava a suo fratello Abele. Dio stesso denuncia e rimprovera a Caino una contiguità con il male: «il peccato è accovacciato alla tua porta» (Gen 4,7). Caino, tuttavia, si rifiuta di opporsi al male e decide di alzare ugualmente la sua «mano contro il fratello Abele» (Gen 4,8), disprezzando il progetto di Dio. Egli frustra così la sua originaria vocazione ad essere figlio di Dio e a vivere la fraternità.

Il racconto di Caino e Abele insegna che l’umanità porta inscritta in sé una vocazione alla fraternità, ma anche la possibilità drammatica del suo tradimento. Lo testimonia l’egoismo quotidiano, che è alla base di tante guerre e tante ingiustizie: molti uomini e donne muoiono infatti per mano di fratelli e di sorelle che non sanno riconoscersi tali, cioè come esseri fatti per la reciprocità, per la comunione e per il dono.

«E voi siete tutti fratelli» (Mt 23,8)

3. Sorge spontanea la domanda: gli uomini e le donne di questo mondo potranno mai corrispondere pienamente all’anelito di fraternità, impresso in loro da Dio Padre? Riusciranno con le loro sole forze a vincere l’indifferenza, l’egoismo e l’odio, ad accettare le legittime differenze che caratterizzano i fratelli e le sorelle?

Parafrasando le sue parole, potremmo così sintetizzare la risposta che ci dà il Signore Gesù: poiché vi è un solo Padre, che è Dio, voi siete tutti fratelli (cfr Mt 23,8-9). La radice della fraternità è contenuta nella paternità di Dio. Non si tratta di una paternità generica, indistinta e storicamente inefficace, bensì dell’amore personale, puntuale e straordinariamente concreto di Dio per ciascun uomo (cfr Mt 6,25-30). Una paternità, dunque, efficacemente generatrice di fraternità, perché l’amore di Dio, quando è accolto, diventa il più formidabile agente di trasformazione dell’esistenza e dei rapporti con l’altro, aprendo gli uomini alla solidarietà e alla condivisione operosa.

In particolare, la fraternità umana è rigenerata in e da Gesù Cristo con la sua morte e risurrezione. La croce è il “luogo” definitivo di fondazione della fraternità, che gli uomini non sono in grado di generare da soli. Gesù Cristo, che ha assunto la natura umana per redimerla, amando il Padre fino alla morte e alla morte di croce (cfr Fil 2,8), mediante la sua risurrezione ci costituisce come umanità nuova, in piena comunione con la volontà di Dio, con il suo progetto, che comprende la piena realizzazione della vocazione alla fraternità.

Gesù riprende dal principio il progetto del Padre, riconoscendogli il primato su ogni cosa. Ma il Cristo, con il suo abbandono alla morte per amore del Padre, diventa principio nuovo e definitivo di tutti noi, chiamati a riconoscerci in Lui come fratelli perché figli dello stesso Padre. Egli è l’Alleanza stessa, lo spazio personale della riconciliazione dell’uomo con Dio e dei fratelli tra loro. Nella morte in croce di Gesù c’è anche il superamento della separazione tra popoli, tra il popolo dell’Alleanza e il popolo dei Gentili, privo di speranza perché fino a quel momento rimasto estraneo ai patti della Promessa. Come si legge nella Lettera agli Efesini, Gesù Cristo è colui che in sé riconcilia tutti gli uomini. Egli è la pace, poiché dei due popoli ne ha fatto uno solo, abbattendo il muro di separazione che li divideva, ovvero l’inimicizia. Egli ha creato in se stesso un solo popolo, un solo uomo nuovo, una sola nuova umanità (cfr 2,14-16).

Chi accetta la vita di Cristo e vive in Lui, riconosce Dio come Padre e a Lui dona totalmente se stesso, amandolo sopra ogni cosa. L’uomo riconciliato vede in Dio il Padre di tutti e, per conseguenza, è sollecitato a vivere una fraternità aperta a tutti. In Cristo, l’altro è accolto e amato come figlio o figlia di Dio, come fratello o sorella, non come un estraneo, tantomeno come un antagonista o addirittura un nemico. Nella famiglia di Dio, dove tutti sono figli di uno stesso Padre, e perché innestati in Cristo, figli nel Figlio, non vi sono “vite di scarto”. Tutti godono di un’eguale ed intangibile dignità. Tutti sono amati da Dio, tutti sono stati riscattati dal sangue di Cristo, morto in croce e risorto per ognuno. È questa la ragione per cui non si può rimanere indifferenti davanti alla sorte dei fratelli.

La fraternità, fondamento e via per la pace

4. Ciò premesso, è facile comprendere che la fraternità è fondamento e via per la pace. Le Encicliche sociali dei miei Predecessori offrono un valido aiuto in tal senso. Sarebbe sufficiente rifarsi alle definizioni di pace della Populorum progressio di Paolo VI o della Sollicitudo rei socialis di Giovanni Paolo II. Dalla prima ricaviamo che lo sviluppo integrale dei popoli è il nuovo nome della pace.3 Dalla seconda, che la pace è opus solidaritatis. 4.Paolo VI afferma che non soltanto le persone, ma anche le Nazioni debbono incontrarsi in uno spirito di fraternità. E spiega: «In questa comprensione e amicizia vicendevoli, in questa comunione sacra noi dobbiamo […] lavorare assieme per edificare l’avvenire comune dell’umanità».5 Questo dovere riguarda in primo luogo i più favoriti. I loro obblighi sono radicati nella fraternità umana e soprannaturale e si presentano sotto un triplice aspetto: il dovere di solidarietà, che esige che le Nazioni ricche aiutino quelle meno progredite; il dovere di giustizia sociale, che richiede il ricomponimento in termini più corretti delle relazioni difettose tra popoli forti e popoli deboli; il dovere di carità universale, che implica la promozione di un mondo più umano per tutti, un mondo nel quale tutti abbiano qualcosa da dare e da ricevere, senza che il progresso degli uni costituisca un ostacolo allo sviluppo degli altri.6

Così, se si considera la pace come opus solidaritatis, allo stesso modo, non si può pensare che la fraternità non ne sia il fondamento precipuo. La pace, afferma Giovanni Paolo II, è un bene indivisibile. O è bene di tutti o non lo è di nessuno. Essa può essere realmente conquistata e fruita, come miglior qualità della vita e come sviluppo più umano e sostenibile, solo se si attiva, da parte di tutti, «una determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune».7 Ciò implica di non farsi guidare dalla «brama del profitto» e dalla «sete del potere». Occorre avere la disponibilità a «”perdersi” a favore dell’altro invece di sfruttarlo, e a “servirlo” invece di opprimerlo per il proprio tornaconto. […] L’”altro” – persona, popolo o Nazione – [non va visto] come uno strumento qualsiasi, per sfruttare a basso costo la sua capacità di lavoro e la resistenza fisica, abbandonandolo poi quando non serve più, ma come un nostro “simile”, un “aiuto”».8

La solidarietà cristiana presuppone che il prossimo sia amato non solo come «un essere umano con i suoi diritti e la sua fondamentale eguaglianza davanti a tutti, ma [come] viva immagine di Dio Padre, riscattata dal sangue di Gesù Cristo e posta sotto l’azione permanente dello Spirito Santo»,9 come un altro fratello. «Allora la coscienza della paternità comune di Dio, della fraternità di tutti gli uomini in Cristo, “figli nel Figlio”, della presenza e dell’azione vivificante dello Spirito Santo, conferirà – rammenta Giovanni Paolo II – al nostro sguardo sul mondo come un nuovo criterio per interpretarlo»,10 per trasformarlo.

Fraternità, premessa per sconfiggere la povertà

5. Nella Caritas in veritate il mio Predecessore ricordava al mondo come la mancanza di fraternità tra i popoli e gli uomini sia una causa importante della povertà.11 In molte società sperimentiamo una profonda povertà relazionale dovuta alla carenza di solide relazioni familiari e comunitarie. Assistiamo con preoccupazione alla crescita di diversi tipi di disagio, di emarginazione, di solitudine e di varie forme di dipendenza patologica. Una simile povertà può essere superata solo attraverso la riscoperta e la valorizzazione di rapporti fraterni in seno alle famiglie e alle comunità, attraverso la condivisione delle gioie e dei dolori, delle difficoltà e dei successi che accompagnano la vita delle persone.

Inoltre, se da un lato si riscontra una riduzione della povertà assoluta, dall’altro lato non possiamo non riconoscere una grave crescita della povertà relativa, cioè di diseguaglianze tra persone e gruppi che convivono in una determinata regione o in un determinato contesto storico-culturale. In tal senso, servono anche politiche efficaci che promuovano il principio della fraternità, assicurando alle persone – eguali nella loro dignità e nei loro diritti fondamentali – di accedere ai “capitali”, ai servizi, alle risorse educative, sanitarie, tecnologiche affinché ciascuno abbia l’opportunità di esprimere e di realizzare il suo progetto di vita, e possa svilupparsi in pienezza come persona.

Si ravvisa anche la necessità di politiche che servano ad attenuare una eccessiva sperequazione del reddito. Non dobbiamo dimenticare l’insegnamento della Chiesa sulla cosiddetta ipoteca sociale, in base alla quale se è lecito, come dice san Tommaso d’Aquino, anzi necessario «che l’uomo abbia la proprietà dei beni»,12 quanto all’uso, li «possiede non solo come propri, ma anche come comuni, nel senso che possono giovare non unicamente a lui ma anche agli altri».13

Infine, vi è un ulteriore modo di promuovere la fraternità – e così sconfiggere la povertà – che dev’essere alla base di tutti gli altri. È il distacco di chi sceglie di vivere stili di vita sobri ed essenziali, di chi, condividendo le proprie ricchezze, riesce così a sperimentare la comunione fraterna con gli altri. Ciò è fondamentale per seguire Gesù Cristo ed essere veramente cristiani. È il caso non solo delle persone consacrate che professano voto di povertà, ma anche di tante famiglie e tanti cittadini responsabili, che credono fermamente che sia la relazione fraterna con il prossimo a costituire il bene più prezioso.

La riscoperta della fraternità nell’economia

6. Le gravi crisi finanziarie ed economiche contemporanee – che trovano la loro origine nel progressivo allontanamento dell’uomo da Dio e dal prossimo, nella ricerca avida di beni materiali, da un lato, e nel depauperamento delle relazioni interpersonali e comunitarie dall’altro – hanno spinto molti a ricercare la soddisfazione, la felicità e la sicurezza nel consumo e nel guadagno oltre ogni logica di una sana economia. Già nel 1979 Giovanni Paolo II avvertiva l’esistenza di «un reale e percettibile pericolo che, mentre progredisce enormemente il dominio da parte dell’uomo sul mondo delle cose, di questo suo dominio egli perda i fili essenziali, e in vari modi la sua umanità sia sottomessa a quel mondo, ed egli stesso divenga oggetto di multiforme, anche se spesso non direttamente percettibile, manipolazione, mediante tutta l’organizzazione della vita comunitaria, mediante il sistema di produzione, mediante la pressione dei mezzi di comunicazione sociale».14

Il succedersi delle crisi economiche deve portare agli opportuni ripensamenti dei modelli di sviluppo economico e a un cambiamento negli stili di vita. La crisi odierna, pur con il suo grave retaggio per la vita delle persone, può essere anche un’occasione propizia per recuperare le virtù della prudenza, della temperanza, della giustizia e della fortezza. Esse ci possono aiutare a superare i momenti difficili e a riscoprire i vincoli fraterni che ci legano gli uni agli altri, nella fiducia profonda che l’uomo ha bisogno ed è capace di qualcosa in più rispetto alla massimizzazione del proprio interesse individuale. Soprattutto tali virtù sono necessarie per costruire e mantenere una società a misura della dignità umana.

La fraternità spegne la guerra

7. Nell’anno trascorso, molti nostri fratelli e sorelle hanno continuato a vivere l’esperienza dilaniante della guerra, che costituisce una grave e profonda ferita inferta alla fraternità.

Molti sono i conflitti che si consumano nell’indifferenza generale. A tutti coloro che vivono in terre in cui le armi impongono terrore e distruzioni, assicuro la mia personale vicinanza e quella di tutta la Chiesa. Quest’ultima ha per missione di portare la carità di Cristo anche alle vittime inermi delle guerre dimenticate, attraverso la preghiera per la pace, il servizio ai feriti, agli affamati, ai rifugiati, agli sfollati e a quanti vivono nella paura. La Chiesa alza altresì la sua voce per far giungere ai responsabili il grido di dolore di quest’umanità sofferente e per far cessare, insieme alle ostilità, ogni sopruso e violazione dei diritti fondamentali dell’uomo.15

Per questo motivo desidero rivolgere un forte appello a quanti con le armi seminano violenza e morte: riscoprite in colui che oggi considerate solo un nemico da abbattere il vostro fratello e fermate la vostra mano! Rinunciate alla via delle armi e andate incontro all’altro con il dialogo, il perdono e la riconciliazione per ricostruire la giustizia, la fiducia e la speranza intorno a voi! «In quest’ottica, appare chiaro che nella vita dei popoli i conflitti armati costituiscono sempre la deliberata negazione di ogni possibile concordia internazionale, creando divisioni profonde e laceranti ferite che richiedono molti anni per rimarginarsi. Le guerre costituiscono il rifiuto pratico a impegnarsi per raggiungere quelle grandi mete economiche e sociali che la comunità internazionale si è data».16

Tuttavia, finché ci sarà una così grande quantità di armamenti in circolazione come quella attuale, si potranno sempre trovare nuovi pretesti per avviare le ostilità. Per questo faccio mio l’appello dei miei Predecessori in favore della non proliferazione delle armi e del disarmo da parte di tutti, a cominciare dal disarmo nucleare e chimico.

Non possiamo però non constatare che gli accordi internazionali e le leggi nazionali, pur essendo necessari ed altamente auspicabili, non sono sufficienti da soli a porre l’umanità al riparo dal rischio dei conflitti armati. È necessaria una conversione dei cuori che permetta a ciascuno di riconoscere nell’altro un fratello di cui prendersi cura, con il quale lavorare insieme per costruire una vita in pienezza per tutti. È questo lo spirito che anima molte delle iniziative della società civile, incluse le organizzazioni religiose, in favore della pace. Mi auguro che l’impegno quotidiano di tutti continui a portare frutto e che si possa anche giungere all’effettiva applicazione nel diritto internazionale del diritto alla pace, quale diritto umano fondamentale, pre-condizione necessaria per l’esercizio di tutti gli altri diritti.

La corruzione e il crimine organizzato avversano la fraternità

8. L’orizzonte della fraternità rimanda alla crescita in pienezza di ogni uomo e donna. Le giuste ambizioni di una persona, soprattutto se giovane, non vanno frustrate e offese, non va rubata la speranza di poterle realizzare. Tuttavia, l’ambizione non va confusa con la prevaricazione. Al contrario, occorre gareggiare nello stimarsi a vicenda (cfr Rm 12,10). Anche nelle dispute, che costituiscono un aspetto ineliminabile della vita, bisogna sempre ricordarsi di essere fratelli e perciò educare ed educarsi a non considerare il prossimo come un nemico o come un avversario da eliminare.

La fraternità genera pace sociale perché crea un equilibrio fra libertà e giustizia, fra responsabilità personale e solidarietà, fra bene dei singoli e bene comune. Una comunità politica deve, allora, agire in modo trasparente e responsabile per favorire tutto ciò. I cittadini devono sentirsi rappresentati dai poteri pubblici nel rispetto della loro libertà. Invece, spesso, tra cittadino e istituzioni, si incuneano interessi di parte che deformano una tale relazione, propiziando la creazione di un clima perenne di conflitto.

Un autentico spirito di fraternità vince l’egoismo individuale che contrasta la possibilità delle persone di vivere in libertà e in armonia tra di loro. Tale egoismo si sviluppa socialmente sia nelle molte forme di corruzione, oggi così capillarmente diffuse, sia nella formazione delle organizzazioni criminali, dai piccoli gruppi a quelli organizzati su scala globale, che, logorando in profondità la legalità e la giustizia, colpiscono al cuore la dignità della persona. Queste organizzazioni offendono gravemente Dio, nuocciono ai fratelli e danneggiano il creato, tanto più quando hanno connotazioni religiose.

Penso al dramma lacerante della droga, sulla quale si lucra in spregio a leggi morali e civili; alla devastazione delle risorse naturali e all’inquinamento in atto; alla tragedia dello sfruttamento del lavoro; penso ai traffici illeciti di denaro come alla speculazione finanziaria, che spesso assume caratteri predatori e nocivi per interi sistemi economici e sociali, esponendo alla povertà milioni di uomini e donne; penso alla prostituzione che ogni giorno miete vittime innocenti, soprattutto tra i più giovani rubando loro il futuro; penso all’abominio del traffico di esseri umani, ai reati e agli abusi contro i minori, alla schiavitù che ancora diffonde il suo orrore in tante parti del mondo, alla tragedia spesso inascoltata dei migranti sui quali si specula indegnamente nell’illegalità. Scrisse al riguardo Giovanni XXIII: «Una convivenza fondata soltanto su rapporti di forza non è umana. In essa infatti è inevitabile che le persone siano coartate o compresse, invece di essere facilitate e stimolate a sviluppare e perfezionare se stesse».17 L’uomo, però, si può convertire e non bisogna mai disperare della possibilità di cambiare vita. Desidererei che questo fosse un messaggio di fiducia per tutti, anche per coloro che hanno commesso crimini efferati, poiché Dio non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva (cfr Ez 18,23).

Nel contesto ampio della socialità umana, guardando al delitto e alla pena, viene anche da pensare alle condizioni inumane di tante carceri, dove il detenuto è spesso ridotto in uno stato sub-umano e viene violato nella sua dignità di uomo, soffocato anche in ogni volontà ed espressione di riscatto. La Chiesa fa molto in tutti questi ambiti, il più delle volte nel silenzio. Esorto ed incoraggio a fare sempre di più, nella speranza che tali azioni messe in campo da tanti uomini e donne coraggiosi possano essere sempre più sostenute lealmente e onestamente anche dai poteri civili.

La fraternità aiuta a custodire e a coltivare la natura

9. La famiglia umana ha ricevuto dal Creatore un dono in comune: la natura. La visione cristiana della creazione comporta un giudizio positivo sulla liceità degli interventi sulla natura per trarne beneficio, a patto di agire responsabilmente, cioè riconoscendone quella “grammatica” che è in essa inscritta ed usando saggiamente le risorse a vantaggio di tutti, rispettando la bellezza, la finalità e l’utilità dei singoli esseri viventi e la loro funzione nell’ecosistema. Insomma, la natura è a nostra disposizione, e noi siamo chiamati ad amministrarla responsabilmente. Invece, siamo spesso guidati dall’avidità, dalla superbia del dominare, del possedere, del manipolare, dello sfruttare; non custodiamo la natura, non la rispettiamo, non la consideriamo come un dono gratuito di cui avere cura e da mettere a servizio dei fratelli, comprese le generazioni future.

In particolare, il settore agricolo è il settore produttivo primario con la vitale vocazione di coltivare e custodire le risorse naturali per nutrire l’umanità. A tale riguardo, la persistente vergogna della fame nel mondo mi incita a condividere con voi la domanda: in che modo usiamo le risorse della terra? Le società odierne devono riflettere sulla gerarchia delle priorità a cui si destina la produzione. Difatti, è un dovere cogente che si utilizzino le risorse della terra in modo che tutti siano liberi dalla fame. Le iniziative e le soluzioni possibili sono tante e non si limitano all’aumento della produzione. E’ risaputo che quella attuale è sufficiente, eppure ci sono milioni di persone che soffrono e muoiono di fame e ciò costituisce un vero scandalo. È necessario allora trovare i modi affinché tutti possano beneficiare dei frutti della terra, non soltanto per evitare che si allarghi il divario tra chi più ha e chi deve accontentarsi delle briciole, ma anche e soprattutto per un’esigenza di giustizia e di equità e di rispetto verso ogni essere umano. In tal senso, vorrei richiamare a tutti quella necessaria destinazione universale dei beni che è uno dei principi-cardine della dottrina sociale della Chiesa. Rispettare tale principio è la condizione essenziale per consentire un fattivo ed equo accesso a quei beni essenziali e primari di cui ogni uomo ha bisogno e diritto.

Conclusione

10. La fraternità ha bisogno di essere scoperta, amata, sperimentata, annunciata e testimoniata. Ma è solo l’amore donato da Dio che ci consente di accogliere e di vivere pienamente la fraternità.

Il necessario realismo della politica e dell’economia non può ridursi ad un tecnicismo privo di idealità, che ignora la dimensione trascendente dell’uomo. Quando manca questa apertura a Dio, ogni attività umana diventa più povera e le persone vengono ridotte a oggetti da sfruttare. Solo se accettano di muoversi nell’ampio spazio assicurato da questa apertura a Colui che ama ogni uomo e ogni donna, la politica e l’economia riusciranno a strutturarsi sulla base di un autentico spirito di carità fraterna e potranno essere strumento efficace di sviluppo umano integrale e di pace.

Noi cristiani crediamo che nella Chiesa siamo membra gli uni degli altri, tutti reciprocamente necessari, perché ad ognuno di noi è stata data una grazia secondo la misura del dono di Cristo, per l’utilità comune (cfr Ef 4,7.25; 1 Cor 12,7). Cristo è venuto nel mondo per portarci la grazia divina, cioè la possibilità di partecipare alla sua vita. Ciò comporta tessere una relazionalità fraterna, improntata alla reciprocità, al perdono, al dono totale di sé, secondo l’ampiezza e la profondità dell’amore di Dio, offerto all’umanità da Colui che, crocifisso e risorto, attira tutti a sé: «Vi dò un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,34-35). È questa la buona novella che richiede ad ognuno un passo in più, un esercizio perenne di empatia, di ascolto della sofferenza e della speranza dell’altro, anche del più lontano da me, incamminandosi sulla strada esigente di quell’amore che sa donarsi e spendersi con gratuità per il bene di ogni fratello e sorella.

Cristo abbraccia tutto l’uomo e vuole che nessuno si perda. «Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui» (Gv 3,17). Lo fa senza opprimere, senza costringere nessuno ad aprirgli le porte del suo cuore e della sua mente. «Chi fra voi è il più grande diventi come il più piccolo e chi governa diventi come quello che serve» – dice Gesù Cristo – «io sono in mezzo a voi come uno che serve» (Lc 22,26-27). Ogni attività deve essere, allora, contrassegnata da un atteggiamento di servizio alle persone, specialmente quelle più lontane e sconosciute. Il servizio è l’anima di quella fraternità che edifica la pace.

Maria, la Madre di Gesù, ci aiuti a comprendere e a vivere tutti i giorni la fraternità che sgorga dal cuore del suo Figlio, per portare pace ad ogni uomo su questa nostra amata terra.

Dal Vaticano, 8 dicembre 2013