“LIBERTA’ RELIGIOSA E DIALOGO” Luigi De Salvia

 (Intervento per il convegno sulla libertà religiosa tenuto presso il monastero di San Biagio/Mondovì il 5/6 maggio 2012)

L’articolo 8 della Costituzione Italiana recita: “Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge. Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano. I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze “. Tale articolo è preceduto da un altro, riguardante, tra l’altro, la libertà personale di espressione religiosa (l’articolo 3) , che recita: ” Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese “.
Dunque la libertà religiosa è garantita nel nostro paese sia nella sua forma individuale sia in quella comunitaria, ma, probabilmente non a caso, l’affermazione del diritto della persona ad esprimere apertamente la propria appartenenza religiosa e le proprie convinzioni, eventualmente non religiose, precede, nella formulazione, il diritto delle comunità ad un riconoscimento giuridico equo in un contesto civile pluralista. Questa priorità della libertà personale è esplicitata in modo ancora più netto nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, proclamata nel 1948, che, nell’articolo 18, recita: ”  Ogni individuo ha il diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione; tale diritto include la libertà di cambiare religione o credo, e la libertà di manifestare, isolatamente o in comune, sia in pubblico che in privato, la propria religione o il proprio credo nell’insegnamento, nelle pratiche, nel culto e nell’osservanza dei riti ” : una vera e propria rivoluzione copernicana sul tema della libertà, della quale vogliamo cercare di mettere a fuoco, in sintesi, premesse e conseguenze.
E’ innegabile che il tema della libertà di coscienza e di religione è venuto prepotentemente alla ribalta grazie  all’illuminismo ed alla rivoluzione francese; l’esperienza durissima  di prolungate guerre di religione tra componenti contrapposte della cristianità  nel cuore dell’Europa e la frequente tendenza all’autoritarismo di leadership religiose, a tratti alleate con oligarchie di potere tutt’altro che attente alla giustizia,  spiegano, in qualche modo, anche certe intransigenze  di questa rivoluzione libertaria che ha comunque segnato la storia successiva dell’Europa, caricandola di una conflittualità non ancora pienamente risolta. Va comunque riconosciuto che con il suo sollevarsi in nome di ” liberté, egalité, fraternité “, ha avviato la difficilissima “gravidanza” dalla quale sarebbe nata la concezione moderna dei diritti della persona umana; non possono, d’altra parte, essere minimizzate le conseguenze delle derive positivistiche in campo scientifico e sociale alle quali la rivoluzione iniziata a Parigi nel fatidico 1789 non poteva forse sottrarsi. Ancora oggi, d’altra parte, in Francia la Laïcité  sembra risentire in parte di questa diffidenza nei confronti delle realtà religiose in quanto tali, percepite più come fattori di rischio per la coesione sociale, da controllare ed arginare, che come possibili luoghi di apertura alla spiritualità e di attenzione alla fragilità umana, capaci di interagire positivamente nella ricerca del bene comune.
Tuttavia,  a partire dalla svolta epocale rappresentata da quella rivoluzione, è andato crescendo sempre più il confronto, spesso molto teso, sul tema delle libertà, che, potremmo dire, ha avuto una prima importante sintesi solo all’indomani dei tragici esiti della II Guerra Mondiale e del crollo dei totalitarismi di tipo nazionalista ( quello sovietico sarebbe durato più a lungo, grazie al peso internazionale raggiunto per il ruolo militare determinante nei confronti del nazifascismo ); ed infatti, subito dopo quello spaventoso conflitto, durante il quale  la vita umana sembrava essere diventata un fatto pressoché insignificante, la nascente Organizzazione delle Nazioni Unite si diede come compito prioritario quello di affermare i valori condivisi riguardanti la dignità e la centralità della persona umana in quanto tale, al fine di scongiurare il ripetersi di tragedie su scala mondiale, come quella dalla quale quasi insperatamente si stava uscendo.
Si arrivò così alla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, firmata il 10 Dicembre 1948 proprio in quella Parigi che era insorta circa 160 anni prima in nome della libertà per ogni essere umano. Forse non è un caso che un ruolo decisivo nel conciliare concezioni e sensibilità diverse che si confrontarono nella travagliata ed impegnativa elaborazione del testo sia stato svolto da Jacques Maritain, un filosofo che aveva, in un certo senso, operato in sé una sintesi dei valori culturali della Francia moderna e di quelli umanistici che ritrovava, sia pure contraddetti in tante occasioni, nella spiritualità della tradizione cristiana nella quale si era andato riconoscendo. Perché l’articolo 18 di tale Dichiarazione, riguardante la libertà di pensiero, di coscienza e di religione, può essere considerato una sorta di rivoluzione copernicana in tema di libertà ? Perché, ritengo, per la prima volta in un documento internazionale di portata storica tale diritto  viene fondato con assoluta chiarezza sull’identità stessa della persona umana, della cui dignità diventa il tratto distintivo per eccellenza. In passato non era così … Per quanto apprezziamo tutte le situazioni storiche, anche lontane nel tempo, nelle quali è stato possibile esprimere le proprie convinzioni e la propria prassi religiosa senza essere oggetto di disprezzo, discriminazione e  persecuzione, tuttavia non possiamo sottovalutare la precarietà di situazioni  nelle quali tale libertà era concessa da un monarca o da un qualche “contratto sociale” gestito da un’autorità statale e che in mutate situazioni poteva essere ritirata, se considerata destabilizzante per il sistema in causa;  si poteva passare così da religione “lecita” a religione proibita da perseguitare ed estirpare: esempi storici, talvolta francamente tragici, di tali inversioni di atteggiamento non mancano.
Tornando ai nostri giorni, cerchiamo di riflettere su quale possa essere un  rapporto fecondo tra  libertà religiosa e dialogo che coinvolga appartenenti a tradizioni religiose differenti, nonché singole persone o gruppi che non si riconoscono in appartenenze religiose. Essendo l’espressione pubblica del vissuto religioso un fatto relazionale ( a differenza della spiritualità intima, che può sussistere  anche nelle condizioni esterne più ostili, anzi spesso è il conforto più solido per sopravvivere all’oppressione ed alla persecuzione più spietata ), non è indifferente se  interlocutori con riferimenti culturali e religiosi diversi  conversino o polemizzino, si apprezzino o si disprezzino, si accolgano o non si accolgano. Non è sufficiente, pertanto, disporre di una legislazione non esclusiva in tema di religione, per quanto questo sia un dato prezioso ed insostituibile, affinché ci sia un clima positivo di libertà religiosa. Si richiede piuttosto l’impegno costante per facilitare la conoscenza e la valorizzazione  reciproca attraverso forme di intesa e collaborazione delle varie comunità religiose e delle associazioni civili in  spazi sociali condivisi di particolare delicatezza, quali, ad esempio, scuole, ospedali e carceri, nonché nell’ambito del volontariato organizzato umanitario e sociale. Sono altresì importanti, per favorire l’accoglienza reciproca, che rappresenta l’humus più adatto a favorire la percezione della libertà religiosa come valore ,  iniziative culturali, sportive ed artistiche , che non sono certo mancate in questi ultimi anni nel nostro paese, ma che è necessario incrementare e qualificare sempre più.                     Queste “buone pratiche”, in effetti, hanno mostrato di contribuire in modo significativo ad arginare fenomeni di chiusura xenofoba da un lato e di auto-ghettizzazione dall’altro, fenomeni dei quali non ci si può certo stupire, se consideriamo la portata crescente dell’immigrazione nelle ultime decadi in Italia; in un’Italia nella quale il “pluralismo religioso”, fino ad un passato recente, si riduceva quasi esclusivamente a schierarsi pro o contro la Chiesa Cattolico-Romana, essendo le pur qualificate minoranze religiose “storiche” relativamente poco note e frequentate dalla maggior parte della popolazione.
Andrebbe anche sottolineato, forse, che il proliferare di reti di amicizia e di cooperazione tra persone con retroterra culturali e religiosi diversi, che hanno permesso spesso di superare barriere di incomprensioni e di avversione che duravano secoli, è stato possibile anche grazie al progresso che il dialogo interreligioso è andato facendo non solo a livello di base, ma anche a livello di leader delle grandi tradizioni  mondiali ( Si pensi, a tal proposito, all’impatto dello storico incontro di Preghiera per la Pace, tenuto in Assisi il 27 Ottobre 1986, che ha molto favorito negli anni seguenti il riconoscimento reciproco ed il desiderio di collaborare tra seguaci di varie religioni ).
Potremmo, in qualche modo, dire,  da questo punto di vista, che, negli anni più recenti, è diventato qualcosa più di un sogno quanto indicava in un suo Editto l’imperatore Ashoka che regnò in India dal 286 al 233 a.C.Egli si era convertito al buddhismo dopo l’esperienza personale drammatica delle terribili guerre che lo avevano portato alla guida dell’impero Maurya.

Recitava dunque il suo XII Editto , fatto incidere sulla roccia : Non bisogna incensare solo il proprio Dharma disprezzando e criticando il Dharma altrui, ma bisogna vedere quel che c’e di buono in ogni Dharma e apprezzarlo per questo. Cosi’ facendo, infatti, si aiuta il proprio Dharma a crescere e si rende un servizio anche al Dharma degli altri.
Comportandosi nel modo opposto si scava la tomba al proprio Dharma e si danneggiano gli altri. Chiunque esalti il proprio Dharma e disprezzi gli altri, lo fa certo per devozione al suo Dharma, pensando “Voglio rendere onore al mio Dharma”, ma, al contrario, comportandosi cosi’, danneggia il proprio Dharma in modo ancor piu’ grave. Pertanto la concordia e’ cosa buona: siate tutti disposti ad ascoltare tutto e siate aperti alle dottrine professate dagli altri.

Per Dharma possiamo intendere Religione ed anche Spiritualità in senso lato, concetti più usuali per la maggior parte di noi, anche se non univoci; ma quel che sorprende in questo editto è la sua grande attualità: la Sapienza sembra indipendente dallo scorrere del tempo.    Possano queste parole e le tante altre di analogo tenore che ci sono state trasmesse ed affidate, rappresentare per molti un orizzonte condiviso per affrontare la sfida del pluralismo anche nel nostro tempo.