Violenze settarie “inaspettate” in Sri Lanka e Myanmar : un articolo di Paolo Affatato su Vatican Insider ( La Stampa)

Violenze settarie “inaspettate” di Buddhisti in Sri Lanka e Myanmar

Myanmar. Protesta di monaci buddisti contro la violenza

 Myanmar. Protesta di monaci buddisti contro la violenza

Nel continente che accoglierà Bergoglio, monaci aggressivi in Sri Lanka e Myanmar rischiano di minare l’armonia religiosa

di Paolo Affatato

E’ quell’estremismo che non t’aspetti, derivazione di una religione, quella buddista, che fa della nonviolenza un assioma centrale della sua dottrina. Omicidi, aggressioni, atti di intolleranza, sotto gli occhi increduli della comunità internazionale, si registrano in due paesi asiatici, lo Sri Lanka e il Myanmar (l’ex Birmania), entrambi a maggioranza buddista, legate alla tradizione spirituale Theravada. Monaci singalesi imbracciano la lancia e urlano slogan di odio e intolleranza; un leader arancione birmano, Ashin Wirathu, che si definisce orgogliosamente il “Bin laden d’Asia”, si guadagna la copertina del “Time” come nuovo “volto del terrore buddista”; famiglie aggredite e uccise, in entrambe le nazioni, solo perchè di religione musulmana, o chiese e fedeli attaccati solo perché seguaci di Cristo. Perfino un monaco buddista, Wataraka Vijitha Thero, artigiano del dialogo, percosso e tramortito dai suoi “colleghi” nell’ex Ceylon perché ritenuto “traditore”. Tali rigurgiti di estremismo buddista sono una nota stonata per la Chiesa cattolica, che nei due paesi in questione è una esigua minoranza (7% in Sri Lanka, l’1% in Myanmar) ed è fattivamente impegnata nel dialogo interreligioso. Tanto più questi episodi, che non accennano a smettere, destano preoccupazione perché dal 13 al 15 gennaio 2015 lo Sri Lanka ospiterà Papa Francesco, capo di stato ma anche capo religioso, leader universale di quella fede che i colonizzatori, prima portoghesi e poi britannici, vennero a imporre 400 anni fa nel subcontinente indiano con la forza dei cannoni.

 Indunil Janaka Kodithuwakku, sri lankese, solidi studi in sociologia e missiologia, oggi sottosegretario del Pontificio Consiglio per il Dialogo interreligioso, parlando a Vatican Insider non nasconde i suoi timori, ma rimarca: “In Sri Lanka i buddisti violenti sono solo piccoli gruppi, dietro i quali vi è spesso la mano invisibile della politica. Molti altri monaci e importanti leader hanno condannato pubblicamente la violenza e promuovono una nazione pluralista e inclusiva”. Ma perché questa esplosione di intolleranza? “Bisogna guardare il fenomeno dal punto di vista storico”, prosegue don Janaka. “Il buddismo si è  rivelato un fattore cruciale nel definire l’identità singalese. Il colonialismo è una ferita storica ancora aperta: per quattro secoli la maggioranza singalese è stata sottomessa e si è poi affrancata grazie al contributo decisivo del buddismo. Oggi si fa strada una sorta di psicosi verso altre religioni come quella islamica e quella cristiana. Nel 2004, ad esempio, venne proposta una legge, rilanciata anche nel 2012, che impediva le conversioni da una fede all’altra. I buddisti oggi intendono salvaguardare la cultura del paese, di cui la loro religione è elemento essenziale. Per questo alcuni gruppi promuovono un’interpretazione della dottrina di Buddha che giunge erroneamente a giustificare la violenza”.

 In tale difficile contesto, prosegue il sottosegretario, “la Chiesa srilankese, in quanto minoranza, si muove con estrema cautela. Ha vissuto momenti di sofferenza, con l’espulsione dei missionari e la nazionalizzazione di scuole e istituti cattolici nel 1960. La sfida oggi è quella del dialogo: esistono tante iniziative congiunte tra buddisti, cristiani e musulmani che non fanno notizia. A livello di base va avanti nella società un ‘dialogo di vita’, fra persone e famiglie, che comunque lascia ben sperare”.

 Contattato da Vatican Insider, il venerabile Dhammajothi Thero, autorevole leader buddista, docente all’università di Colombo, e profondamente impegnato nel dialogo tra religioni, spiega: “Come leader religiosi, disapproviamo la violenza in qualsiasi forma: lo Sri Lanka è un paese in cui buddisti, indù, cristiani, musulmani possono vivere in armonia, senza divisioni etniche e religiose”. Per questo Thero invita la popolazione srilankese “a non lasciarsi influenzare da chi vuole disturbare l’armonia e a proseguire sulla via feconda della convivenza, che da sempre caratterizza la nazione”.

 In ogni caso “il buddismo non fa eccezione rispetto al pericolo del fondamentalismo, presente in tutte le tradizioni religiose”, rileva in un colloquio con Vatican Insider Riccardo Venturini, presidente del Centro italiano di cultura buddista a Roma. “Si legittima la violenza per azioni che sarebbero ‘a fin di bene’, come accaduto in passato alle crociate cristiane o al fanatismo islamico, laddove pulsioni identitarie prendono il sopravvento sulle rispettive tradizioni spirituali”. Venturini ricorda che “anche negli anni ’30 e ‘40 del secolo scorso, il buddismo zen giapponese (della tradizione Mahayana) fu favorevole all’invasione della Cina e fautore di un militarismo che non è mai stato rinnegato”.

 La tradizione di “Religions for Peace”, il forum interreligioso universale, è comunque radicata sia in Sri Lanka che in Myanmar e può contribuire a neutralizzare le spinte estremiste. “Vedere dei buddisti attaccare seguaci di altre fedi lascia sconcertati”, nota Luigi De Salvia, responsabile italiano di “Religions for Peace”. “Il credente, sotto la pressione di minacce vere o presunte, può scivolare nell’ostilità, a dispetto dei valori della propria tradizione spirituale. Spesso la violenza religiosa si autogiustifica demonizzando l’altro, del quale ci si sente vittima. E’ compito di tutte le tradizioni prevenire derive vittimiste e violente, avendo cura di rimuovere ogni forma di disprezzo verso le religioni e le opinioni altrui”.

Segnali incoraggianti, tuttavia, non mancano. Il benvenuto in Asia dal buddismo del continente è giunto a Papa Francesco da una delegazione di 42 monaci appartenenti al “Consiglio Supremo Sangha”, organo rappresentativo del buddismo Theravada in Tahilandia. Partecipando di recente alle celebrazioni per il 50° anniversario di istituzione del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso, i monaci hanno rilanciato un messaggio di pace e armonia: la collaborazione tra le religioni, specialmente in Asia, è cruciale per costruire una cultura dell’incontro tra popoli e nazioni.

Roma 23/06/2014