Dopo l’attentato di Westminster, Hazrat Mirza Masroor, guida dei musulmani ahmadi, sconfessa l’interpretazione violenta del jihad


Nessun odio. In nome dell’islam, rispetto, pace, fraternità. Il califfo Hazrat Mirza Masroor non ha nulla in comune – se non l’appellativo – con il leader dell’autoproclamato Stato islamico, che continua a turbare le notti delle nazioni europee. E mentre l’Isis rivendica la paternità dell’attentato al Parlamento di Londra, Masroor, dalla sua moschea londinese, poco distante dall’area residenziale di Wimbledon, condanna la violenza e offre una visione «altra» del rapporto tra Islam e terrorismo.
Non ha peli sulla lingua il 65enne leader pakistano nel dire «il tradimento e l’ignoranza della fede di Maometto» da parte di quanti, come gli affiliati al Daesh, uccidono innocenti, diffondono odio, predicano la violenza. Non esita a condannare la versione bellicista del jihad coranico: una semplificazione strumentale e perfino volgare di un concetto che è di natura eminentemente spirituale, che appartiene alla sfera della «riforma interiore».

Londra è una città ancora scossa dall’inatteso attacco al cuore delle istituzioni democratiche che ha fatto quattro morti e cinquanta feriti. L’assalto del «lupo solitario» Khalid Masood, originario di Kent, che ha falciato i passanti con un SUV e accoltellato i poliziotti, ha lasciato scorie soprattutto a livello psicologico. Il proverbiale equilibrio anglosassone di chi «non si scompone mai» si ritrova incrinato dalla consapevolezza di essere indifesi ed esposti all’aggressione indiscriminata. Accanto alla commozione generale e ai proclami di «unità», emerge l’indignazione per il tradimento consumato da un cittadino anglosassone come Masood, radicalizzatosi, secondo Scotland Yard, durante un soggiorno in Arabia Saudita o dopo un periodo di detenzione.

A questa città ancora sotto shock, di fronte a un’assemblea interreligiosa che lo ascolta rapita durante il «Simposio nazionale di pace», il califfo Masroor rivolge un messaggio controcorrente rispetto alla narrazione di chi continua ad associare al fenomeno del terrorismo l’aggettivo «islamico». Dalla bianca moschea Baitul Futuh, nella periferia sud della capitale inglese, il «califfo buono» guida la comunità musulmana mondiale della Ahmadiyya, una delle correnti riformiste dell’islam, fondata nel 1899 da Hazrat Mirza Ghulam Ahmad (1835 – 1908) a Qadian, cittadina nel Punjab indiano.

La missione precipua del nuovo profeta era quella di far rivivere il messaggio pacifico dell’islam, tradito, a suo dire, dagli stessi musulmani, ricentrando la umma sulle coordinate di «amore a Dio e servizio all’umanità». La sua riforma fu totalmente avversata dalle tradizionali correnti sunnite e sciite, che ancora oggi considerano la comunità di Ahmad eretica. Idea, questa, generatrice di feroci persecuzioni che tutt’ora funestano la vita degli ahmadi soprattutto in nazioni come Pakistan e Indonesia. Questa ostilità non ha impedito all’Ahmadiyya di diffondersi in 207 paesi e di raggiungere, secondo stime interne della comunità, oltre 70 milioni di fedeli.

Oggi Masroor, il quinto califfo della serie, forte della «primogenitura» che vanta in terra anglosassone (la sua è la comunità musulmana più antica del Regno Unito, insediatasi ai primi del ’900), non teme di sconfessare apertamente il «jihad della spada» o le moschee «divenute covi di odio e di manipolazione delle menti», invece che essere «luoghi promotori dell’autentica pace nel mondo». «In nome di Allah – rimarca con mitezza – quei templi andrebbero rasi al suolo».

Il motto che lo ispira, «amore per tutti, odio per nessuno» o l’approccio che esplicitamente guida i suoi sermoni («l’umanità prima di tutto»), danno la cifra di un leader che promuove con convinzione il dialogo interreligioso trovando così porte spalancate in quei consessi sociali, politici e religiosi che intendono disinnescare lo scontro tra civiltà, obiettivo dichiarato dei fedeli del Daesh.

Capi politici e religiosi cristiani nel Regno Unito e di molti stati del mondo, membri di organizzazioni della società civile, giornalisti, intellettuali e blogger, giunti in delegazioni dai cinque continenti, incontrano il califfo Masroor condividendo il desiderio di «fare rete» e di risvegliare nelle coscienze «l’urgenza della giustizia come premessa necessaria alla convivenza pacifica». Ci si confronta sulle soluzioni comuni ai conflitti che dividono popoli e religioni: dire «parole guaritrici», osserva il califfo, «fermare la vendita di armi», «percorrere le strade del dialogo», e creare ponti focalizzandosi su «cosa unisce»: in primis l’umanità, l’essere tutti parte della creazione di Dio.

Non manca l’apprezzamento della Chiesa cattolica e della Santa Sede alla profetica visione della guida suprema dal turbante bianco: un messaggio del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso ricorda il valore della pace che è «dono di Dio e responsabilità degli uomini» citando, in assoluta sintonia con la visione dei musulmani ahmadi, i quattro pilastri indicati nella «Pacem in terris» di Giovanni XXIII: verità, giustizia, amore libertà.

Articolo da Londra di Paolo Affatato su Vatican Insider