“Religioni siano porte di speranza, per varcare i muri dell’orgoglio e della paura”

sfo3307-800x533

La misericordia può diventare uno stimolo al dialogo interreligioso, in particolare nelle opere di carità, che contraddistinguono tutte le appartenenze di culto.

È proprio nel contesto del Giubileo della Misericordia che papa Francesco ha ricevuto oggi in udienza nella Sala Clementina, circa 200 rappresentanti di altre religioni – in particolare cristiani, ebrei, musulmani, buddisti e induisti – tutti impegnati in attività caritative.

Ancora una volta, il Santo Padre ha ricordato la sua definizione di misericordia come “l’architrave che sorregge la vita della Chiesa” (Misericordiae Vultus, 10), oltre che come “chiave per accedere al mistero stesso dell’uomo, anche oggi tanto bisognoso di perdono e di pace”.

Non basta, tuttavia, celebrare il “mistero” della misericordia “solo a parole”: sono necessarie “le opere, con uno stile di vita realmente misericordioso, fatto di amore disinteressato, servizio fraterno, condivisione sincera”, ha sottolineato il Pontefice.

In questo tempo, ha proseguito, tutte le religioni sono chiamate ad essere “messaggere di pace e artefici di comunione; per proclamare, diversamente da chi alimenta scontri, divisioni e chiusure, che oggi è tempo di fraternità”, pur senza “sincretismi concilianti”. Questo richiamo è “gradito a Dio ed è un compito urgente, in risposta non solo alle necessità di oggi, ma soprattutto all’appello all’amore, anima di ogni autentica espressione religiosa”.

Il tema della misericordia, ha sottolineato Bergoglio, è “familiare a molte tradizioni religiose e culturali, dove la compassione e la nonviolenza sono essenziali e indicano la via della vita”. A tal proposito, il Papa ha citato un antico detto sapienziale taoista: “Il rigido e il duro appartengono alla morte; il molle e il tenero appartengono alla vita» (Tao-Te-Ching, 76).

Praticare la misericordia, quindi, significa, per tutte le religioni, “chinarsi con compassionevole tenerezza verso l’umanità debole e bisognosa” e respingere “la tentazione di prevaricare con la forza”, di “mercificare la vita umana” e di vedere negli altri non dei “fratelli, mai dei “numeri”.

Ogni “tradizione autenticamente religiosa” ha nel suo cuore la vicinanza a “quanti vivono situazioni che richiedono una maggiore cura, come la malattia, la disabilità, la povertà, l’ingiustizia, le conseguenze dei conflitti e delle migrazioni”; è la “voce divina” che parla “alla coscienza di ciascuno” e invita “ad aprirsi all’Altro sopra di noi, che bussa alla porta del cuore” e anche ad “aprirsi all’altro accanto a noi, che bussa alla porta di casa, chiedendo attenzione e aiuto”.

La parola “misericordia”, ha ricordato Francesco, nella sua etimologia latina evoca “un cuore sensibile alle miserie”, che “si lascia coinvolgere dalla sofferenza altrui”, mentre nelle lingue semitiche come l’arabo e l’ebraico, “chiama in causa il grembo materno, le viscere di affetto più intime dell’essere umano, i sentimenti della madre per il figlio che sta per dare alla luce”.

Eppure l’uomo, tristemente, “troppo spesso dimentica, s-corda, ovvero, come indica la parola, allontana dal cuore. Tiene a distanza Dio, il prossimo e pure la memoria del passato e così ripete, anche in forma più efferata, tragici errori già commessi”.

Di fronte agli “abissi oscuri” del male, emerge però “l’aspetto più sorprendente dell’amore misericordioso” che “non lascia l’uomo in balia del male o di sé stesso; non si scorda, ma si ricorda, e si china verso ogni miseria per risollevare”, proprio come fa una madre, anche “davanti al peggior male commesso dal figlio”.

È proprio “in un mondo agitato e con poca memoria” che necessitiamo “come dell’ossigeno, di questo amore gratuito che rinnova la vita”, ha affermato il Santo Padre. “L’uomo ha sete di misericordia – ha aggiunto – e non vi è tecnologia che possa dissetarlo: cerca un affetto che vada oltre le consolazioni del momento, un porto sicuro dove approdi il suo navigare inquieto, un abbraccio infinito che perdona e riconcilia”.

Parole importanti da ricordare, “di fronte al timore, oggi diffuso, che non sia possibile essere perdonati, riabilitati e riscattati dalle proprie fragilità”. Attraversando la Porta Santa, i fedeli vengono “pienamente riconciliati dalla misericordia divina”, quindi perdonati ma è altrettanto importante perdonare noi stessi “i fratelli e le sorelle che ci hanno offeso”. “Il perdono – ha proseguito il Pontefice – è certamente il più grande dono che possiamo fare agli altri, perché è quello che costa di più, ma allo stesso tempo quello che ci rende più simili a Dio”.

La misericordia, ha aggiunto il Papa, riguarda anche la “nostra casa comune”, che siamo chiamati a “custodire e a preservare dal consumo sfrenato e vorace”, attraverso uno stile di vita “più semplice e ordinato, dove si utilizzino le risorse del creato con saggezza e moderazione”.

Quanto alle “violenze”, ai “conflitti”, ai “rapimenti”, agli “attacchi terroristici”, alle “vittime” e alle “distruzioni” di cui ogni giorno sentiamo parlare, “è terribile che per giustificare tali barbarie sia a volte invocato il nome di una religione o di Dio stesso”, ha affermato Francesco, chiedendo che “siano condannati in modo chiaro questi atteggiamenti iniqui, che profanano il nome di Dio e inquinano la ricerca religiosa dell’uomo. Siano invece favoriti, ovunque, l’incontro pacifico tra i credenti e una reale libertà religiosa”.

In conclusione, Bergoglio ha auspicato che le religioni diventino “grembi di vita”, portando la “tenerezza misericordiosa di Dio all’umanità ferita e bisognosa” e siano “porte di speranza, che aiutino a varcare i muri eretti dall’orgoglio e dalla paura”.

Roma, 3 Novembre 2016 (da Zenit)