Un mese fa il “passaggio” di Swami Sadanand, amico di Dio, amico degli uomini, operatore di riconciliazione

Sw Sa

Padre Michael Purathukara (noto come Swami Sadanand: “gioia perenne”) della Congregazione dei Carmelitani di Maria Immacolata, è morto il 25 aprile 2016 per arresto cardiaco a Sendwa, in Madhya Pradesh, India Centrale. Il sacerdote aveva 68 anni ed era stato sottoposto a un intervento chirurgico di bypass nel 2009. Secondo le volontà espresse nel testamento, il suo corpo è stato donato alla scuola di medicina All India Institute of Medical Sciences di Bhopal.

Gente di ogni fede ha pianto la morte di Swami Sadanand , che aveva abbandonato l’abito e andava scalzo vestito con il dhoti color arancio degli asceti indù, per essere vicino ai più poveri e per unire e riconciliare i fratelli induisti, cristiani e musulmani. Per lui non esistevano nemici, ma solo amici. L’ Ashram interreligioso da lui fondato a Bhamodi, in Madhya Pradesh, vedeva gente di ogni religione pregare insieme e dialogare. Swammi Sadanand era l’apostolo del perdono e della riconciliazione: ha contribuito a risolvere migliaia di conflitti tra famiglie, comunità di fede diversa, fazioni politiche, in varie regioni dell’India. Grazie alla sua intermediazione i famigliari di suor Rani Maria, la missionaria francescana uccisa da un giovane fanatico indù, poterono incontrare l’assassino in carcere per offrirgli il perdono, e successivamente ottenerne la scarcerazione.

Nel 1979, all’età di trentun anni, appena laureato in Filosofia all’università di Bangalore, Swami Sadanand fu ordinato sacerdote. Trasferitosi dal Kerala in Madhya Pradesh, nell’India centro-settentrionale, si adoperò sin da subito per migliorare la condizione dei più poveri e dei fuori casta. Vedeva in ogni uomo e ogni donna un figlio o una figlia dell’Eterno Padre. Il suo impegno, soprattutto il suo attivismo a favore degli intoccabili, non fu ben visto. “Una notte, di ritorno da una manifestazione, sentii bussare alla mia porta. Aprii. Entrarono tre uomini. Mi colpirono più volte. Caddi a terra perdendo conoscenza. Quando ripresi i sensi, li sentii complottare tra loro. Volevano uccidermi e bruciare la casa. Capii che sarei morto, e mi rattristai. Chiusi gli occhi e rimasi immobile. Un pensiero mi attraversò la mente: ‘È il momento di abbracciarli con il cuore, è l’ultima occasione che ho’. Presi un pezzo di carta e iniziai a scrivere. Non dovevano essere puniti. La vita che mi era stata data in dono non era mia. E non apparteneva solo ai poveri, ma a tutti, anche a quelli che stavano per uccidermi. Non sarebbero stati loro a prendere la mia vita, io l’avrei offerta. Non dovevano essere puniti. Scrissi una lettera e chiesi loro di consegnarla al sindaco. La lessero e rimasero sbigottiti. Uno, scuotendo la testa, disse: ‘Ma cosa ha scritto? Perché lo fa? Perché ci protegge?’. Un altro, con le lacrime agli occhi: ‘Vuole davvero proteggerci’. Discussero tra loro e conclusero: ‘È un mahatma, una grande anima, non possiamo ucciderlo’”.

In quella notte Swami Sadanand fu toccato da una nuova consapevolezza: “Oh Dio, questa notte ho avvertito il Tuo tocco, il Tuo sguardo su di me. Quando verrai di nuovo, per elevarmi al Cielo? Bramo di poter abbracciare l’Eterno, questo desiderio è la mia forza.” Ora il suo desiderio si è avverato, e tutti coloro che l’hanno conosciuto sono tristi, ma di una tristezza dolce. Perché hanno la assoluta certezza che Swami è accolto dall’abbraccio del Padre. Perché, hanno potuto godere dell’amicizia e dell’esempio di un Cristiano autentico.