Pakistan, dopo la strage parola d’ordine “misericordia”

Dopo l’attentato al parco giochi di Lahore, il Paese si ferma per tre giorni di lutto, in cui le Chiese alzeranno invocazioni di pace e giustizia, armonia e compassione

 
Molti erano fedeli che avevano celebrato la liturgia pasquale nelle due vicine chiese dell’Assemblea di Dio, comunità pentecostale che a Lahore gestisce anche un collegio studentesco. Famiglie cristiane con bambini che volevano semplicemente trascorrere in serenità la giornata di Pasqua, passando qualche ora nel Gulshan-e-Iqbal Park. Aria aperta, pic-nic, bambini che giocano. Quell’area verde è spesso popolata anche da studenti che frequentano il vicino complesso dell’Università del Punjab, l’istituto più vasto e importante della regione. Per il kamikaze talebano è stato facile appostarsi all’uscita del parco e compiere la strage che – dati gli oltre 20 kg di esplosivo – alle 72 vittime accertate conta già oltre 350 feriti, in un bilancio di morti destinato ad aggravarsi, dati i tanti feriti gravi, soprattutto donne e bambini.

Bruxelles chiama Lahore. E se l’Europa è ancora disorientata dell’attacco del commando targato Isis, la violenza insensata e terrorista, opera dei talebani, si accanisce su gente indifesa e continua a spargere sangue innocente in Pakistan, nazione che sulla lotta al terrorismo si sta giocando il futuro.

Le 50mila vittime di attacchi terroristici in Pakistan negli ultimi dieci anni, 45mila delle quali civili – come riferiscono stime ufficiali – danno la cifra del virus che le istituzioni, i servizi segreti, le forze di polizia, la società civile tentano di debellare. Anche perché è in gioco lo stato di diritto e l’avvenire della fragile democrazia di Islamabad che – nella sua recente storia di indipendenza, dopo la partizione dall’India post britannica – ha visto golpe militari succedersi con frequenza e che solo nel 2008 ha ripreso il suo tormentato cammino.

I telebani del gruppo Jamaat-ul-Ahrar hanno rivendicato l’attentato come «rivolto contro i cristiani», anche se ha ucciso non solo fedeli di Cristo, specificando che si tratta di «una sfida al governo di Navaz Sharif». L’esecutivo, dopo l’attentato alla scuola militare del dicembre 2014 a Peshawar, ha lanciato un piano nazionale di lotta al terrorismo, abbandonando del tutto la strada, scelta in un primo momento, di cercare un negoziato con i talebani pakistani.

Ora il Pakistan si ferma per tre giorni di lutto, in cui le Chiese alzeranno invocazioni di pace e di giustizia, mentre leader cristiani e musulmani ribadiranno il rifiuto della cieca violenza e l’impegno comune per la pace e l’armonia.

Joseph Coutts, presidente della Conferenza episcopale cattolica, ricorda: «Da cristiani, la nostra missione è essere testimoni di pace e di misericordia in un paese sconvolto dal terrorismo. E solo l’amore di Cristo Risorto fa sì che non perdiamo la speranza».

I cristiani, poco più del 2% in Pakistan su 180 milioni di abitanti, non sono bersaglio esclusivo dei terroristi: vengono colpite regolarmente comunità sciite e ahmadi, scuole e università governative, leader sunniti moderati, moschee sufi. In questo contesto, i cristiani perseguono con convinzione la strada del dialogo e della cooperazione con il mondo islamico.

Un esempio lampante è il Consiglio per il dialogo interreligioso di Lahore, gruppo fondato dal frate cappuccino Francis Nadeem in Punjab e oggi presieduto dal leader musulmano sufi Shafaat Rasool.

I leader del Consiglio chiedono al governo di «adottare misure necessarie per proteggere la vita dei cittadini». «È essenziale, oggi più che mai, continuare a diffondere messaggi e parole di pace in Pakistan», osserva Nadeem a Vatican Insider, rimarcando: «Urge unire le mani e le braccia, ignorando le differenze, per il bene, la pace, la riconciliazione».

La parola-chiave per favorire l’incontro tra musulmani e cristiani è «misericordia», riconosciuta tra i «valori comuni» di islam e cristianesimo. Per questo il Giubileo della misericordia, proclamato da Papa Francesco, «è di estrema importanza. Possiamo unire le forze per costruire la cultura della misericordia», nota Qaisar Feroz, parroco della chiesa di San Giuseppe a Lahore.

«I leader musulmani – continua – apprezzano molto il gesto del Papa di celebrare l’Anno della misericordia, come strada per sciogliere l’estremismo dai cuori. Pur nel dolore dopo gli attentati, continueremo a diffondere il messaggio della misericordia, con la speranza che la pace possa prevalere nella nostra società», tanto più dopo eventi come l’attacco al parco giochi a Lahore.

La sfida è alle istituzioni democratiche, che dovranno rispondere con segnali chiari. Ghulam Dastagir, membro della Ong «Human Rights Commission of Pakistan», rileva: «Per combattere il terrorismo urge una strategia complessiva e più efficace dello stato. La società civile, le chiese, le istituzioni religiose possono dare un supporto con marce pacifiche, veglie di preghiera, con un’opera di sensibilizzazione culturale. Ma una risposta concreta spetta al governo».

Il Premier Nawaz Sharif ha convocato un vertice di emergenza e la polizia ha arrestato 15 militanti, sospettati di avere organizzato l’attentato.

Articolo di Paolo Affatato su Vatican Insider