«I governi europei formino imam di lingua e cultura locali»: intervista di Paolo Affatato al professore indonesiano Azyumardi Azra

Il suggerimento nell’intervista con il professore indonesiano Azyumardi Azra, intervenuto al convegno del Pontifico istituto di Studi arabi e di islamistica, il quale, a proposito della strage di Parigi, parla di «scontro tra due fondamentalismi»

 

 I governi europei devono concertare con le istituzioni islamiche moderate programmi di formazione di imam locali, che predichino in moschea nelle lingue nazionali. Questa può essere, per l’intellettuale musulmano indonesiano Azyumardi Asra, una via da seguire in Europa per disinnescare quello che, dopo la strage di Charlie Hebdo a Parigi, Azyumardi definisce «scontro tra due fondamentalismi: da un lato il radicalismo islamico, dall’altro quello ultra-liberale che promuove il diritto all’insulto». Azyumardi, che dirige la scuola post-laurea all’università islamica statale Syarif Hidayatullah di Jakarta, è intervenuto in Vaticano al convengo «Studiare e comprendere la religione dell’altro» promosso dal Pontificio Istituto di Studi Arabi e d’Islamistica (Pisai), in occasione del 50° anniversario della sua apertura a Roma. Opinionista di punta del quotidiano indonesiano Republika, il prof. Azyumardi offre la sua visione sui rapporti tra civiltà e religioni che oggi, secondo alcuni, sono sull’orlo dello scontro frontale.

 Prof. Azyumardi Azra, come giudica la relazione tra Europa e islam, dopo la strage di Parigi?

La questione è piuttosto complessa. Alcuni musulmani usano la violenza, che non è mai giustificabile, va condannata senza esitazioni. La violenza non ha nulla a che fare con l’islam, che insegna pace e riconciliazione. Certo, i musulmani si sono sentiti offesi dalle caricature pubblicate, ma devono imparare a rispondere in modo pacifico. Credo che i musulmani debbano fare una sorta di introspezione e valutare il loro comportamento. Anche perché l’onore del Profeta Maometto non viene certo intaccato da una vignetta. L’atto di denigrare il Profeta non è nuovo: anche mentre era vivo lo insultarono. Queste considerazioni dovrebbero indurre i musulmani a evitare di ricorrere alla violenza, anche in caso di offesa.

 Perché, a suo parere i musulmani europei si fanno trascinare da vie violente?

Bisogna considerare diversi aspetti: in Europa ci sono musulmani che si sentono frustrati e alienati, che non si sono intergrati nel tessuto sociale e che guardano a gruppi violenti del Medio Oriente, come lo Stato Islamico (IS). E’ sorprendente per me sapere che ci sono seimila musulmani europei che hanno sposato la causa dell’IS, mentre in Indonesia, il paese musulmano più popoloso al mondo (oltre 200milioni di abitanti, ndr), essi sono forse cento. Questa è anche una conseguenza del fallimento delle politiche di integrazione.

 Quali strade suggerisce?

I governi europei, insieme con leader e istituzioni musulmane, devono curare la formazione di imam (capi religiosi, ndr) europei. L’Europa, cooperando con l’islam moderato, deve produrre propri imam, non importarli da Arabia Saudita, Egitto o Pakistan. Gli imam importati non hanno la sensibilità locale, né la cultura e la lingua. A capo delle moschee devono esserci imam che predicano nelle lingue europee. Questo passo è necessario. Tutti, cittadini e istituzioni, devono capire i contenuti della predicazione.

 Il Premier inglese Cameron ha parlato di «diritto di offendere». Cosa risponde?

Credo sia una dichiarazione inutile e controproducente. Ogni insulto, a chiunque sia rivolto, a qualsiasi etnia, cultura, religione, non è un gesto buono e giusto. Certo, siamo liberi, ma non è bene usare la propria libertà per insultare. L’insulto genera conflitto, rabbia, animosità, tensione. Dobbiamo relazionarci con gli altri nel rispetto della dignità altrui e con il desiderio di creare pace, non ostilità. L’insulto non è prudente: lo ha sottolineato anche il Papa, ed è molto importante che i cittadini europei lo riconoscano. Sostenere il diritto di insultare persone di diverse culture o religioni non è saggio, tantomeno in un mondo globalizzato, dove esiste una mescolanza di popoli e religioni.

 Non crede che l’islam abbia un problema con la blasfemia?

Leggi che tutelano la religione dal vilipendio esistono nei paesi musulmani ma anche in alcune nazioni europee. Le leggi sulla blasfemia credo debbano includere tutte le religioni: bisogna rispettare le fedi e i simboli religiosi ed è giusto che gli stati si facciano garanti e promotori di una regolamentazione su questa materia, che impatta fortemente sui sentimenti dei popoli.

 Cosa pensa del dialogo interreligioso? E’ una strada ancora utile?

Il dialogo è molto importante, specie dopo a tragedia di Parigi, a diversi livelli. Il primo è quello all’interno di ogni religione: il dialogo tra i leader e la base dei credenti va intensificato. Poi c’è il dialogo tra le fedi, che serve a rafforzare la mutua comprensione, per creare armonia e pace nel mondo. Il terzo livello di dialogo è tra i leader religiosi e i governi: spesso i politici, concentrati sul potere, non comprendono le religioni. Per questo urge tenere sempre aperti canali di dialogo.

Come musulmano cosa pensa di gruppi come lo Stato Islamico?

In Indonesia le maggiori organizzazioni musulmane hanno condannato l’IS, che sta denigrando e sporcando l’islam, creando molti problemi ai musulmani. I musulmani non devono seguire l’IS. La sua interpretazione del jihad islamico è errata, è inaccettabile e sta nuocendo all’islam.

 D’altro canto in Europa monta una certa islamofobia…

L’islamofobia in Europa cresce a causa di quei musulmani che usano la violenza. Questo alimenta sentimenti anti-musulmani, che sono poi sfruttati da partiti politici di estrema destra. Credo che oggi non sia in atto uno scontro tra civiltà o religioni, ma tra due fondamentalismi: i musulmani radicali da un lato, dall’altro gli ultra-liberali, che pretendono di poter insultare tutti. La via giusta è nel mezzo: per questo l’Indonesia promuove una versione della religione musulmana chiamata «l’islam della via di mezzo»: è il paradigma dell’islam indonesiano che all’Europa farebbe molto bene conoscere e praticare.

Articolo di Paolo Affatato su VATICAN INSIDER