“La rivincita dell’anima” di Ermis Segatti

La rivincita dell’anima

 

È in questa parte del mondo, più precisamente nell’Europa occidentale, che alcuni filoni importanti di pensiero manifestano una dichiarata insofferenza e anche contrarietà a ogni riferimento all’anima in quanto termine che evoca una sfera spirituale e un’identità sulla cui esistenza esprimono dubbi radicali. Per alcuni, qualunque richiamo all’anima con riferimento religioso o trascendente suona come una “pericolosa inclinazione”. Il silenzio e il sospetto sull’anima solitamente vanno di pari passo con l’affermazione dell’ateismo.

La cultura europea non si identifica certo nella sua prodigiosa complessità con questa visione, ma tale fenomeno culturale altrettanto certamente le appartiene. Una sua formulazione intransigente trova qui la sorgente, al punto che se altrove la si incontra è materiale di importazione. Nessuna ipotesi di civiltà ha mai prodotto in sé un’affermazione dell’ateismo su base materialistica tanto coerente e programmatica.

Interessante sarebbe chiedersi perché proprio qui, e forse le ragioni si potrebbero trovare anche in alcune vicende storiche del cristianesimo in questa parte del pianeta terra. Ma sarebbe troppo semplicistico vedere solo in esse “la” causa della rimozione dell’anima in alcuni filoni culturali dell’Europa.

Nel corso del suo sviluppo storico si affermarono con sempre maggior determinazione prospettive di organizzazione della politica e della società, della vita personale e di relazione con l’ambiente che portarono a considerare la sfera religiosa e spirituale non più necessaria, anzi irrilevante o addirittura ostile, mentre all’orizzonte pareva essere alla portata la soluzione di tutti i problemi, compresi quelli spirituali sulla base di risposte di carattere puramente storico e funzionale. Si apriva l’orizzonte del welfare state, del benessere finalmente possibile, con la sua promessa di felicità a portata. Lo evocava una delle parole d’ordine più efficaci quando si prometteva «a ciascuno secondo i propri bisogni».

Avendo associato l’anima alla sfera del superfluo, se non dell’inutile, le venne negata dignità di pensiero e di indirizzo propositivo dell’esistenza, supponendo che solo a prescindere dalle sue aleatorie esigenze si sarebbe stati in grado di affrontare con mentalità scevra di pregiudizi ciò che era considerato davvero reale. Non stupisce perciò che l’idea stessa dell’anima, insieme al mondo spirituale e religioso di cui era parte integrante, siano quasi spariti dal vocabolario, sostituiti da altre parole che dovevano garantire una maggiore “visibilità” e affidabilità per il mondo delle scienze sperimentali, all’insegna della controllabilità e verificabilità.

In questa atmosfera si preferiva piuttosto parlare di psiche, cervello, pulsioni, condizioni ambientali e infrastrutturali, ecc. Si ritenne di conseguenza che tutto dell’uomo fosse riconducibile a cause organiche e materiali che si sarebbero evolute in reazione alle sollecitazioni dell’ambiente da forme elementari verso sistemi sempre più funzionali. Dentro tale logica, l’anima, per come da sempre se ne era pensato, appariva quasi una variabile senza bussola, tanto più se presentava soglie di mistero. Eventualmente avrebbe segnalato solo segreti in attesa di essere totalmente compresi e svelati.

Sintomatico quanto si verificò nell’area a suo tempo sovietica, che si voleva di stretta osservanza materialistica, “ateistico-scientifica”, come recitava una rivista molto ambiziosa dell’ateismo militante.

Nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale, dopo decenni di robusta propaganda, cominciarono a farsi sentire inattese domande di senso, di carattere etico ed esistenziale, soprattutto tra le nuove generazioni. I responsabili dell’istruzione “ateistico-scientifica” si chiesero se esisteva un manuale che avesse preso in considerazione questi argomenti ed eventualmente avesse suggerito anche le risposte. Si resero conto che non esisteva. Molti anni prima un leader famoso, all’alba della rivoluzione d’ottobre, si era sentito rivolgere interrogativi analoghi dai giovani rivoluzionari e aveva risposto in modo perentorio che se mai questioni etiche fossero sorte all’orizzonte avrebbero trovato un’unica ed esauriente risposta: gli interessi della causa rivoluzionaria.

I nuovi dirigenti, invece, furono costretti a correre ai ripari e in tutta fretta commissionarono un manuale a un intellettuale di provata fedeltà. Ne uscirono poche pagine in prima edizione. A dieci anni di distanza si erano almeno triplicate. Ma, pare, con scarsissimo effetto, al punto che qualcuno, anche tra i quadri dirigenti, si era intanto convinto che occorreva cercare risposte decisamente altrove, anche fuori dalla propria ideologia. Essa, contrariamente alla pretesa iniziale di spiegare definitivamente tutto, si stava dimostrando incapace di dare risposte di senso al vivere di decine di milioni di persone. Il seguito della storia lo dimostrò ancor più chiaramente. Oggi, chi osservasse quel manuale, capirebbe perché non si oserebbe pubblicarlo, nonché adottarlo.

Alle soglie del terzo millennio, sui temi evocati dall’anima si avverte, invece, sempre più esplicito un riorientamento, anche dall’interno di filoni un tempo negazionisti e affini. Spesso questo nuovo sentire prende forma e nome intorno a una parola che in molte tradizioni all’anima sempre fu collegata come suo recapito e luogo naturale: “spiritualità” è la parola sulla quale converge una rinnovata attenzione e attrazione.

Il riferimento alla spiritualità ripresa da non credenti mette a disagio inaspettatamente non pochi credenti, alcuni dei quali rimangono sorpresi, altri perplessi e altri persino risentiti.

Si tratta di questo, in sostanza.

Ammesso apertamente che sono significativi e rilevanti gli ambiti un tempo tradizionalmente patrimonio della sfera religiosa sotto la voce spiritualità, nello stesso tempo si rivendica fermamente che per viverla e proporla si può prescindere da qualsiasi riferimento a una fede definita: nel caso, soprattutto al cristianesimo. E proprio la parola “spiritualità” rappresenterebbe il termine privilegiato per designare il tratto distintivo di una “religiosità” laica, a prescindere da ogni fede costituita e anche su base atea dichiarata.

Gli esiti sono molto variegati. In genere queste proposte di spiritualità attraversano varie correnti o altrettanto varie fonti di pensiero senza assumerne alcuna in modo definitivo ed esclusivo. In questo forse intercettano un relativamente largo consenso poiché incontrano un contesto di grande mobilità delle tradizioni e di presa di distanza critica nei loro confronti. Possono rispondere a esigenze tanto di approfondimento personale autonomo quanto di disimpegno, di attendismo almeno temporaneo rispetto a ogni identificazione che orienti a scelte durature.

Si tratta di un universo ancora molto fluido. Contribuisce in ogni caso a riconsiderare l’idea che si era con troppa leggerezza propagata: quella di una sparizione definitiva di esigenze spirituali sorgenti dal profondo dell’anima. Qualcuno si era anche avventurato ad assicurare che sarebbero scomparse «fin dai suoi più reconditi recessi». Ed è sintomatico che a contrastare questa profezia di sventura per l’anima siano non credenti, i quali nel riaprire spazi alla spiritualità ci tengono a ripetere che proprio in quanto non credenti esprimono e cercano spiritualità.

 

Da Ermis Segatti, ‘Anima. Viaggio nell’invisibile dell’uomo’, Piemme, Milano 2014, pp. 69-74