Impensate Vie. Quando il dialogo tra le religioni parte dalla vita

Nel suo recente viaggio in Corea del Sud, Papa Francesco ha parlato ai vescovi dell’Asia, sottolineando la centralità del dialogo, affermando che la “Chiesa è chiamata ad essere versatile e creativa nella sua testimonianza al Vangelo, mediante il dialogo e l’apertura verso tutti. Questa è la sfida vostra!”

Il papa esprime ciò di cui tutti stiamo prendendo coscienza: il dialogo resta l’unica via per evitare la catastrofe universale. Eppure solo cinquant’anni fa queste parole erano inimmaginabili. Nella Chiesa cattolica regnava ancora, a molti livelli, la convinzione incrollabile che ‘fuori della Chiesa non c’è salvezza’. Già da tempo, tuttavia, teologi, filosofi e pensatori, oltre che persone di fede avevano colto che il dialogo fra persone di fedi diverse e non solo fra cristiani di diverse Chiese, sarebbe stato la chiave per il futuro della Chiesa e dell’umanità. In Europa si erano sviluppate varie correnti di riflessione teologica e, allo stesso tempo, si era formata anche una corrente di pensiero filosofico, soprattutto grazie a pensatori ebrei, che avrebbe dato vita al filone del ‘pensiero dialogico’.

Il Concilio nei primi anni sessanta avrebbe, infine, sancito l’apertura del mondo cattolico con un documento – Nostra Aetate – che nonostante la brevità sarebbe stato, probabilmente, il più rivoluzionario dell’ ‘aggiornamento’ che l’assise universale dei vescovi desiderava proporre alla Chiesa cattolica. In questi cinquant’anni molto è avvenuto in quanto a dialogo: dalle profezie di Paolo VI, espresse nella sua enciclica Ecclesiam Suam e in Evangelii Nuntiandum, ai gesti irripetibili di Giovanni Paolo II per arrivare al rigore di pensiero di Benedetto XVI e all’apertura di Francesco. Oggi, ormai, si parla di dialogo dell’amicizia e dell’abbraccio, un dialogo della vera accoglienza.

Un cammino tutt’altro che semplice quello del dialogo fra fedeli di diverse religioni di cui parla Impensate vie. Si tratta di un testo, recentemente uscito per i tipi di Hever, che ripercorre le tappe salienti di questo cammino e lo fa coniugando la vita dell’autore e quella della Chiesa.

La caratteristica del testo è rappresentata, infatti, dall’impegno di Silvio Daneo, l’autore appunto, a rileggere la propria esperienza esistenziale alla luce di alcune delle tappe fondamentali della Chiesa cattolica in generale e del Concilio Vaticano II, con i suoi protagonisti, che hanno fatto la storia degli ultimi cinque decenni. In questo modo, il dialogo, nelle sue diverse declinazioni – ecumenica, interreligiosa, culturale in genere – non è solo né una teoria né una riflessione teologica, ma diventa vita vissuta fin da subito. Daneo aiuta a comprendere le grandi svolte ecclesiali e storiche attraverso accadimenti personali fra le mura severe della cattedrale di St. Patrick’s a New York, la vivacità che distingue il popolo filippino nel cuore della Manila degli anni sessanta. Si tratta di metropoli visitate entrambe da quel grande apostolo del dialogo che fu Paolo VI. Ma ci accompagna anche nelle case dei brahmini dello stato del Gujarat, dove era nato il Mahatma Gandhi, e sale sulla collina di Assisi nell’ottobre del 1987 accompagnando il Dalai Lama al seguito di Giovanni Paolo II, in quella giornata gelida che avrebbe cambiato la storia delle religioni.

E’ in questo pellegrinaggio che il protagonista-autore compie che il libro trova le sue pagine più belle e, oserei dire, vibranti. E’ proprio l’intensità delle esperienze vissute, entusiasmanti a volte o deludenti altre, che si devono leggere anche le altre dove spiega in modo semplice e discorsivo il cammino di chi nella Chiesa è chiamato al compito mai facile di coniugare fedeltà al depositum fidei e novità voluta dall’evolversi della storia degli uomini e delle donne che attraversano la terra. Questa eterna tensione fra identità e relazione, che ha caratterizzato la storia della Chiesa nei secoli, fin dai tempi dell’avventura di Pietro con il centurione romano Cornelio, fa ripetere a ciascuno di noi che “Dio non ha fatto differenze di sorte”. E’ proprio quello che il decreto conciliare Nostra Aetate avrebbe ripetuto cinquant’anni fa: “I vari popoli costituiscono infatti una sola comunità. Essi hanno una sola origine, poiché Dio ha fatto abitare l’intero genere umano su tutta la faccia della terra hanno anche un solo fine ultimo, Dio”. (NA 2)

Tutti gli uomini e le donne sono, quindi, candidati alla fraternità e nessuno, come più volte ha dichiarato Benedetto XVI, soprattutto nei mesi precedenti alla sua rinuncia, può affermare ‘di possedere la Verità. E’ la Verità che ci possiede”.

In mezzo, tuttavia, la storia è stata scandita da momenti dolorosi e da tentativi di difesa della propria identità a scapito di quella degli altri, facendo, quindi, della religione una dimensione che escludeva chi non ne faceva parte. Eppure, l’apertura alla relazione con l’altro è sempre rimasta reale, anche quando pareva essere scomparsa. E’ sempre riaffiorata come un misterioso fiume carsico e, spesso, grazie a doni di Dio alla Chiesa. Proprio i carismi – doni come recita la radice greca del termine – hanno assicurato lo scorrere costante, anche se apparentemente sotterraneo di queste correnti di apertura. Ricordiamo Francesco con il suo incontro coraggioso del Sultano. A rischio della sua vita dimostrò a tutti, crociati, soldati del sultano, autorità imperiali ed ecclesiali, che l’incontro è sempre possibile. Venne, poi, Ignazio che attraverso i suoi seguaci portò la buona novella nel mondo, spesso valorizzando le culture locali ed attenti ad esse con quella politica dell’adattamento che mirava a non porre in contrasto il vangelo con quanto vissuto da altri popoli, ma adeguandolo alla loro comprensione. In tempi che ci toccano da vicino Thomas Merton, monaco trappista Americano, e Bede Griffith, benedettino inglese trasferitosi in India per dar vita ad un originale esperienza di ashram nel cuore dell’induismo tradizionale del Tamil Nadu, hanno confermato che la corrente carsica dell’apertura al rapporto con chi crede diversamente da noi era più viva che mai. Lo stesso autore, probabilmente, non avrebbe acquisito questa sensibilità dialogica ed apertura a culture e fedi diverse se non fosse stato toccato non ancora ventenne da una spiritualità così nuova come quella dell’unità di Chiara Lubich negli anni cinquanta. Proprio questo spirito è stato uno dei protagonisti del riemergere della dimensione dialogica all’interno della Chiesa cattolica che ha accompagnato a livello di prassi del dialogo l’apertura teologica e del Magistero.

Leggere queste pagine, quindi, non significa addentrarsi in meandri teologici, ma scoprire attraverso una esperienza personale, che potrebbe essere di ciascuno di noi, quanto gli ultimi cinquant’anni abbiano significato. E’ un invito ad essere attenti al sussurro dello Spirito di Dio che in ogni epoca indica alla Chiesa, ma anche a individui e comunità la strada da percorrere.

Roberto Catalano

Fonte: Città Nuova