Papa Francesco ai partecipanti dell’Assemblea Generale del Movimento dei Focolari: “Il dialogo è un’arte che non si impara a buon mercato”

Il dialogo è una «`arte´ che non si impara a buon mercato. Non possiamo accontentarci di mezze misure», dobbiamo «guardare in alto e allargare lo sguardo». Il dialogo, rimarca il Papa, «ci aspetta nelle prove e nei gemiti dei nostri fratelli, nelle piaghe della società e negli interrogativi della cultura del nostro tempo». Papa Francesco lo ha detto nella udienza che ha concesso, nella Sala Clementina in Vaticano, a 500 partecipanti alla assemblea generale del movimento dei Focolari, ricevuti con la presidente Maria Voce, «riconfermata – ha ricordato il Papa nel salutarla – per un ulteriore sessennio». «Speriamo che ce la faccia», ha aggiunto, suscitando il riso dei presenti. Citando le «nuove opere e attività» del Movimento che si è «andato crescendo e si è arricchito di nuove attività», il Papa ha aggiunto «anche nella curia romana», anche qui suscitando il sorriso.

Al movimento dei Focolari papa Francesco ha chiesto un impegno nella evangelizzazione, valorizzando le caratteristiche specifiche collegate alla fondatrice Maria Lubich, al cui ricordo papa Bergoglio ha rivolto un pensiero di «affetto e riconoscenza», definendola «straordinaria testimone» del «dono» di portare «il profumo di Gesù in tante realtà umane e in tante parti del mondo».

La «nuova tappa della evangelizzazione» che la Chiesa è chiamata a percorrere «a cinquanta anni dal Concilio Vaticano II», per papa Francesco, gode di un nuovo «anelito di comunione e unità che lo Spirito Santo ha suscitato nel nostro tempo», e richiede la testimonianza dell’«amore di Dio a ogni persona umana, a cominciare dai più poveri e gli esclusi, e per far crescere con la speranza, la fraternità e la gioia il cammino dell’umanità verso l’unità».

E ha suggerito loro una riflessione in tre punti, «contemplare, uscire, fare scuola».                           Il Papa spiegando la necessità di “uscire” si è poi pronunciato – a braccio – con forza contro i «bizantinismi teologici, filosofici, spirituali», ribadendo che la «spiritualità deve uscire». Ha ricordato che se la Chiesa «è un ospedale da campo» «non abbiamo diritto alla riflessione bizantinista» «perché la prima cosa è curare le ferite, non fare il dosaggio del colesterolo».

«Fa dolore al cuore – ha detto dunque a braccio – quando  davanti a una Chiesa, a una umanità ma anche a una Chiesa tanto ferita, ferita, con tante ferite, ferite morali, ferite esistenziali, di guerra pure, tutti i giorni, fa dolore – ha proseguito – vedere quando i cristiani cominciano a fare bizantinismi filosofici, teologici, spirituali», «la spiritualità dell’uscire» richiede di «uscire, non si esce  con questa spiritualità di quattro chiavi chiuse dentro, quello è bizantinismo: oggi non abbiamo diritto alla riflessione bizantinista, perché,  l’ho detto tante volte che la chiesa sembra  un ospedale da campo e la prima cosa è curare le ferite, non fare il dosaggio del colesterolo».

Articolo da Vatican Insider (Redazione di Roma)

Albania, esempio di convivenza tra le religioni

 

Albania, terra di dialogo e di pacifica convivenza tra le religioni. Non è una semplice constatazione, tratta da fredde statistiche. Si tratta, piuttosto, della storia di un popolo che sulle sofferenze patite nel corso dei secoli – dall’occupazione ottomana fino alla proclamazione, per legge, dell’ateismo di Stato durante il regime comunista (unico caso in tutto il mondo) – ha costruito, non senza fatica, un clima di reciproco rispetto e di collaborazione tra le diverse religioni e denominazioni cristiane. Ed è proprio questo uno degli aspetti che porterà Papa Francesco a visitare, domenica 21 settembre, il Paese delle aquile. Lo ha spiegato più volte il Pontefice da quando, lo scorso 15 giugno, ha annunciato il viaggio. Da ultimo, nell’udienza generale del 17 settembre: “Ho deciso di visitare questo Paese perché ha tanto sofferto a causa di un terribile regime ateo e ora sta realizzando una pacifica convivenza tra le sue diverse componenti religiose”. Per questo uno dei momenti principali del viaggio di Francesco sarà l’incontro con i leader di altre religioni e confessioni cristiane. Nell’attesa di questo appuntamento, abbiamo incontrato alcuni esperti per comprendere quello che può essere indicato come “un esempio” per l’Europa e il mondo intero, usando le parole di Giovanni Paolo II durante la sua storica visita al Paese nell’aprile 1993.

Un legame forte. L’Albania è un Paese in prevalenza musulmano. In assenza di statistiche certe, le stime del 2014 indicano i musulmani al 56,4%, i cattolici al 15,9%, gli ortodossi al 6,8%, i bektashi (confraternita islamica di derivazione sufi) al 2,1%, altre religioni al 5,7%, non specificato al 16,2%. Nonostante numeri così diversificati, racconta Gentiana Skura, docente di dialogo interculturale e interreligioso all’Università di Tirana, “in nessun momento della sua storia il popolo albanese ha vissuto episodi di conflitto religioso. Anche negli anni antecedenti al comunismo, la convivenza interreligiosa è stata caratterizzata da pacifica armonia. È un valore molto importante per la nostra nazione, sebbene sotto la dittatura comunista ci fosse un conflitto aperto nei confronti delle autorità religiose”. Basta pensare che “nel maggio 1967 furono distrutti 2.169 istituti religiosi, in seguito trasformati in edifici pubblici”. Senza dimenticare la feroce persecuzione verso tutto ciò che avesse anche un semplice rimando alla religione. “Questa guerra aperta – afferma Skura – fece sì che molte persone coltivassero la propria fede di nascosto. Avvenne così che svariate comunità religiose si rafforzarono e, al contempo, aumentava il rispetto reciproco tra comunità di fede diversa. La minaccia del regime comunista le rese più unite. Numerosi testi di autorità religiose cristiane e musulmane testimoniano il forte rapporto che legava le diverse comunità di fede, malgrado il rischio di morte”.

Quattro valori. Quello albanese, spiega Genard Hajdini, segretario generale del Consiglio interreligioso dell’Albania (Irca), è un vero e proprio “modello” di convivenza che poggia sostanzialmente su quattro valori “inscritti nel carattere del Paese”: “La parola data (besa), l’ospitalità e/o la generosità (mikëpritja e/o bujaria), il coraggio (trima o trimëria), la famiglia”. Questi valori “rimandano al nostro dna, alla nostra storia”: “Noi rispettiamo tutti e preghiamo perché ci sia pace nel nostro Paese e tra la nostra gente”. Ma “non solo tra noi…”. Ciò vale anche per l’ospite, per lo straniero: “Noi lo chiamiamo miku (amico di famiglia); lo proteggiamo da chiunque, così come abbiamo protetto gli ebrei nella seconda guerra mondiale: nessuno di loro è stato ucciso o arrestato in Albania per essere consegnato ai nazisti”. Sintesi di tutto ciò è lo slogan che accompagna anche le attività dell’Irca: “Far festa alle persone”, secondo il “comandamento dell’amore” che insegna ad “amare Dio e il prossimo come se stessi”. I diversi leader religiosi, spiega ancora il segretario generale, “in modo sincero, si stringono la mano, si sorridono e si fanno visita durante le rispettive festività”.

Il messaggio fondamentale. Il fatto che ci siano dialogo e convivenza pacifica, riflette Altin Hysi, segretario generale della Società biblica interconfessionale dell’Albania, “non significa che non vi siano differenze tra le varie religioni o tra le diverse denominazioni confessionali”. Tuttavia, “per diversi motivi”, queste differenze “non sono state fonte di conflitto all’interno del popolo. La popolazione ha trovato il modo di vivere e lavorare insieme a prescindere dalla religione o dalla denominazione religiosa di appartenenza. Sebbene appartengano a religioni diverse, gli albanesi hanno sempre percepito la necessità di lavorare e operare congiuntamente, per esistere in quanto popolo e nazione”. Secondo Hysi, “un importante fattore di questa armonia religiosa è probabilmente il fatto che nelle famiglie albanesi i genitori non crescono i propri figli educandoli a differenze di natura religiosa. Questo è un gran merito dei genitori albanesi. Il messaggio fondamentale è che è possibile essere diversi e non combattersi a vicenda”. Sta forse qui il segreto dell’Albania, terra di dialogo e di pacifica convivenza.

dall’inviato Sir a Tirana, Vincenzo Corrado

Fonte: Agensir.it