RAMADAN MUBARAK 1435

Auguriamo ad amiche ed amici musulmani un felice Ramadan

La pratica del digiuno diurno come esercizio di libertà, la dedizione più intensa alla preghiera, alla meditazione ed allo studio del Corano e la pratica della solidarietà con i più deboli diano la forza necessaria  per affrontare i conflitti e le tante difficili prove della vita e guardare con fiducia e speranza ad un orizzonte di riconciliazione, anche quando questo sembra troppo lontano.

Violenze settarie “inaspettate” in Sri Lanka e Myanmar : un articolo di Paolo Affatato su Vatican Insider ( La Stampa)

Violenze settarie “inaspettate” di Buddhisti in Sri Lanka e Myanmar

Myanmar. Protesta di monaci buddisti contro la violenza

 Myanmar. Protesta di monaci buddisti contro la violenza

Nel continente che accoglierà Bergoglio, monaci aggressivi in Sri Lanka e Myanmar rischiano di minare l’armonia religiosa

di Paolo Affatato

E’ quell’estremismo che non t’aspetti, derivazione di una religione, quella buddista, che fa della nonviolenza un assioma centrale della sua dottrina. Omicidi, aggressioni, atti di intolleranza, sotto gli occhi increduli della comunità internazionale, si registrano in due paesi asiatici, lo Sri Lanka e il Myanmar (l’ex Birmania), entrambi a maggioranza buddista, legate alla tradizione spirituale Theravada. Monaci singalesi imbracciano la lancia e urlano slogan di odio e intolleranza; un leader arancione birmano, Ashin Wirathu, che si definisce orgogliosamente il “Bin laden d’Asia”, si guadagna la copertina del “Time” come nuovo “volto del terrore buddista”; famiglie aggredite e uccise, in entrambe le nazioni, solo perchè di religione musulmana, o chiese e fedeli attaccati solo perché seguaci di Cristo. Perfino un monaco buddista, Wataraka Vijitha Thero, artigiano del dialogo, percosso e tramortito dai suoi “colleghi” nell’ex Ceylon perché ritenuto “traditore”. Tali rigurgiti di estremismo buddista sono una nota stonata per la Chiesa cattolica, che nei due paesi in questione è una esigua minoranza (7% in Sri Lanka, l’1% in Myanmar) ed è fattivamente impegnata nel dialogo interreligioso. Tanto più questi episodi, che non accennano a smettere, destano preoccupazione perché dal 13 al 15 gennaio 2015 lo Sri Lanka ospiterà Papa Francesco, capo di stato ma anche capo religioso, leader universale di quella fede che i colonizzatori, prima portoghesi e poi britannici, vennero a imporre 400 anni fa nel subcontinente indiano con la forza dei cannoni.

 Indunil Janaka Kodithuwakku, sri lankese, solidi studi in sociologia e missiologia, oggi sottosegretario del Pontificio Consiglio per il Dialogo interreligioso, parlando a Vatican Insider non nasconde i suoi timori, ma rimarca: “In Sri Lanka i buddisti violenti sono solo piccoli gruppi, dietro i quali vi è spesso la mano invisibile della politica. Molti altri monaci e importanti leader hanno condannato pubblicamente la violenza e promuovono una nazione pluralista e inclusiva”. Ma perché questa esplosione di intolleranza? “Bisogna guardare il fenomeno dal punto di vista storico”, prosegue don Janaka. “Il buddismo si è  rivelato un fattore cruciale nel definire l’identità singalese. Il colonialismo è una ferita storica ancora aperta: per quattro secoli la maggioranza singalese è stata sottomessa e si è poi affrancata grazie al contributo decisivo del buddismo. Oggi si fa strada una sorta di psicosi verso altre religioni come quella islamica e quella cristiana. Nel 2004, ad esempio, venne proposta una legge, rilanciata anche nel 2012, che impediva le conversioni da una fede all’altra. I buddisti oggi intendono salvaguardare la cultura del paese, di cui la loro religione è elemento essenziale. Per questo alcuni gruppi promuovono un’interpretazione della dottrina di Buddha che giunge erroneamente a giustificare la violenza”.

 In tale difficile contesto, prosegue il sottosegretario, “la Chiesa srilankese, in quanto minoranza, si muove con estrema cautela. Ha vissuto momenti di sofferenza, con l’espulsione dei missionari e la nazionalizzazione di scuole e istituti cattolici nel 1960. La sfida oggi è quella del dialogo: esistono tante iniziative congiunte tra buddisti, cristiani e musulmani che non fanno notizia. A livello di base va avanti nella società un ‘dialogo di vita’, fra persone e famiglie, che comunque lascia ben sperare”.

 Contattato da Vatican Insider, il venerabile Dhammajothi Thero, autorevole leader buddista, docente all’università di Colombo, e profondamente impegnato nel dialogo tra religioni, spiega: “Come leader religiosi, disapproviamo la violenza in qualsiasi forma: lo Sri Lanka è un paese in cui buddisti, indù, cristiani, musulmani possono vivere in armonia, senza divisioni etniche e religiose”. Per questo Thero invita la popolazione srilankese “a non lasciarsi influenzare da chi vuole disturbare l’armonia e a proseguire sulla via feconda della convivenza, che da sempre caratterizza la nazione”.

 In ogni caso “il buddismo non fa eccezione rispetto al pericolo del fondamentalismo, presente in tutte le tradizioni religiose”, rileva in un colloquio con Vatican Insider Riccardo Venturini, presidente del Centro italiano di cultura buddista a Roma. “Si legittima la violenza per azioni che sarebbero ‘a fin di bene’, come accaduto in passato alle crociate cristiane o al fanatismo islamico, laddove pulsioni identitarie prendono il sopravvento sulle rispettive tradizioni spirituali”. Venturini ricorda che “anche negli anni ’30 e ‘40 del secolo scorso, il buddismo zen giapponese (della tradizione Mahayana) fu favorevole all’invasione della Cina e fautore di un militarismo che non è mai stato rinnegato”.

 La tradizione di “Religions for Peace”, il forum interreligioso universale, è comunque radicata sia in Sri Lanka che in Myanmar e può contribuire a neutralizzare le spinte estremiste. “Vedere dei buddisti attaccare seguaci di altre fedi lascia sconcertati”, nota Luigi De Salvia, responsabile italiano di “Religions for Peace”. “Il credente, sotto la pressione di minacce vere o presunte, può scivolare nell’ostilità, a dispetto dei valori della propria tradizione spirituale. Spesso la violenza religiosa si autogiustifica demonizzando l’altro, del quale ci si sente vittima. E’ compito di tutte le tradizioni prevenire derive vittimiste e violente, avendo cura di rimuovere ogni forma di disprezzo verso le religioni e le opinioni altrui”.

Segnali incoraggianti, tuttavia, non mancano. Il benvenuto in Asia dal buddismo del continente è giunto a Papa Francesco da una delegazione di 42 monaci appartenenti al “Consiglio Supremo Sangha”, organo rappresentativo del buddismo Theravada in Tahilandia. Partecipando di recente alle celebrazioni per il 50° anniversario di istituzione del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso, i monaci hanno rilanciato un messaggio di pace e armonia: la collaborazione tra le religioni, specialmente in Asia, è cruciale per costruire una cultura dell’incontro tra popoli e nazioni.

Roma 23/06/2014

SALVIAMO ALEPPO : Appello di Andrea Riccardi, fondatore della comunità di Sant’Egidio

  

SALVIAMO ALEPPO                                                                                                             

Appello di Andrea Riccardi 

 

La città siriana sotto assedio da due anni sta morendo. Subito un corridoio umanitario per aiutare la popolazione che sta soffrendo. E fine dei combattimenti       Faccio un appello per Aleppo. Accade  qualcosa di terribile. Ma viene ignorato. Oppure si assiste rassegnati. Sono due anni che si combatte ad Aleppo. Nel luglio 2012 è iniziata la battaglia nella città più popolosa della Siria. Eppure i suoi due milioni di abitanti sono rimasti, preservando la millenaria coabitazione fra musulmani e cristiani. La città è segmentata: la maggior parte dei quartieri in mano lealista, ma anche zone controllate dai ribelli, pur arretrati dall’occupazione dell’estate 2012. A loro volta i ribelli sono incalzati da sudovest dalle forze governative.

La gente non può uscire dalla città accerchiata dall’opposizione, tra cui fondamentalisti intransigenti e sanguinari. Per i cristiani, uscire dalla zona governativa significa rischiare la vita.   Lo sanno bene i due vescovi aleppini, Gregorios Ibrahim e Paul Yazigi, da più di un anno sequestrati. Aleppo è la terza città “cristiana” del mondo arabo, dopo Il Cairo e Beirut: c’erano 300 mila cristiani!   Morte da ogni parte.  La popolazione soffre. L’aviazione di Assad colpisce con missili e bidoni esplosivi le zone in mano  ai ribelli; questi bombardano gli altri quartieri con mortai e razzi artigianali. Si soffre la fame e la mancanza di medicinali. C’è l’orribile ricatto dell’acqua che i gruppi jihadisti tolgono alla città. È una guerra terribile e la morte viene da ogni parte. Passando per tunnel sotterranei, si fanno esplodere  palazzi “nemici”. Come sopravvivere? Si deve fermare una strage che dura da due anni. Occorre un intervento internazionale per liberare Aleppo dall’assedio. Ci vuole un soprassalto di responsabilità da parte dei Governi coinvolti: dalla Turchia, schierata con i ribelli, alla Russia, autorevole presso Assad. Salvare Aleppo val più che un’affermazione di parte sul campo! Si debbono predisporre corridoi umanitari e rifornimenti per i civili. E poi si deve trattare a oltranza la fine dei combattimenti. Una forza d’interposizione Onu sarebbe opportuna. Certo richiede tempo per essere realizzata e collaborazione da parte di Damasco. Intanto la gente di Aleppo muore. Bisogna imporre la pace in nome di chi soffre. Una sorta di “Aleppo città aperta”.    Copyright© 1998-2012 Comunità di Sant’Egidio – 20/06/2014 19:05

Jews and Arabs unite against racism despite apparent West Bank setback

Jews and Arabs unite against racism despite apparent West Bank setback  

By  ELIZABETH LEVI   06/15/2014 06:02

Event organizer: “We came here today to say we’re against violence and against terror.” 

Despite the presumed kidnapping of three Israeli teenagers in the West Bank, over 500 people attended the Culture Against Racism event held Saturday in the Arab town of Fureidis, near Zichron Ya’acov.   The event, organized by the Coalition Against Racism in Israel in conjunction with the Fureidis local council, was held as a protest against recent “price-tag” attacks, including one that took place there on April 28 in which tires were slashed and graffiti was spray-painted on the walls of a mosque.   Adnan Marie, a youth leader in Fureidis and an organizer of the event, said the program would “make coexistence here stronger between Fureidis, its neighbors and all of Israel.”  The day-long program began with a tour of the town and its shops. Throughout the day visitors, mostly Jewish, and local residents interacted and got to know each other.   Resident Mohammed Hosaniah said he was happy to attend.  “I want peace in our country and other countries because, after all, we are all brothers,” he said.   The program ended with performances in both Arabic and Hebrew by Arab and Jewish artists, including singer Efrat Feldman, cellist Uri Netanel, advocate Ala Azzam, the Jewish-Arab Galil circus and local children.  “I believe in the purpose of the occasion and I want to support the cause, especially today after what happened,” Feldman said, alluding to the apparent West Bank kidnapping.   Yael Ulmer, a member of Maagalim-Halakat, an organization that promotes Jewish- Arab coexistence, called the event “very, very important.”   “The greatest thing is that on this day, it was not canceled,” she said.   Organizer Nidal Othman agreed, saying the teenagers missing in the West Bank made holding the event even more essential, adding that it was aimed at eradicating racism against all people.  “We came here today to say we’re against violence and against terror,” Othman said. “It’s very important to continue.”  Marie said he hoped the program would become an annual event, the aim being “to create a day each year that is the day against racism.”