DHARMASUYA MAHAYAGA ( Palakkad, Kerala-India, 6/12 Febbraio 2014 )

 

U, Dharma: Sri Tathatan grande evento spirituale si è svolto tra il 6 ed il 12 Febbraio presso Palakkad in Kerala ( India meridionale ).

Il DHARMASUYA MAHAYAGA, questo il nome dell’evento stesso, convocato dal Maestro          Sri Tathata, è consistito in un rituale vedico, di antichissima tradizione, incentrato sulla preghiera e su riti di purificazione, miranti all’invocazione di luce spirituale sulla terra per indirizzare l’Umanità verso traguardi di armonia e di pace, basati sulla consapevolezza del ruolo assegnato ad ogni essere umano per risanare il mondo attuale, evitando fughe dalla realtà sia di tipo materialistico, sia di tipo spiritualistico.

 

IMG_0929Oltre ai numerosi momenti di preghiera e di meditazione, che hanno visto un’ampia partecipazione sia della popolazione locale sia di ospiti proveniente da altre aree dell’India o dall’estero, vi sono stati anche importanti momenti di riflessione, alle quali hanno partecipato personalità della cultura e del mondo scientifico. Nelle varie conferenze che si sono svolte,  si sono affrontate, fra le altre, le tematiche dell’Educazione, dell’Ecologia, del rapporto Scienza e Spiritualità, della Non-Violenza, della Fratenità Universale e del dialogo interreligioso, con particolare riferimento al ruolo che le religioni possono svolgere nella costruzione della Pace.

 

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Nella Conferenza sul tema della Pace, è intervenuto anche Luigi De Salvia, presidente di RELIGIONS FOR PEACE / Italia, invitato dallo stesso Sri Tathata, a seguito degli  incontri interreligiosi ai quali il maestro aveva partecipato nella città di Roma negli ultimi due anni.

 

 

 

 

Ratzinger: la mia rinuncia è valida, assurdo fare speculazioni

Benedetto XVI risponde con una lettera ad Andrea Tornielli che gli aveva inviato alcune domande a proposito di presunte pressioni e complotti che avrebbero provocato le dimissioni.

 

 

«Non c’è il minimo dubbio circa la validità della mia rinuncia al ministero petrino» e le «speculazioni» in proposito sono «semplicemente assurde». Joseph Ratzinger non è stato costretto a dimettersi, non l’ha fatto a seguito di pressioni o complotti: la sua rinuncia è valida e oggi nella Chiesa non esiste alcuna «diarchia», nessun doppio governo. C’è un Papa regnante nel pieno delle sue funzioni, Francesco, e un emerito che ha come «unico e ultimo scopo» delle sue giornate quello di pregare per il suo successore.

Dal monastero «Mater Ecclesiae» dentro le mura vaticane, il Papa emerito Benedetto XVI ha preso carta e penna per stroncare le interpretazioni sul suo storico gesto di un anno fa, rilanciate da diversi media e sul web in occasione del primo anniversario della rinuncia. Lo ha fatto rispondendo personalmente a una lettera con alcune domande che gli avevamo inviato nei giorni scorsi, dopo aver letto alcuni commenti sulla stampa italiana e internazionale riguardanti le sue dimissioni. In modo sintetico ma precisissimo, Ratzinger ha risposto, smentendo i presunti retroscena segreti della rinuncia e invitando a non caricare di significati impropri alcune scelte da lui compiute, come quella di mantenere l’abito bianco anche dopo aver lasciato il ministero di vescovo di Roma.

Come si ricorderà, con un clamoroso e inatteso annuncio, l’11 febbraio 2013 Benedetto XVI comunicava ai cardinali riuniti in concistoro la sua libera decisione di dimettersi «ingravescente aetate», per motivi di età: «Sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino». Annunciava anche che la sede apostolica sarebbe stata vacante a partire dalla sera del 28 febbraio: i cardinali si sarebbero riuniti per procedere con l’elezione del successore. Nei giorni successivi, Ratzinger faceva sapere che avrebbe mantenuto il nome di Benedetto XVI (che compare anche in calce alla fine della lettera), che si sarebbe definito d’ora in avanti «Papa emerito» (come risulta anche dall’intestazione a stampa della stessa lettera) e avrebbe continuato a indossare l’abito bianco, anche se semplificato rispetto a quello del Pontefice, vale a dire senza la mantelletta (chiamata «pellegrina») e senza la fascia.

Nel corso dell’ultima udienza del mercoledì, il 27 febbraio 2013, in una piazza San Pietro inondata di sole e gremita di fedeli, Benedetto XVI aveva detto: «In questi ultimi mesi, ho sentito che le mie forze erano diminuite, e ho chiesto a Dio con insistenza, nella preghiera, di illuminarmi con la sua luce per farmi prendere la decisione più giusta non per il mio bene, ma per il bene della Chiesa. Ho fatto questo passo nella piena consapevolezza della sua gravità e anche novità, ma con una profonda serenità d’animo. Amare la Chiesa significa anche avere il coraggio di fare scelte difficili, sofferte, avendo sempre davanti il bene della Chiesa e non se stessi».

E aveva aggiunto che il suo ritirarsi, «nascosto al mondo», non significava «ritornare nel privato». «La mia decisione di rinunciare all’esercizio attivo del ministero – aveva detto – non revoca questo. Non ritorno alla vita privata, a una vita di viaggi, incontri, ricevimenti, conferenze eccetera. Non abbandono la croce, ma resto in modo nuovo presso il Signore Crocifisso. Non porto più la potestà dell’officio per il governo della Chiesa, ma nel servizio della preghiera resto, per così dire, nel recinto di San Pietro». Proprio queste parole circa il suo voler restare «nel recinto di San Pietro» hanno fatto ipotizzare ad alcuni che la rinuncia non sia stata davvero libera e dunque valida, quasi che Ratzinger si fosse voluto ritagliare un ruolo di «Papa ombra», cioè quanto di più lontano dalla sua sensibilità si possa immaginare.

Dopo l’elezione di Francesco, le novità del suo papato, la scossa che sta portando alla Chiesa con la sua parola e la sua testimonianza personale, era fisiologico che alcuni – com’è sempre peraltro accaduto in occasione di un cambio di pontificato – lo contrapponessero al predecessore. Una contrapposizione che lo stesso Benedetto XVI ha sempre rifiutato. Nelle ultime settimane, con l’avvicinarsi del primo anniversario della rinuncia, c’è chi è andato oltre, ipotizzando persino l’invalidità delle dimissioni di Benedetto e dunque un suo ruolo ancora attivo e istituzionale accanto al Papa regnante.

Lo scorso 16 febbraio, chi scrive ha inviato al Papa emerito un messaggio con alcune specifiche domande in merito a queste interpretazioni. Due giorni dopo è arrivata la risposta. «Non c’è il minimo dubbio – scrive Ratzinger nella missiva – circa la validità della mia rinuncia al ministero petrino. Unica condizione della validità è la piena libertà della decisione. Speculazioni circa la invalidità della rinuncia sono semplicemente assurde». Del resto, che la possibilità di dimettersi fosse tenuta in considerazione da molto tempo era ben noto alle persone più vicine a Ratzinger, e da lui stesso confermata nel libro intervista con il giornalista tedesco Peter Seewald («Luce del mondo», 2010): «Se un Papa si rende conto con chiarezza che non è più capace, fisicamente, psicologicamente e spiritualmente, di assolvere ai doveri del suo ufficio, allora ha il diritto e, in alcune circostanze, anche l’obbligo, di dimettersi».

È stato inevitabile, un anno fa, dopo l’annuncio – mai un Papa in duemila anni di storia della Chiesa aveva rinunciato per anzianità – collegare questo clamoroso gesto al clima mefitico di Vatileaks, dei complotti nella Curia romana. Tutto il pontificato di Benedetto XVI è stato una via Crucis, e in particolare gli ultimi anni: prima a motivo dello scandalo della pedofilia, da lui coraggiosamente affrontato senza incolpare le lobby o i «nemici esterni» della Chiesa, ma piuttosto la «persecuzione», il male che viene dal di dentro della Chiesa stessa. E poi a motivo della fuga di documenti prelevati dalla scrivania papale dal maggiordomo Paolo Gabriele. La rinuncia è stata dunque collegata a questi contesti. Ma Benedetto XVI aveva spiegato, sempre nel libro-intervista con Seewald, che non si lascia la nave mentre il mare è in tempesta. Per questo prima di annunciare le dimissioni, decisione presa da tempo e confidata ai più stretti collaboratori con mesi d’anticipo, Ratzinger ha atteso che la vicenda Vatileaks, il processo a Gabriele e l’inchiesta affidata ai tre cardinali si fossero conclusi. Soltanto dopo ha lasciato.

Nella lettera che ci ha inviato, il Papa emerito risponde anche alle domande sul significato dell’abito bianco e del nome papale. «Il mantenimento dell’abito bianco e del nome Benedetto – ci ha scritto – è una cosa semplicemente pratica. Nel momento della rinuncia non c’erano a disposizione altri vestiti. Del resto porto l’abito bianco in modo chiaramente distinto da quello del Papa. Anche qui si tratta di speculazioni senza il minimo fondamento».

Una chiara e quanto mai significativa testimonianza di questa affermazione, Benedetto XVI l’ha data sabato scorso, nel giorno del concistoro al quale era stato invitato da Francesco. Ratzinger non ha voluto un posto appartato e speciale, si è seduto in una sedia uguale a quella dei cardinali, in un angolo, nella fila dei porporati vescovi. Quando Francesco all’inizio e poi alla fine della cerimonia gli si è avvicinato per salutarlo e abbracciarlo, Benedetto si è tolto dal capo lo zucchetto per riverenza, e anche per attestare pubblicamente che il Papa è uno solo.

Nelle scorse settimane il teologo svizzero Hans Küng aveva citato alcune parole contenute in una lettera ricevuta da Benedetto XVI e riguardanti Francesco. Parole ancora una volta inequivocabili: «Io sono grato di poter essere legato da una grande identità di vedute e da un’amicizia di cuore a Papa Francesco. Io oggi vedo come mio unico e ultimo compito sostenere il suo Pontificato nella preghiera». Qualcuno, sul web, ha provato a mettere in dubbio l’autenticità della citazione o comunque ne ha paventato un uso strumentale. Anche di questo abbiamo chiesto conferma al Papa emerito: «Il prof. Küng ha citato letteralmente e correttamente le parole della mia lettera indirizzata a lui», ha precisato in modo lapidario. Prima di concludere con la speranza di aver risposto «in modo chiaro e sufficiente» alle domande che gli avevamo posto.

A Napoli il master di I livello in Mediazione e comunicazione interreligiosa e interculturale

L’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli lancia il Master di I Livello in Mediazione e comunicazione interreligiosa e interculturale, per l’anno accademico 2013/2014. Il master aperto a quanti sono impegnati e interessati alla complessa e nuova forma della realtà sociale, culturale e spirituale in cui si articola la post-modernità, ha come principale obiettivo di formare professionisti altamente qualificati, in grado di svolgere attività di mediazione e di orientamento al dialogo interreligioso e interculturale, che oggi è un settore cruciale per la comprensione e la gestione delle società contemporanee divenute multiculturali e multireligiose. Per maggiori informazioni clicca nel link di seguito. Master Unisob Napoli.

PELLEGRINAGGIO INTERRELIGIOSO PER LA PACE in ISRAELE e PALESTINA organizzato da “RELIGIONS FOR PEACE / Italia”

 Il viaggio, che ha avuto luogo tra il 30 Dicembre 2013  ed il 7 Gennaio 2014, è stato organizzato dalla sezione italiana di Religions for Peace per visitare luoghi e incrociare le gioie e le inquietudini di chi vi abita per scoprirne il tratto umano che sorprendentemente ci ha fatto riconoscere simili al di là delle tante differenze, delle quali sempre più scopriamo il valore e la fecondità. Un viaggio che ci ha impegnati profondamente, ricordandoci la tensione permanente tra la necessità di buone relazioni per riuscire a vivere insieme, nonostante le tante diversità, e la difficoltà di realizzarle per le fragilità ed i timori quando le sfide di vario genere, nelle quali ci imbattiamo quotidianamente, ci sembrano insostenibili.

Già nella mattinata successiva al nostro arrivo a Gerusalemme, abbiamo  incontrato  Rav David Rosen, da molti anni attivamente impegnato nel dialogo interreligioso.

 

David Rosen è stato rabbino a Città del Capo dal 1975 al 1979 e rabbino capo in Irlanda.Tornato in Israele è direttore della sezione israeliana di Anti-Defamation League, un’associazione che si oppone ai razzismi.Noto per il suo impegno nel dialogo interreligioso, è un leader internazionale di Religions for Peace, è presidente dell‘(Iccj) “International Council of  Christians and Jews” e membro della Commissione bilaterale  fra Israele e il Vaticano. Rabbi David Rosen può essere ben definito e giustamente considerato un “diplomatico” del dialogo interreligioso per la Pace.

 

Rosen

Molto interessante è stato anche l’ incontro con Sharon Rosen co-direttrice di     “ Search for Common Ground” (organizzazione per la risoluzione dei conflitti) insieme alla palestinese Suheir Rasul. Un risultato molto importante dell’ impegno svolto da Search for Common Ground è stato lo sviluppo del  Codice universale di condotta  per i luoghi sacri. Il Codice è stato ora sottoscritto dai funzionari del “Consiglio delle Istituzioni Religiose di Terra Santa” che rappresenta rabbini capo, capi di chiese e patriarcati, imam senior e funzionari del Waqf (un movimento musulmano religioso e di beneficenza) e tribunali Sharia . Il Consiglio, che ha sempre sostenuto che i leader religiosi sono stati trascurati  nel processo politico di pacificazione, ha lavorato in questi ultimi anni per definire le sue posizioni sui luoghi sacri, si è  impegnato formalmente con alti funzionari governativi e diplomatici israeliani e palestinesi e ha inoltre sottoscritto con altre organizzazioni non governative internazionali, tra le quali Religions for Peace, il Codice universale di condotta  per i luoghi sacri che definisce i principi di responsabilità condivise tra le comunità religiose ed i responsabili politici per la salvaguardia dei luoghi sacri, per determinarne l’accesso e per garantire relazioni positive tra le varie comunità. 

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Visita sul Monte degli Ulivi ed alla sede della Custodia di Terra Santa, nome con cui sono conosciuti oggi i Francescani dell’Ordine dei Frati Minori, presenti nella parte orientale del Mar Mediterraneo fin dagli albori dell’Ordine, fondato da San Francesco nel 1209 e custodi dei Luoghi Santi per mandato della Chiesa. “Custodire i Luoghi Santi: questo è stato il nostro primo compito e lo è fino ad oggi … dopo la fine delle Crociate, gli unici che sono potuti rimanere in una terra in mano ai musulmani furono proprio i francescani. Per questo il Papa affidò all’Ordine il compito di recuperare i Luoghi Santi della redenzione e poi di custodirli e di ricostituire anche una presenza cattolica intorno ai santuari, per salvare un principio essenziale: fare in modo che queste fossero non solo pietre, ma “pietre vive”.

Incontro nella sede della nunziatura a Gerusalemme con l’Arcivescovo Giuseppe Lazzarotto, Nunzio Apostolico: il Nunzio ha parlato delle sfide che si pongono ai cattolici di rito latino ( pochi numericamente )  nel trovare una buona convivenza con ebrei e musulmani e le altre confessioni cristiane, dato anche l’ arrivo di numerosi ortodossi dai paesi dell’ Est Europa e  di copti. Infatti le religioni presenti in Israele sono: la religione ebraica che è la più diffusa (81%) seguita da quella musulmana (14,6%); la restante popolazione è cristiana (2,1%) e drusa (1,7%). Esiste inoltre un grande numero di religioni e sette minori  per lo più derivate da quelle precedentemente citate.

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Nella parte vecchia di Gerusalemme, abbiamo sostato in preghiera al Muro Occidentale, nella Chiesa del Santo Sepolcro e nelle vicinanze delle moschee di Al Aqsa e Omar e visitato il quartiere ebraico  di Me’a She’arim. Fondato da ebrei della Polonia e della Lituania che decisero nel 1847 di isolarsi in un nuovo quartiere per poter seguire scrupolosamente il dettato della Torah e il costume ebraico. Gli uomini vestono il caratteristico abito nero con larghi soprabiti anche d’estate e con un ampio cappello, segno di rispetto per la coscienza di essere continuamente alla presenza di Dio. Nel quartiere si trovano molte sinagoghe, accanto alle quali vi sono le rispettive scuole talmudiche.

Nella parte nuova di Gerusalemme abbiamo visitato il Monte Herzl. Theodor Herzl fu il fondatore del movimento sionista e autore dell’opera Der Judenstaat (“Lo Stato ebraico”) pubblicata nel 1896, risposta al crescente antigiudaismo, a Vienna come a Parigi. Egli propose la creazione di uno Stato che garantisse dignità e sicurezza agli ebrei di tutto il mondo.

Visita al cimitero posto sulla collina del ricordo. Momento di raccoglimento particolarmente struggente al “Children’s Memorial”: nei lunghi e scuri corridoi di un labirinto di specchi, la luce di cinque candele, riflessa per migliaia di volte, illumina i volti di quel milione e mezzo di bambini “passati” per i campi di concentramento, mentre i loro nomi vengono ripetuti in continuazione ad alta voce.

 Sempre nella parte nuova di Gerusalemme abbiamo ammirato nell’ Israel Museum lo Shrine of the Book dove sono custoditi i rotoli di Qumran , nel Museo archeologico il grande e dettagliato plastico dell’ antica Gerusalemme e la Knesset, la sede del parlamento edificata nel 1966 quando il governo israeliano decise di riunire in un solo luogo tutti gli organi governativi. La sua architettura ricorda il Partenone di Atene.

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Visita del Villaggio di Nevè Shalom /Waahat as-Salaam (“Oasi della pace”), fondato dal domenicano padre Bruno Hussar e situato tra Gerusalemme e Tel Aviv, dove Ebrei ed Arabi cercano di prefigurare il processo di pacificazione vivendo insieme da oltre vent’anni, rispettando i valori dell’uguaglianza e della fraternità. Assume un valore centrale nella loro esperienza la scuola bilingue, che copre la fascia dalle elementari alle superiori, frequentata da figli di famiglie ebraiche ed arabe.

Incontro con Mr. Daoud Boulos, responsabile del Villaggio di Nevè Shalom /Wahat as-Salaam (“Oasi della pace”)

 

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Visita a Ramallah, capitale dei territori palestinesi, al Palazzo governativo palestinese e alla tomba di Yasser Arafat.

Avremmo dovuto incontrare un docente musulmano, impegnato in un’associazione professionale israelo-palestinese, che opera nel campo dell’educazione, ma non è stato possibile a causa di un lutto che ha colpito la sua famiglia nel giorno destinato all’ incontro. 

Ramallah

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Incontro con i rappresentanti di Parent’s Circle