Category Archives: Diritti Umani

Il musulmano che si è fatto uccidere per i cristiani di Mosul

Il sito caldeo ankawa.com racconta: un docente universitario ha parlato apertamente contro la persecuzione verso i cristiani ed è stato ucciso. Intanto lo Stato islamico ha fissato in 450 dollari al mese la tariffa della jizya

  Cristiani lasciano Mosul

Non ha accettato di rimanere in silenzio di fronte alle violenze contro i cristiani di Mosul, costretti alla scelta tra la conversione all’islam, il pagamento della jizya (la tassa islamica per i non musulmani) o la fuga. Così il professor Mahmoud Al ‘Asali, un docente di legge del dipartimento di pedagogia dell’Università di Mosul, ha avuto il coraggio di schierarsi apertamente contro questa forma brutale di costrizione, da lui giudicata contraria ai dettami dell’islam. Un gesto che – però – ha pagato con la vita: i miliziani dell’Isis lo hanno ucciso ieri a Mosul.

A riferire la notizia è il sito caldeo ankawa.com, uno dei più tempestivi nell’aggiornare sul calvario vissuto dai cristiani nel nord dell’Iraq. Tra i tanti fatti tragici di queste ore ha voluto che comunque non fosse dimenticato questo atto di grande coraggio compiuto da un musulmano.

Il professor Al ‘Asali sapeva infatti certamente quello che rischiava: a Mosul tutti sanno che a Raqqa, la città siriana dove lo Stato islamico dell’Iraq e del Levante governa già da un anno, sono tantissimi gli attivisti per i diritti  umani che hanno pagato con la morte la loro opposizione all’intolleranza dell’Isis. Eppure Al ‘Asali ha ritenuto lo stesso di non poter stare in silenzio.

Come stanno facendo anche tanti altri musulmani, che da ieri a Baghdad hanno lanciato la campagna «Io sono iracheno, io sono cristiano» come risposta alle lettere N di «nazareni» tracciate sui muri delle case dei cristiani di Mosul. Alcuni di loro si sono presentati anche con un cartello con questo slogan, ieri, fuori dalla chiesa caldea di San Giorgio a Baghdad e hanno postato la foto su Facebook.

Segnali contro corrente che non fermano – però – la follia dei fondamentalisti dello Stato islamico. Così oggi sono andati avanti con il loro proposito di pulizia etnica, diffondendo le tariffe della jizya, la tassa islamica «di protezione» che dovrebbero pagare tutti i non musulmani che volessero restare o tornare a Mosul. La cifra indicata è di 450 dollari al mese, una somma iperbolica per chi vive oggi nel nord dell’Iraq.

Sempre oggi è giunta anche la notizia di un altro luogo cristiano carico di storia nel nord dell’Iraq, caduto nelle mani dello Stato islamico: si tratta del monastero siro-cattolico di Mar Benham, vicinissimo a Qaraqosh, la citta cristiana della piana di Ninive, dove è scappata la maggior parte dei cristiani. A Mar Benham la presenza monastica risale addirittura al IV secolo. «Hanno imposto ai tre monaci e ad alcune famiglie residenti nel monastero di andar via e di lasciare le chiavi», ha raccontato all’agenzia Fides il vescovo siro cattolico di Mosul, Yohanna Petros Moshe. Il monastero – riferisce il sito Bagdadhope – era stato restaurato nel 1986 diventando luogo di pellegrinaggio per i cristiani ma anche per alcuni musulmani.

GIORGIO BERNARDELLI

Violenze settarie “inaspettate” in Sri Lanka e Myanmar : un articolo di Paolo Affatato su Vatican Insider ( La Stampa)

Violenze settarie “inaspettate” di Buddhisti in Sri Lanka e Myanmar

Myanmar. Protesta di monaci buddisti contro la violenza

 Myanmar. Protesta di monaci buddisti contro la violenza

Nel continente che accoglierà Bergoglio, monaci aggressivi in Sri Lanka e Myanmar rischiano di minare l’armonia religiosa

di Paolo Affatato

E’ quell’estremismo che non t’aspetti, derivazione di una religione, quella buddista, che fa della nonviolenza un assioma centrale della sua dottrina. Omicidi, aggressioni, atti di intolleranza, sotto gli occhi increduli della comunità internazionale, si registrano in due paesi asiatici, lo Sri Lanka e il Myanmar (l’ex Birmania), entrambi a maggioranza buddista, legate alla tradizione spirituale Theravada. Monaci singalesi imbracciano la lancia e urlano slogan di odio e intolleranza; un leader arancione birmano, Ashin Wirathu, che si definisce orgogliosamente il “Bin laden d’Asia”, si guadagna la copertina del “Time” come nuovo “volto del terrore buddista”; famiglie aggredite e uccise, in entrambe le nazioni, solo perchè di religione musulmana, o chiese e fedeli attaccati solo perché seguaci di Cristo. Perfino un monaco buddista, Wataraka Vijitha Thero, artigiano del dialogo, percosso e tramortito dai suoi “colleghi” nell’ex Ceylon perché ritenuto “traditore”. Tali rigurgiti di estremismo buddista sono una nota stonata per la Chiesa cattolica, che nei due paesi in questione è una esigua minoranza (7% in Sri Lanka, l’1% in Myanmar) ed è fattivamente impegnata nel dialogo interreligioso. Tanto più questi episodi, che non accennano a smettere, destano preoccupazione perché dal 13 al 15 gennaio 2015 lo Sri Lanka ospiterà Papa Francesco, capo di stato ma anche capo religioso, leader universale di quella fede che i colonizzatori, prima portoghesi e poi britannici, vennero a imporre 400 anni fa nel subcontinente indiano con la forza dei cannoni.

 Indunil Janaka Kodithuwakku, sri lankese, solidi studi in sociologia e missiologia, oggi sottosegretario del Pontificio Consiglio per il Dialogo interreligioso, parlando a Vatican Insider non nasconde i suoi timori, ma rimarca: “In Sri Lanka i buddisti violenti sono solo piccoli gruppi, dietro i quali vi è spesso la mano invisibile della politica. Molti altri monaci e importanti leader hanno condannato pubblicamente la violenza e promuovono una nazione pluralista e inclusiva”. Ma perché questa esplosione di intolleranza? “Bisogna guardare il fenomeno dal punto di vista storico”, prosegue don Janaka. “Il buddismo si è  rivelato un fattore cruciale nel definire l’identità singalese. Il colonialismo è una ferita storica ancora aperta: per quattro secoli la maggioranza singalese è stata sottomessa e si è poi affrancata grazie al contributo decisivo del buddismo. Oggi si fa strada una sorta di psicosi verso altre religioni come quella islamica e quella cristiana. Nel 2004, ad esempio, venne proposta una legge, rilanciata anche nel 2012, che impediva le conversioni da una fede all’altra. I buddisti oggi intendono salvaguardare la cultura del paese, di cui la loro religione è elemento essenziale. Per questo alcuni gruppi promuovono un’interpretazione della dottrina di Buddha che giunge erroneamente a giustificare la violenza”.

 In tale difficile contesto, prosegue il sottosegretario, “la Chiesa srilankese, in quanto minoranza, si muove con estrema cautela. Ha vissuto momenti di sofferenza, con l’espulsione dei missionari e la nazionalizzazione di scuole e istituti cattolici nel 1960. La sfida oggi è quella del dialogo: esistono tante iniziative congiunte tra buddisti, cristiani e musulmani che non fanno notizia. A livello di base va avanti nella società un ‘dialogo di vita’, fra persone e famiglie, che comunque lascia ben sperare”.

 Contattato da Vatican Insider, il venerabile Dhammajothi Thero, autorevole leader buddista, docente all’università di Colombo, e profondamente impegnato nel dialogo tra religioni, spiega: “Come leader religiosi, disapproviamo la violenza in qualsiasi forma: lo Sri Lanka è un paese in cui buddisti, indù, cristiani, musulmani possono vivere in armonia, senza divisioni etniche e religiose”. Per questo Thero invita la popolazione srilankese “a non lasciarsi influenzare da chi vuole disturbare l’armonia e a proseguire sulla via feconda della convivenza, che da sempre caratterizza la nazione”.

 In ogni caso “il buddismo non fa eccezione rispetto al pericolo del fondamentalismo, presente in tutte le tradizioni religiose”, rileva in un colloquio con Vatican Insider Riccardo Venturini, presidente del Centro italiano di cultura buddista a Roma. “Si legittima la violenza per azioni che sarebbero ‘a fin di bene’, come accaduto in passato alle crociate cristiane o al fanatismo islamico, laddove pulsioni identitarie prendono il sopravvento sulle rispettive tradizioni spirituali”. Venturini ricorda che “anche negli anni ’30 e ‘40 del secolo scorso, il buddismo zen giapponese (della tradizione Mahayana) fu favorevole all’invasione della Cina e fautore di un militarismo che non è mai stato rinnegato”.

 La tradizione di “Religions for Peace”, il forum interreligioso universale, è comunque radicata sia in Sri Lanka che in Myanmar e può contribuire a neutralizzare le spinte estremiste. “Vedere dei buddisti attaccare seguaci di altre fedi lascia sconcertati”, nota Luigi De Salvia, responsabile italiano di “Religions for Peace”. “Il credente, sotto la pressione di minacce vere o presunte, può scivolare nell’ostilità, a dispetto dei valori della propria tradizione spirituale. Spesso la violenza religiosa si autogiustifica demonizzando l’altro, del quale ci si sente vittima. E’ compito di tutte le tradizioni prevenire derive vittimiste e violente, avendo cura di rimuovere ogni forma di disprezzo verso le religioni e le opinioni altrui”.

Segnali incoraggianti, tuttavia, non mancano. Il benvenuto in Asia dal buddismo del continente è giunto a Papa Francesco da una delegazione di 42 monaci appartenenti al “Consiglio Supremo Sangha”, organo rappresentativo del buddismo Theravada in Tahilandia. Partecipando di recente alle celebrazioni per il 50° anniversario di istituzione del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso, i monaci hanno rilanciato un messaggio di pace e armonia: la collaborazione tra le religioni, specialmente in Asia, è cruciale per costruire una cultura dell’incontro tra popoli e nazioni.

Roma 23/06/2014

SALVIAMO ALEPPO : Appello di Andrea Riccardi, fondatore della comunità di Sant’Egidio

  

SALVIAMO ALEPPO                                                                                                             

Appello di Andrea Riccardi 

 

La città siriana sotto assedio da due anni sta morendo. Subito un corridoio umanitario per aiutare la popolazione che sta soffrendo. E fine dei combattimenti       Faccio un appello per Aleppo. Accade  qualcosa di terribile. Ma viene ignorato. Oppure si assiste rassegnati. Sono due anni che si combatte ad Aleppo. Nel luglio 2012 è iniziata la battaglia nella città più popolosa della Siria. Eppure i suoi due milioni di abitanti sono rimasti, preservando la millenaria coabitazione fra musulmani e cristiani. La città è segmentata: la maggior parte dei quartieri in mano lealista, ma anche zone controllate dai ribelli, pur arretrati dall’occupazione dell’estate 2012. A loro volta i ribelli sono incalzati da sudovest dalle forze governative.

La gente non può uscire dalla città accerchiata dall’opposizione, tra cui fondamentalisti intransigenti e sanguinari. Per i cristiani, uscire dalla zona governativa significa rischiare la vita.   Lo sanno bene i due vescovi aleppini, Gregorios Ibrahim e Paul Yazigi, da più di un anno sequestrati. Aleppo è la terza città “cristiana” del mondo arabo, dopo Il Cairo e Beirut: c’erano 300 mila cristiani!   Morte da ogni parte.  La popolazione soffre. L’aviazione di Assad colpisce con missili e bidoni esplosivi le zone in mano  ai ribelli; questi bombardano gli altri quartieri con mortai e razzi artigianali. Si soffre la fame e la mancanza di medicinali. C’è l’orribile ricatto dell’acqua che i gruppi jihadisti tolgono alla città. È una guerra terribile e la morte viene da ogni parte. Passando per tunnel sotterranei, si fanno esplodere  palazzi “nemici”. Come sopravvivere? Si deve fermare una strage che dura da due anni. Occorre un intervento internazionale per liberare Aleppo dall’assedio. Ci vuole un soprassalto di responsabilità da parte dei Governi coinvolti: dalla Turchia, schierata con i ribelli, alla Russia, autorevole presso Assad. Salvare Aleppo val più che un’affermazione di parte sul campo! Si debbono predisporre corridoi umanitari e rifornimenti per i civili. E poi si deve trattare a oltranza la fine dei combattimenti. Una forza d’interposizione Onu sarebbe opportuna. Certo richiede tempo per essere realizzata e collaborazione da parte di Damasco. Intanto la gente di Aleppo muore. Bisogna imporre la pace in nome di chi soffre. Una sorta di “Aleppo città aperta”.    Copyright© 1998-2012 Comunità di Sant’Egidio – 20/06/2014 19:05

Grave attentato antiebraico nel cuore dell’Europa: nessuno rimanga indifferente al persistere della barbarie antigiudaica

Quattro vite di ebrei stroncate a Bruxelles da un attentato terroristico che ha preso di mira un luogo simbolo della cultura e della memoria ebraica nella città.

Contrastare la cultura del disprezzo , dell’odio e della banalizzazione della vita è compito di tutti, a partire dalle comunità religiose, che attraverso la preghiera e l’azione possono portare luce là dove l’ossessione dell’insicurezza e la paura dell’altro, alimentate dalle ideologie prevalenti nella modernità, possono spingere le personalità più fragili verso mostruosi progetti omicidi.
Vogliamo considerare le vittime di Bruxelles come dei “martiri della fedeltà” al proprio popolo, Israele.
La loro memoria sia in Benedizione!