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Il “Califfato” espelle i cristiani dalla Piana di Ninive

militanti isil                                              

Costretti a fuggire nella notte da città e villaggi dove le comunità autoctone erano insediate da sempre. Appello del cardinale Filoni

Dopo Mosul, cadono nelle mani dei jihadisti dello Stato Islamico anche i villaggi della Piana di Ninive che da tempo immemore rappresentavano i caposaldi storici delle comunità cristiane autoctone nello spazio dell’antica Mesopotamia.

La notte scorsa a Qaraqosh, Kramles, Talkief, Bartalla e negli altri centri dell’area l’offensiva delle milizie dell’autoproclamato Califfato Islamico ha travolto la resistenza rappresentata finora dai Peshmerga curdi e dalle forze armate regolari che rispondono al governo autonomo del Kurdistan iracheno.

Con l’arrivo dei miliziani jihadisti – riferisce anche il cardinale Fernando Filoni in un appello diffuso attraverso l’Agenzia Fides – «i cristiani hanno dovuto abbandonare tutto, persino le scarpe, e scalzi sono stati instradati a forza verso l’area del Kurdistan». Alle ultime venti famiglie cristiane ancora rimaste a Qaraqosh è stato intimato di lasciare la città a piedi entro stasera, se vogliono sopravvivere.

L’esodo rischia di assumere i connotati di un dramma collettivo, visto che a Erbil, capitale del Kurdistan iracheno – aggiunge il Prefetto di Propaganda Fide «non sono intenzionati ad accoglierli perché non sanno come ospitare queste migliaia di persone». Il Porporato attraverso Fides richiama le responsabilità della comunità internazionale davanti a quella che definisce «una grave situazione umanitaria. Queste persone sono lasciate a loro stesse di fronte a un confine chiuso e non sanno dove andare. Già si contano i primi morti, tre o quattro ragazzi hanno perso la vita.

Occorre intervenire subito in loro aiuto».   Negli ultimi due mesi, da quando – lo scorso 9 giugno – Mosul era stata conquistata dagli insorti sunniti guidati dai Jihadisti dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (Isil), i cristiani della seconda città irachena avevano in gran parte trovato rifugio proprio presso i villaggi della Piana di Ninive.

A Mosul i militanti dell’auto-proclamato Califfato Islamico avevano poi occupato chiese e conventi, distrutto statue mariane, divelto croci, bruciato l’arcivescovato siro-cattolico e imposto ai cristiani l’ultimatum: o andate via, lasciando le vostre case e i vostri beni, o pagate la “tassa di protezione”, o vi convertite all’Islam, o morite.

Nei villaggi della Piana di Ninive finora un argine alle incursioni degli islamisti era assicurata dalle milizie curde Pashmerga, che alla fine di giugno avevano già respinto un’offensiva tentata dai jihadisti contro la città di Qaraqosh. «Noi moriremo tutti insieme, o continueremo a vivere tutti insieme con dignità» aveva detto lo scorso 23 luglio Masud Barzani, presidente della regione autonoma del Kurdistan iracheno, rivolto al patriarca di Babilonia dei caldei Louis Raphael I Sako e agli altri rappresentanti delle Chiese del nord dell’Iraq.

Nell’incontro con il Patriarca e i vescovi, il leader curdo aveva anche ribadito la disponibilità della regione autonoma del Kurdistan ad accogliere e soccorrere i profughi e a proteggere «le loro vite e la loro terra» contro quelli che aveva definito «terroristi».   Il Patriarca caldeo e i  vescovi delle Chiese cristiane del nord iracheno, dal canto loro, avevano anche proposto la creazione di un «comitato congiunto tra il governo regionale e i rappresentanti del nostro popolo per venire incontro alla sofferenza delle famiglie di rifugiati e migliorare le loro condizioni».

Ma già a fine giugno, il responsabile Unicef in Iraq Marzio Babille aveva delineato il disegno politico sotteso all’offensiva dei jihadisti: «Le zone attaccate» aveva riferito il medico triestino all’Agenzia Fides «vengono di fatto “ripulite” dei gruppi etnici e religiosi minoritari. Non capita solo ai cristiani, ma anche ai turkmeni che sono dovuti fuggire dalle aree sudorientali del Kurdistan iracheno e sono bersaglio di attacchi mirati anche a Kirkuk. È evidente che si vuole riconfigurare la regione definendo le “aree” dove i diversi gruppi possono o non possono vivere».

Adesso, la nuova offensiva del Califfato sembra spazzare via ogni residua speranza di stabilizzare la fragile condizione creatasi negli ultimi mesi nella Piana di Ninive in virtù della protezione dei Peshmerga curdi. Proprio intorno alla Piana di Ninive si coltivava da tempo immemore in seno a settori delle comunità cristiane irachene il disegno di trasformare quell’area in una regione autonoma da assegnare ai cristiani, per realizzare almeno in parte il sogno ancestrale di un “focolare nazionale” indipendente riservato alle comunità caldee, assire e sire.

«Adesso», spiega a Vatican Insider il sacerdote siro cattolico Nizar Semaan, collaboratore dell’arcivescovo di Mosul dei Siri Yohanna Petros Moshe, «si può davvero dire che non c’è futuro per i cristiani in quella parte dell’Iraq dove la fede in Cristo era stata confessata fin dall’inizio.

Consideriamo responsabili di tutto questo anche i governi occidentali, col loro silenzio e le loro politiche sconsiderate in Iraq e in tutto il Medio Oriente, interessate solo a difendere i propri interessi economici. Spero che i capi delle nazioni e i leader della comunità internazionale ci risparmino almeno lo spettacolo ridicolo delle dichiarazioni di solidarietà e dell’indignazione parolaia. La loro passività è complice dei crimini perpetrati in Iraq contro i cristiani sotto gli occhi di tutti, e sarà giudicata dalla storia».

Da Vatican Insider ; articolo di GIANNI VALENTE

PESANTREN DI GONTOR in INDONESIA : racconto di un’esperienza / Roberto Catalano

 

Al Pesantren di Gontor – fra un mare di studenti musulmani Il Pesantren è un elemento fondamentale dell’Islam in Indonesia e, allo stesso tempo, affonda la sua radice in quello che è l’ambiente tradizionale di questo mondo musulmano, il più grande ed esteso del mondo, così poco conosciuto e che ha un suo prezioso contributo da dare.

Uno di questi elementi sono proprio i Pesantren, scuole (tipo collegio), che accolgono migliaia di studenti fra i 10 ed il 17-18 anni. Qualcuno mi ha detto che non è facile dare una cifra di questi istituti nell’arcipelago indonesiano. Ma molti sono convinti che il numero totale superi i cento mila. Ce ne sono dappertutto. Circa 25, per esempio, a Yogjakarta dove mi trovo in questi giorni, ma quando si esce dalle città e si viaggia all’interno, spesso, si incontrano indicazioni che si riferiscono a questi collegi.

Si tratta di punti di formazione (santri significa studente, anche se oggi qui in Indonesia è sinonimo di musulmano fedele e praticante, ed il presfisso pe ed il suffisso en, stanno a significare luogo), spesso o quasi sempre nelle zone rurali. Raccolgono queste migliaia di studenti, rigorosamente distinti: sono tutti solo per ragazzi o per ragazze. Un Pesantren nasce con un Kiai, ulama, studioso musulmano riconosciuto come tale dalla gente, che stabilisce rapporti personali con studenti ed offre loro di studiare con lui la religione musulmana. Agli studenti è offerta la permanenza con il cibo e la possibilità di studiare e di pregare. Oltre alla casa del kiai e al pondok, l’ostello, è sempre presente una masjid (la moschea). Ma il kiai non è solo un maestro di sapere: è anche un maestro di vita che deve essere capace di istruire i suoi allievi anche attraverso esempio e testimonianza di vita quotidiana. Il rapporto fra i kiai ed i santri, si avvicina molto a quello che nella tradizione indù è il rapporto fra guru e sisha (maestro e studente appunto).

Questi centri hanno marcato la vita dell’Islam indonesiano soprattutto nella sua evoluzione dell’ultimo secolo. In particolare, vari kiai nei primi decenni del XX secolo avevano intuito che non era più possibile garantire solo una formazione religiosa, tipi madrassa, ai giovani ed hanno via via orientato i pesantren ad una nuova formula flessibile ed attuale. In essi, la stragrande maggioranza, si insegnano, infatti, le materie scolastiche previste dai programmi del Ministero della Pubblica Istruzione e si approfondisce anche la religione dell’Islam. La prima parte avviene la mattina e la seconda dopo la preghiera pomeridiana. In questo modo l’Indonesia da decenni sta costruendo il suo futuro religioso, ma non solo, anche civile e politico e nazionale. Molti dei leaders attuali hanno, infatti, studiato in questi pesantren.

Sinceramente speravo di poterne visitare almeno uno. Ieri ho avuto un’occasione d’oro. Per mancanza di biglietti ferroviari e di autobus non ero potuto andare a Surabhaya a visitare un amico che aveva studiato negli anni scorsi a Roma, presso la Pontificia Università Gregoriana. Abbiamo allora fissato l’appuntamento a al Pondok Modern Darussalam Gontor, un pesantren, che si trova a circa centocinquanta chilometri da Yogjakarta, poco lontano da Ponorogo, una località che abbiamo raggiunto – mi accompagnava Paul Segarra, un giovane filippino che vive in Indonesia da 3 anni – dopo quasi sei ore di auto a causa del traffico e delle strade. Il viaggio ha offerto uno spaccato interessante di questa parte di Giava: cittadine, alternate a risaie a terrazze, traffico caotico, ma anche vita di campagna, pianura e colline con strade alquanto vertiginose.

L’arrivo a Ponorogo e la ricerca del posto, soprattutto, è stata facile. Tutti conoscono il Pesantren, che tutti chiamano Gontor. Jusef, questo il nome dell’amico, ci aspettava, all’interno di un grande campus, il pesantren appunto. Ci siamo trovati di fronte una folla di auto (che occupavano un grande campo di calcio) e di famiglie con i figli teen-agers. Era, infatti, il giorno in cui si rientra in collegio. Grandissima animazione, odori diversi di cibo cucinato all’aperto – noi stessi abbiamo pranzato con i famosi satè, spiedini locali di pollo fatti in un baracchino avvolto dal fumo, ma che attirava gente di tutti i tipi.

Jusuf ci ha accompagnati a incontrare uno dei dirigenti del complesso, uno stretto collaboratore dei tre kiai – questo pesantren è stato fondato da un trio ed è oggi guidato dai rispettivi figli – che animano questo centro di apprendimento e formazione. Dopo una lunga attesa – era l’ora della preghiera del mezzogiorno – abbiamo potuto parlare a lungo con Kortono Warigogung, che ci ha spiegato la storia di questo pesantren, da molti ritenuto il più famoso ed efficiente di quelli oggi in attività.

Pondok Modern Darussalam Gontor è, come dice la parola, una versione moderna di questa modalità educativa: alla formazione scolastica e a quella religiosa, unisce quella extra scolastica (sportiva, di hobbies, di informatica, di servizio sociale ecc) ed umana in generale.

Gli studenti sono divisi in camere con un responsabile, un altro studente più anziano di loro che si è distinto non solo nello studio, ma nella vita dei valori espressi dall’anima dell’islam: rapporto, disciplina, armonia ecc. Gli insegnanti delle lezioni mattutine sono anche dall’esterno, mentre quelli che si occupano della formazione religiosa ed umana sono tutti ex-studenti della pesantren. Ci sono 450 insegnati per 4.500 studenti: la possibilità concreta, quindi, di un rapporto personale con ciascuno.

Ma la cosa più interessante è la stata la chiacchierata fatta mangiando i satè (i famosi spiedini) fra la macchina della famiglia (erano al completo perché dopo aver accompagnato il figlio avrebbero portato anche la figlia in una scuola dello stesso tipo a circa due ore da Ponorogo). Il ragazzo ha raccontato, esattamente, quanto uno dei suoi formatori aveva detto in precedenza: nessuna discrepanza. La scelta che, pure era stata dei genitori, è assolutamente condivisa dal ragazzo, che anzi ha convinto la sorella, che da due tergiversava con la proposta dei genitori.

Colpisce la grande serenità dell’ambiente. Particolare davvero unico è l’uscita dal momento della preghiera verso le 13. un fiume di ragazzi, prima immobili per circa 40 minuti all’interno della moschea, si è riversato dalla scalinata verso uno dei cortili che si affacciano sulle case dei tre kiai. I genitori che li attendevano per l’ultimo pranzo insieme prima della partenza per casa scattavano foto con cellulari di tutti i tipi. Unico straniero mi sono mischiato nella folla: qualche sguardo interdetto, ma molti sorrisi, inviti a fotografare anche i figli, richiesta della mia provenienza, sorrisi.

Dal Blog di Roberto Catalano

Auguriamo una Felice Pasqua ad amiche ed amici di tutte le Chiese Cristiane

 

anastasis

Possano anche gli altri, credenti di altre tradizioni e non credenti, condividere il messaggio di speranza offerto da questa festa: una prospettiva di passaggio dalle oscurità dell’esistenza alla luce del bene condiviso, dalla schiavitù delle paure alla libertà dell’accoglienza reciproca, dall’orrore della morte all’attesa di orizzonti di continuità tra le braccia di un Mistero più Grande.